Capitolo 1
La lattigine della torre sfiorava appena l’orizzonte, una linea netta di mare che incontrava l’ampia piattaforma a maglie ferrose ancorata all’isola di Juni. Lì viveva Asian. Il viaggiatore Asian. L’internauta Asian. Asian, il leggero. La lattigine si inspessiva a tratti seguendo un’idea serpentina, catturata da un’immagine di DNA, indelebile nella retina cerebrale dell’owner oltre il tempo e lo spazio. Per nostalgia, forse. La trasparenza dei prims alle variazioni della luce scandiva le possibili varianti temporali. La torre sfumava verso un viola-aurora o un wood-luna o un ocra-sole. Al mattino Asian si lasciava catturare dal suo cerchio d’aria come un amante che cerca nel corpo dell’altro la polarità perduta. Un vincolo che andava oltre ogni altro possibile, il cerchio l’amava di un amore totale e si lasciava possedere ogni volta attraverso l’esile barriera di luce, si lasciava essere al suo tocco. La discesa lentissima, impercettibile lungo il corpo diafano della torre suggeriva appena una vertigine di verticalità, ancora un reperto di memoria di spazio umano. Il silenzio, assoluto. La perfezione del corpo, assoluta. Tutto questo era la torre di Asian. E Asian l’amava per tutto questo.
Bologna era come sempre umida e vitale. Lo studio affacciava sulle torri, e questo bastava. Un incontro di lavoro, una conferenza, una lezione, una mostra. F. era un infaticabile abitante del giorno, e della notte. Urbanista per vocazione, trattava lo spazio come un contadino un campo di grano, lo arava e lo seminava di idee e segni finché non produceva i suoi frutti; come un artigiano dà forma al suo pezzo di ferro o legno o creta, finché non genera un oggetto finito e utile, così F. non si dava tregua, fino a quando non trasformava il grande foglio bianco in un ponte, un molo, una piazza, un giardino, in un angolo di città. Il suo segreto di urbanista era tutto nella sua naturale capacità di intuire il racconto celato dentro linee e forme, e nel dar voce agli oggetti, che parlassero agli umani – diceva - fruitori spesso ignari del loro destino urbano, che dessero loro un senso di vita vissuta prima di viverla, un’idea di passato familiare nella vertigine gelida dell’imprevedibile.
Partito dalla terra dei post-umani nell’anno solare ****, durante un faticoso viaggio nelle terre della Patagonia, lì dove aveva per la prima volta avvertito l’insostenibile peso del corpo, un’ipertrofia da stress, lo aveva definito. Le mani, in particolare, si erano estese nello spazio terrestre come protesi palmari fino al punto da inglobare il corpo, il corpo esile, puntuto come un uncino ancorato ai piedi, enormi anch’essi, e gommosi. La testa, poi, neppure le grandi mani potevano contenerne il groviglio di filamenti nervosi e grigia melma cerebrale in perenne caos. Doveva riperimetrarsi ogni volta: 54° 39’ 53.77’’ S, 65°19’46.51’’ O m. 44. La strada, dopo le alte bianche cime invalicabili allo sguardo, suggeriva ora piccole deviazioni per la natura del terreno, uniforme per tutto lo spazio che si apriva quasi privo d’orizzonte dinanzi ai suoi occhi torturati dal vento. In alto un cielo dalla luce intensa, implacabile. Miguel gliene aveva parlato come dell’estrema culla della terra, dove si può perdere ad ogni passo il senso del tempo e dello spazio. Si portava dietro le chiassose vie di Buenos Aires, come un viatico nel pellegrinaggio verso il silenzio antartico; per questa paura di perdersi nel nulla dell’estrema Tierra de fuego, lasciava che a tratti affiorasse dal suo zaino la polvere dell’uomo che 11.000 anni prima aveva visto quello stesso cielo, ne aveva aspirato il vento e patito la luce perenne. Si fece una promessa.