La torre di Asian

La torre di Asian - romanzo collettivo

Capitolo 2
di Asian Lednev

D’un tratto non avevi più tanta fretta. D’un tratto tutta la torre vuota, per via di quell’unica parola nuova, sembrava più calda e accogliente.

Lattigine.

La parola l’hai vista comparire così, all’improvviso. Senza che nessuno ti inviasse un istant message.
“Così doveva essere, comunque”. Hai pensato.
Ti sei seduto in cima alla torre, sull’orlo del precipizio. A duecento metri di altezza. Lo sapevi che ti avrebbe accolto il vento ma sapevi anche che non avresti sentito freddo. Sopra l'acqua, quasi nera, resa scura dalla notte perenne, trascorrevano nuvole di fumo e nella tua immaginazione comparvero lastroni di ghiaccio. Avresti voluto sentire freddo. Ma non puoi. Certo sapevi che se anche tu fossi caduto non ti saresti fatto nulla. Le tue membra sono fatte di cartilagine digitale. Nel contempo hai riflettuto su quanto è stato detto a proposito di un poeta classico che aveva “dato un’impressione di nobiltà persino mentre si tagliava le unghie”. Hai dubitato che di te si potesse dire lo stesso… tu non hai le unghie, non puoi sentire freddo, non puoi perdere il tuo corpo.
Ma puoi perdere il linguaggio. E io con te.
Da quando tu esisti lo sai, io sto perdendo il linguaggio. Ogni parola parlata annunciava la prossima e in questo si fondeva creando un linguaggio unico incomprensibile. Per questo ti sei ritirato nella torre o per meglio dire mi sono ritirato in te. Ogni nuova parola che ti si formava sotto lo scorrere delle dita ti scollegava dal linguaggio. Mi scollegava dal mondo. Fino a quella parola comparsa sulla parete della torre.

Lattigine .

Hai cominciato da quella parola a ricostruire il mondo delle parole, una in fila all’altra. Ogni parola ha comiciato a richiamarne un’altra. Ad ogni parola hai tirato un sospiro di sollievo e questo ti ricollegava al mondo. Stavi fermo, sospeso, per tempi insolitamente lunghi. Era come se tu, la cui attività non prescrive nessuna regola di vita avessi bisogno di una idea per procedere. A pensare alle parole. E io qui a guardarti. Ogni parola che ritrovavi sulle pareti, che si illuminava e si lasciava leggere era un segno che “il mondo ritornava a te”. Soltanto questo, la riscoperta di una parola, era sufficiente a farti arrivare al mattino seguente, senza che ti dovesse accadere più niente

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Capitolo 2
di Mac Ewan Writer

Passavo con fare noncurante in quella land della quale non conoscevo il nome.
Il teleport spaziotemporale basandosi sui dati tratti dal PowerX mi aveva mollato proprio lì.
C’era una piazzetta popolata di giovani. Del resto, praticamente tutti gli Avatar erano/sono/saranno sempre giovani. Anzi. Col tempo il loro aspetto migliorerà, la loro possibilità di movimenti realistici si amplierà profondamente. E questo era uno dei miei problemi.
Speravo che nessuno mi rivolgesse la parola. Sulla mia testa non era illuminato il pallino della conversazione audio disponibile. Il mio nome compariva in giallo, avevo preso uno di quelli disponibili, lo avevo scelto a caso, quindi apparivo come William Hirvi.
Ridacchiavo tra di me, in finnico Hirvi significa “Alce”.
Questa volta avevo esagerato. Mi muovevo non solo in un altro tempo, ma in uno spazio virtuale vagamente retrò, definito discretamente ma nel quale i movimenti degli Avatar erano ancora rigidi e palesemente limitati.
Lì, non era ancora conosciuta la customizzazione del proprio Avatar attraverso componenti fotografiche tridimensionali.
Del resto, storicamente erano ancora i tempi in cui Marco Manray scattava foto alla ricerca dell’aspetto originale, preistorico, primigenio della realtà virtuale.
Era come assistere alla Storia in diretta. Già. Questo si dice sempre per i viaggi nel tempo, è banale. Ma io non viaggiavo nel tempo nell’universo reale, nè in uno controfattuale come aveva fatto quel mio amico italiano, il professor Foscari.
Io viaggiavo nel tempo in un Universo sintetico.
Ovviamente avevo i miei buoni motivi. Buonissimi.
Però ero costretto a vivere in uno stato semi-confusionale, avevo crisi di confusione e di identità frequenti.
Non stavo conducendo la mia solita indagine sospesa tra RL e VR. Si trattava di qualcosa di più. Molto di più.
Facendo il disinvolto squadravo i nomi degli avatar, sospesi in modo primitivo sulla loro testa Fortuna che era così, in quell’epoca. Non avrei mai potuto capire chi fosse Asian Lednev dalla foto che mi aveva fornito il Power X. La consultai dal mio inventario: Asian aveva capelli rossi. Invece adesso aveva capelli grigi, un codino e la barba. Una delle cose che destavo di queste prime esperienze di RV era l’abitudine da parte degli Emissari di cambiare continuamente l’aspetto dei propri Avatar. Una cosa che faceva capire l’anelito sperimentale e di divertissement che animava la primitiva RV. Una cosa che successivamente sarebbe diventata a malapena tollerabile, per tanti motivi....
Vabbè. Oggi Asian appariva così.
Probabilmente avrebbe cambiato ancora: speravo tornando ai suoi aspetti abituali, coi capelli rossi o con quelli Manga. Ma per quanto ne sapevo avrebbe anche potuto cambiare capelli ogni giorno...


-MacEwan! MacEwan sveglia!-
Aprii gli occhi e mi trovai di fronte il rettore Campbell in tutto il suo dignitosissimo splendore, chinato sul mio volto, verso la poltroncina pieghevole.
Mi ci vollero un paio di secondi per compensare lo shift tra RV e RL. Nel frattempo lui mi scuoteva per le spalle.
- Che mi venga un colpo, MacEwan! Vuoi fare la fine di quel tizio che hai ritrovato morto un po’ di tempo fa?-
Non ne avevo alcuna intenzione, ovviamente.
Il Rettore si riferiva al caso del cosiddetto “naufragio”, un tizio che si era attaccato a un potentissimo software sperimentale di “immedesimazione”, e si era praticamente lasciato morire di inedia pur di non distaccarsi dalla RV.
Nel frattempo mi ronzavano per la testa alcune parole in loop tipo “Asian”, “Basilicata”, “Second Life”...
Campbell mi fissava con disapprovazione. -E questa sarebbe un’altra delle tue... “indagini”?-
-Uhm, credo di sì.-
- E si potrebbe sapere, di grazia, di cosa ti stai impicciando in questo momento?-
Ero un po ‘ in difficoltà nel rispondere.
- Lei ha presente la Basilicata?-
- Credo di sì...Italia... Ma cosa c’entra?-
Ci pensai un attimo, mentre mi liberavo lentamente da elettrodi e occhiali.
- Al momento non lo so.-
- Lorenzo MacEwan, sei un collaboratore piuttosto difficile da gestire! Comunque datti una mossa, perché all’Università stiamo subendo un attacco digitale e abbiamo bisogno del tuo intervento urgente per capirci qualche cosa!-
Emisi un grugnito.
Ci mancava anche quella, proprio mentre io ero impegnato in un caso di importanza più che mai vitale.
Aprii provocando un sibilo una confetazza di caffè readymade, la ingurgitai scottandomi la lingua, afferrai il mio giaccone di pelle nera e mi avvia alla porta.
-Andiamo- dissi a Campbell.

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Capitolo 2
di Margye Ryba

La piazzetta della land era accogliente con quelle tre palme innalzate al centro del quadrato delimitato da un muretto di mattoni. I ragazzi si ritrovavano sempre lì ogni volta che volevano trascorrere un momento di relax e non sapevano dove andare. Di solito dopo alcune battute scambiate ora con un avatar, ora con l'altro, si davano appuntamento sempre nello stesso posto nella stessa land, alla discofloor, dove avrebbero ascoltato musica e avrebbero ballato fino a tarda ora. La mattina, quando capitava di andare allo stesso posto della sera precedente, lo scenario cambiava, la luce del giorno si rifletteva sulle mura bianche dei negozi e delle case creando un atmosfera diversa,
la luce quasi accecava e faceva perdere il senso di intimità della sera precedente. Il primo pensiero dei ragazzi, al mattino, appena arrivati, era quello di andare sulla spiaggia, dove in costume avrebbero potuto prendere il sole e mandare messaggi qua e là agli amici dispersi in chissà quale land di Second Life. La spiaggia bianchissima contrastava con il colore azzurro intenso del mare, la schiuma bianca delle onde si posava dolcemente e con ritmo regolare sulla riva. Da lì si poteva osservare anche il circolo nautico della land, un posto che sarebbe diventato sempre più caro a Melany, lì, oramai, aveva costruito la sua seconda casa, la sua barca, l'avevo dipinta con cura, le piaceva, dopo essersi esercitata con la vela, allinearla alle altre barche sul molo e mentre si allontanava, spesso si girava indietro per vedere fino a dove la sua barca si sarebbe distinta dalle altre, con quei colori particolari, solo osservando la randa si poteva ben comprendere che quella era la vela di Melany.

“Stasera non ci raduneremo alla dancefloor”, disse Emanuela, la ragazza che informava gli amici sulle novità della land, “andremo tutti sull'isoletta di fronte alla spiaggia. Ci sarà un bel fuoco acceso e ascolteremo buona musica sotto il cielo”. L’idea piacque molto a Melany, le piacevano quelle serate tranquille con gli amici a chiacchierare nel buio illuminato appena dalla luce del fuoco scoppiettante. Tutto si trasformava in quella atmosfera intima, persino i volti degli avatar sembravano diversi, le fiamme distribuivano i loro riflessi luminosi su ognuno di loro, Melany quasi stentava a riconoscerli, si divertiva a cercare di capire chi potesse essere ora l’uno e poi l’altro, fino a che la loro voce non li identificava chiaramente, tutti avevano da dire qualcosa, prima o poi, anche solo per ridere un po’.

Melany aveva notato che solo uno dei presenti non aveva aperto bocca, si chiedeva chi fosse quel signore distinto e silenzioso, la colpivano in particolar modo quei capelli bianchi raccolti dietro da un codino e la barba grigia. Era sicura di avere già incontrato quell’avatar, il suo nome, Asian le risultava familiare, ma di lui non sapeva niente, chissà, forse erano stati presentati a qualche riunione, ad uno dei soliti corsi che si tengono in Second Life, ecco, sì, ora lo ricordava bene, lo aveva intravisto al corso di scrittura, non aveva scambiato neanche una parola con lui ma aveva avuto la sensazione che in futuro lo avrebbe conosciuto profondamente, non che si aspettasse chissà cosa, ma a volte le donne hanno delle strane percezioni, sì, Melany era sicura che quell’avatar con i capelli bianchi e la barba grigia prima o poi si sarebbe presentato nella sua vita.



Fino a sei mesi prima Asian non avrebbe mai creduto di ritrovarsi in un mondo come quello di Second Life o Seconda Vita, come amava definirla lui, che era poco avvezzo ad utilizzare locuzioni proprie dell’inglese entrate a far parte della lingua italiana. Asian, per sua natura, rifuggiva da tutto ciò che era troppo popolare, troppo alla moda, era così da giovane e lo era ancor più ora alla soglia dei suoi settant’anni. Ripensava spesso a come nell’arco della sua vita i tempi e le stagioni erano cambiati in modo cosi repentino da non aver avuto neanche il tempo di ad

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capitolo 2
di Titty Thor

Stelle….un centinaio di piccoli pallini luminosi su uno sfondo scuro....piatto, senza profondità.
La camera girava lentamente spaziando tra quelle stelle artificiali quasi seguendo il ritmo della musica in sottofondo.
Con lo sguardo incollato allo schermo Fabrizio dotava Asian di ricordi, i suoi: dei cieli nerissimi sperimentati nell’infanzia. Il frinio incessante dei grilli che sembrava vibrare sulla superficie lasciata scoperta del suo corpo di bambino, l’odore umido dell’erba calda e sudata dall’arsura appena trascorsa, un refolo di brezza leggera inspirato dal lento alito della terra e quel buio, quel nero immenso ed ignoto punteggiato da una marea di mondi lontani….ah!
Che emozione intensa stava trasmettendo al suo avatar!
Sentirsi un granellino di polvere, un’insignificante goccia d’acqua dispersa in un’immensità raggelante ed infinita; minuscolo pezzettino biologico stupefatto dalla propria consapevolezza di esser parte di quel tutto…

Sullo schermo balenò la finestra di un messaggio privato:
- Ciao, scusa se ti disturbo volevo chiederti una cortesia….-

La cam si mosse inquadrando le spalle di Asian e l’avatar femminile che gli stava di fronte.
Caschetto nero, minuto e piccolo con i vestiti in dotazione ai nubbie.
Avrebbe dovuto segnalare che Asian era occupato, accanto al nome…

- Dimmi -
digitò lentamente sulla tastiera.

- Sono nuova, sai…ed anche un po’ spaesata. Mi hanno detto che ci sarebbe stato un incontro d’orientamento per nubbie da queste parti, ma non c’è nessuno oltre te… -


I color arancio dei capelli arruffati di Asian risaltava luminoso nel buio della notte: Fabrizio era stato attirato proprio da questo contrasto grafico nella scelta della capigliatura del suo avatar.
Gli era sembrato quasi assurdo dotare di capelli tanto eccentrici quel suo omiciattolo esile e pallido così diverso dalle sembianze umane che in genere i frequentatori di Second Life adottavano per i propri aitanti e muscolosi avatar.

- Scusa…ti ho disturbato, mi spiace… -

La nubbia appariva a disagio dal prolungato silenzio di quel buffo avatar seduto su una panchina in mezzo alla piazza. Si girò guardandosi intorno demoralizzata e fece qualche passo verso una fontana, cercando di visualizzarla meglio.

- E' una land poco frequentata, non credo sia questo il posto che cercavi… -

La ragazza si girò in direzione di Asian, stupita della tardiva risposta. Sorrise e, caparbia, provò ancora ad impostare un dialogo:

- Sì, credo proprio di aver sbagliato posto. Ma tu che fai qua tutto solo? -

Asian si rizzò in piedi, irrigidito. Maledette buone maniere…non aveva proprio voglia di far conversazione!

La nubbia non attese risposta e continuò briosa:
- Questo è un posto molto singolare, vero? Ha un’atmosfera particolare e mi sembra anche ben costruito, per quello che ne posso capire! Sai sono qua da pochissimo ed è tutto strano, un'atmosfera suggestiva, non trovi? -

- Già -

Le dita di Fabrizio digitarono automaticamente sulla tastiera.

- Però si adatta a meraviglia al tuo avatar, sembri uno spiritello dei boschi!
Io invece non sono ancora riuscita a modificare il mio aspetto è tutto così complicato!
Per esempio non ho ben capito come si fa ad indossare dei vestiti.
Ne ho scovati alcuni andando in giro, ma non so proprio come farli uscire dalla scatola… -

Sorrise ed Asian si ritrovò, stordito da quelle mille parole, a spiegare nel dettaglio come fare a tirar fuori un abito virtuale da una scatola virtuale per farlo indossare ad un pupazzo virtuale.
Spiegava con garbo, cercando di non adottare tecnicismi poco comprensibili a chi non era avvezzo all'uso di quel software.
Le continue interruzioni e le domande ingenue ed a volte impertinenti di quell’avatar ciarliero produssero in lui uno strano effetto: Fabrizio si stupì nel sentire irrigidirsi i muscoli del suo viso. Incredulo alzò una mano posandola sulle guance irruvidite dalla barba: un ghigno, un abbozzo di sorriso stirava le sue labbra. Girò la cam per guardare Asian, i lineamenti immobili, lo sguardo fisso…nessuna emozione. Decise che quello sarebbe stato il suo prossimo impegno, dotare Asian di una mimica.

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Capitolo 2
di AtmaXenia Ghia

Aprì gli occhi all’improvviso e fu colpito agli occhi dalla luce bianca accecante, come da una manciata di sabbia scagliata dentro. Li richiuse immediatamente, ma la sensazione di forte bruciore non cessò immediatamente. Solo all’apparire delle prime lacrime si calmò lievemente, lasciando cosi la possibilità di formulare un pensiero, un “perché” e una lettera dell’alfabeto, una A, che non gli suggeriva assolutamente nulla. Tutto intorno era bianco, lucente, accecante appunto. Lui stesso era di un colore così candido, che pareva non esistere. Nessun rumore. Nessun suono. Nessuna forma vivente tranne lui stesso. Così passò del tempo. Poco o tanto non vi fu modo di capirlo, nessuna connessione tra la dimensione spazio temporale e i suoi processi cognitivi. E fu una lunga ed ovattata attesa, tra veglia e sonno, sospeso tra sogno e proiezione olografica di sé, senza una spiegazione che lo destasse dall’ondeggiante torpore.
Quando entrarono, si presentarono come medici, spiegarono che quello era un ospedale e, con molto tatto ed una gentilezza ostentata, gli raccontarono di un terribile incidente aereo, unici sopravvissuti lui ed un ragazzo, che era in cura in altro centro medico, in una lontana città, loro erano lì per dargli un supporto, anche dal punto di vista psicologico, ed aiutarlo a reinserirsi nella vita di tutti i giorni, a ritrovare la memoria, un passato, una famiglia.
Avrebbe potuto, per il momento, soggiornare presso il centro, fino a cura completata, e così seguire tutta la procedura di riabilitazione senza grosse difficoltà.
Passarono i primi giorni, le prime cura fatte di pillole e domande, esami clinici per il corpo e test per la mente, domande alle quali lui non poteva per ora rispondere, sebbene, nella notte, più di un incubo lo avesse destato, lasciandogli altri frammenti, schegge di qualche vita, suoni e, sempre, una lettera. La prima dell’alfabeto. Nelle settimane successive, cominciò a fare qualche passo nel giardino del centro, così ben curato e ossessivamente innaffiato, l’aria ed i profumi, i rumori, giungevano nella sua mente come piccole frustate. Ed i sogni, tanti, confusi, mescolati, psichedelici. Una notte fece un sogno così vivido da sembrare vero, sognò, seppure non in modo sequenziale, un mare immobile, le rovine di una città, una strada deserta ed un paesaggio assolutamente inusuale e in perenne metamorfosi, sia nelle forme che nei colori. Nel frattempo, aveva fatto conoscenza con un ragazzo che tutti i giorni passava al di là della recinzione dell’ospedale, per andare in una piazzetta dove si radunavano abitualmente gruppi di giovani. Disse di chiamarsi MacEwan Writer, Mac per gli amici. E Xxanty un po’ si sentì anche lui, amico.

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Capitolo 2
di Deneb Ashbourne

La sporcizia si era accumulata sopra il davanzale: Regina sapeva che quello non poteva essere l’inizio di una buona giornata.
Dalla finestra arrivava il ticchettio delle gocce di pioggia, che Riza pareva ascoltare con la sua solita smorfia arruffata.
La notte era stata particolarmente avara e non c’erano nuove indicazioni da seguire sulla mappa. Forse era il caso di prendere una decisione, ma nessuno era in grado di proporre la direzione da seguire.
Le relazioni all’interno del gruppo si erano sfilacciate e nessuno aveva seriamente intenzione di farsi carico di riportare a bordo l’attenzione di tutti.
Bivaccavano, in attesa di qualcosa che avrebbe smosso gli animi e i corpi da quella specie di palude. Era successo senza un motivo preciso, per un lento affievolirsi dell’interesse, dell’entusiasmo. Non che le persone avessero smesso di essere com’erano. Semplicemente ciascuno aveva intrapreso una propria via di fuga, all’inseguimento di sé, non rendendosi conto che questo, a lungo andare, avrebbe disperso il gruppo. Cosa che Regina proprio quella mattina aveva cominciato a realizzare.
Tirò una leggera pedata al gatto e decise di rimettere in ordine la stanza.

Betta la senza paura non si era fermata neanche un istante quando la guardia aveva intimato l’alt.
Betta la senza cervello aveva scordato che quel giorno non era da sola ad attraversare il posto di blocco: la sua spavalderia avrebbe certamente creato problemi ai suoi compagni di viaggio.
Ryan le lanciò un urlo soffocato.
Il colpo di avvertimento risuonò secco, nello spazio aperto illuminato dal mezzogiorno senza ombre.
Betta continuò a camminare. Era concentratissima.
Poche centinaia di metri separavano il gruppuscolo dalla torre di guardia. Betta era a circa metà strada. Nessuno fiatava.
Partì il secondo colpo.
Ryan coprì velocemente la distanza e la agguantò, portandosela via di peso. Indietreggiò fino al limite di sicurezza dove erano rimasti gli altri.
La voce della guardia arrivò gracidante attraverso il megafono. Non comprendevano la lingua, ma era ben chiaro a tutti il significato di ciò che diceva.
Qualcuno dal gruppo si era messo a sventolare un fazzoletto bianco.
La camionetta arrivò in un lampo: i guardiani ritirarono i documenti di tutti e dissero loro di aspettare, mentre portavano via Betta e Ryan
Quel giorno da lì non sarebbe passato più nessuno.

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Capitolo 2
di Sunrise Jefferson

Il ticchettio della tastiera, secco e ipnotico, scandiva il passare del tempo mentre il traguardo si faceva via via più nitido. Scriveva di sé e del suo alter ego, scriveva di ciò che era e di ciò che avrebbe voluto. Un’ambulanza tagliò l’aria fresca della notte e lacerò il foglio dei pensieri di Asian. Si fece un altro caffè, portando quasi istantaneamente la velocità del suo cuore in sincronia col battito vitale della tastiera.

Voleva raccontarlo, doveva raccontarlo a tutti quell’amore simbiotico con la sua Torre. Quell’amore strano, solitario e rugginoso che lo aveva spinto a partorire, come un ventre e un simbolo fallico assieme, l’altra Torre. Una Torre sospesa nel tempo, così piena di significati da essere quasi troppo in una notte sola. Claustrofobica come il collo di un utero che non si dilata mai, di cui vedi la fine senza riuscire a raggiungerla. Ad anelli, come il faticoso incedere di un serpente che compie il miracolo del movimento senza arti. A doppia camera, come una procreazione isolata e stagna. E bianca, come il latte materno, sieroso e dolce. Asian partorì quella notte; partorì un simbolo evidente e vitale, e lo regalò.

Asian era ancora immerso in un silenzio sospeso quando arrivò, prodromo di un evento puntuale e ineluttabile, il ronzio sordo del bracciale di identificazione. “Presentarsi controllo identificazione semestrale”, scorreva sul display. Una corrente sgradevole percorse il sensore del bracciale, che si spense lasciando nella bocca di Asian una traccia metallica. Quasi a ricordagli che non poteva scappare. Doveva fare tutto in pochissimo tempo, prima di tornare ad essere colui che gli altri conoscevano. Quello che gli altri credevano di conoscere. Iniziò a muoversi in fretta, radunando i supporti digitali che costituivano, di fatto, il suo regalo a quello strano mondo. La sua Torre doveva essere consegnata a chi ne avrebbe avuto cura. Come un testamento spirituale, un ossimoro acceso e stridente in una realtà che non prevedeva spirito né morte. Compose il codice di accesso alla comunicazione virtuale. Il terminale rispose immediatamente: “Selezionare nominativo avatar richiesto”. Asian digitò rapidamente un nome. Non un nome a caso, ma il nome dell’unica identità che gli avrebbe assicurato la salvaguardia delle sue creazioni. Che gli avrebbe forse consentito, con un po’ di fortuna, la sopravvivenza in cui Asian sperava.

Uscì correndo, accolto dalla luce incerta dell’alba, nel momento in cui tutto è ancora, e allo stesso tempo non è più. Si diresse verso l’imbocco della galleria di trasporto, il torace coperto dal guscio rigido nel quale custodiva il suo personale tesoro. Doveva arrivare in tempo, prima che il secondo avviso del bracciale di identificazione gli imponesse la visita al Terminale di Land. Riuscì a salire sulla navetta pneumatica un istante prima che il sibilo, come un lungo rantolo, chiudesse il passaggio. Si agganciò al sostegno verticale e sopportò il contraccolpo della pressurizzazione della navetta. Via, via velocissimo come i pensieri, come la paura, come l’inizio e la fine. Via verso la meta. No, rifletté, non verso la meta… solo verso il prossimo capitolo di una storia, pensò, che sembrava non finire. Che sembrava non avere capo né coda ma, ne era certo, si sarebbe ricomposta come un mosaico antico. Fatto di minuscole tessere cangianti come, sorrise fra sé, i raccordi a reticolo della sua Torre.

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Capitolo 2
di Azzurra Collas

Lauriana si stropicciò il lobo frontale destro dal quale stava guardando l’ultima performance di Astrolabia, l’artista assoluta dell’emisfero destro del mondo siderale. Lo spazio in cui si muoveva Astrolabia sembrava non avere confini, come un filo sottilissimo, reso quasi opaco dall’imminente tramonto lunare, un fluido fiume di memorie avvolgeva l’equatore celeste. Astrolabia conosceva a perfezione l’arte di risvegliare da quel fiume indistinto attimi bloccati in immagini viventi. Lauriana ne era affascinata, il suo potere, il potere della sua arte, dava spessore e colore al piatto emisfero in cui sopravvivevano gli umani. Ormai 1833 anni, pensò Lauriana, trascorsi da quel lontano 2007, quando l’esplosione dei 1000 pozzi petroliferi della Basilicata, ultimo folle gesto di terroristi che sarebbero rimasti impuniti, aveva avvolto il pianeta in una nube grumosa, veleni e veleni di cui tanto s’era detto. Pensò che avrebbe potuto riallineare i tempi e riprendere quell’azione interrotta dalla violenza di uomini che avevano fatto del giusto desiderio del rispetto della loro terra un motivo di morte senza scampo. Non poteva non ripercorrere con l’angoscia del sopravvissuto le news che si intrecciavano come impazzite per il mondo annerito dalla pioggia di particelle di petrolio, lugubre avviso di morte che si posava su tutto e tutti. Quanto tempo c’era voluto perché il mondo si riprendesse da quel terrificante bagno nero. La Basilicata ne avrebbe portato i segni per sempre, come un cupo mantello dove neppure la memoria poteva trovare spiragli di luce. Sì, lei avrebbe potuto farlo, avrebbe potuto sollevare quel mantello e ripartire di lì per riprendere le indagini, ma cosa sarebbe cambiato per le generazioni scomparse, per le città mute, per quelle gocce di memoria che vagavano nel cosmo come inutili scorie di un tempo che nessuno rimpiangeva. Lauriana pregò dentro di sé che Astrolabia la lasciasse libera di perdersi nel nulla…Ma intanto la memoria le imponeva, caparbi ospiti suo malgrado, un’immagine e un nome. Lorenzo, il netective, nella cui memoria Astrolabia poteva penetrare e agire. Ecco, sì, era stato nel Michigan, a quella straordinaria conferenza sullo stato delle società postpetrolifere che ne aveva sentito il nome per la prima volta, per un effetto d’eco la sua voce era entrata nel suo lobo mentale sinistro, un’intonazione tra l’umoristico e il tragico che aveva messo in moto quanto restava delle sue corde emotive. Da quel momento si era stabilito come una sorta di legame elettivo tra Lorenzo e Lauriana, anche se Lorenzo, ovviamente, non ne sapeva nulla. Ma gli echi emotivi si diffondono oltre ogni volontà individuale, pensò Lauriana, ripetendosi le parole di Astrolabia. E così senza neppure saperlo cominciò ad attendere…
Astrolabia aveva compiuto il miracolo che solo l’arte può compiere: un tempo e uno spazio paralleli costruiti in un luogo mentale, tra l’orizzonte di Utòpia e quello di Astolfo, un sogno, o un incubo, cui seguiva al risveglio un accesso di tosse e lacrime lacrime lacrime, residui di umanità che trasudavano per un effetto di memoria genetica dai microcips periscopici al culmine della sua fronte. Astrolabia la fissò mentre la fissava, aspettò che la visione si placasse e che tutto tornasse all’indistinto e che dai bronchi di lei riprendesse il flusso catramoso del respiro. - Interrompere il collegamento - ordinò alla memoria - chiudere il programma. Shoot down -. Astrolabia ripiegò Lauriana e si allontanò già pensando alla prossima installazione. L’attendeva Asian, sull’orlo grumoso del mare di Utòpia.

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Solo ora ho notato che al mio secondo capitolo manca un pezzo...lo aggiungo qui sperando di non fare ancora più confusione.
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da non aver avuto neanche il tempo di adattarvisi. Mai avrebbe pensato, Asian, di fare uso, nella fase finale della sua vita, di una macchina che elaborasse informazioni e dati , di tenerla sempre appoggiata sul letto d’ospedale in cui stava e che lo avrebbe fatto compagnia durante i giorni bui che si presentavano.
Quella macchina lo sconcertava e lo attirava, spesso, quando sapeva di non essere visto da nessuno, ci dialogava persino in quella stanza bianca e asettica. Strano a dirsi, la vitalità gli arrivava da lì , da quell’arnese elettronico, da dove poteva interagire con altri suoi simili in un mondo virtuale chiamato Seconda Vita. Spesso ripensandoci, comprendeva che oramai quel legame ombelicale era diventato frustrante e affascinante al contempo, quella macchina gli faceva amare la vita come mai era accaduto in quei suoi miserevoli 70 anni, proprio ora che i medici non gli avevano dato molte speranze. Il suo male avanzava sempre più e i mesi che gli restavano da vivere erano pochi, dannatamente pochi.

Cosa ne aveva fatto della sua vita? Questa domanda oramai rintronava come una campana di morte nella sua testa e la risposta che si dava era sempre la stessa , gli pesava come un macigno sul petto e non poteva liberarsene. Solo ora, Asian comprendeva bene che nella vita gli era stato offerto di tutto ma lui non aveva saputo fare buon uso dei giorni favorevoli che si erano presentati. Se solo fosse stato meno egoista, ora, avrebbe una moglie devota e una figlia affettuosa che gli avrebbero recato gli ultimi conforti, quelli che non si negano neanche al peggiore criminale nei momenti finali della sua vita. E invece, era li, solo con la sua desolazione, con il suo egoismo e una macchina che
lo affliggeva facendogli venire il desiderio di vivere.
La mente di Asian andava a sei mesi prima , quando inaspettatamente ci fu una visita per lui. Un uomo di cui si ricordava bene, erano stati amici di gioventù, Giorgio De Lorenzi, si erano entrambi sposati, per altri sette anni si erano frequentati, le loro figlie crescevano insieme, andavano alla stessa scuola,
ma con il tempo avevano perso i contatti. Ora lui era li e Asian non capiva come avesse fatto a rintracciarlo visto che lui, con il passato, con quel passato aveva tagliato i ponti.

“Ciao Asian, sono contento di rivederti, anche se avrei preferito vederti in circostanze diverse. “ Asian leggeva l’imbarazzo sul suo volto , quel tentativo di apparire disinvolto, le frasi dette a metà tra un sospiro e un altro rendevano l’aria della stanza ancora più irrespirabile. Tuttavia era felice che qualcuno si fosse ricordato di lui, ma perché qualcuno avrebbe dovuto ricordarsi di lui, cosa aveva mai fatto lui per gli altri? Niente, anzi, meno di niente, soprattutto per i suoi cari, per sua figlia che aveva abbandonato insieme alla madre. Ora, prima di morire, avrebbe pagato chissà cosa per avere notizie di sua figlia, lo desiderava da tempo, ma non aveva il coraggio di cercarla, di vedere come era diventata, come era cresciuta senza il suo papà che un tempo amava tanto e che ora sicuramente detestava. No, non era possibile vederla, lei, non avrebbe mai accettato e poi perché incontrarla? Per farle vedere come il padre si era ridotto? No, semmai un giorno l’avesse vista, si sarebbe accontentato di vederla da lontano senza farle pesare la sua presenza.

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