La torre di Asian

La torre di Asian - romanzo collettivo

3° capitolo collettivo - Sunrise Jefferson, Margye Ryba, Asian Lednev, Alzataconpugno Tuqiri, AtmaXenia Ghia, Azzurra Collas, con Deneb Ashbourne, Aldous Writer, Ginevra Lancaster.


L'isola di Asian ci accoglie. E' un lunedì, solita riunione per il romanzo collettivo. Ma oggi non è un lunedì qualunque, oggi siamo sull'isola del romanzo. Ci lasciamo tentare dallo spazio sinuoso della torre istoriata di parole, lunghi legamenti di lettere riflettono pensieri e azioni e immagini che le hanno generate, ne ricerchiamo il verso e la direzione, finché non ne scopriamo il posto nell'ordine logico che le ha bloccate lì in una catena di senso. Penetriamo alla base la torre, è phantom, la scaliamo flying e poi ci lasciamo cadere giù, più e più volte, mentre, dispersi nel cerchio lattiginoso, ci cerchiamo in chat come per timore di perderci e di non completare insieme quel rito d'iniziazione ad uno spazio e ad un tempo che ci contiene con leggi proprie. Poi la lasciamo, la torre istoriata di parole, guscio vuoto della nostra anima-tartaruga, per una più domestica piattaforma trasparente, che Asian ha lanciato come una rigida amaca da cima a cima. Qui sulle poltrone colorate, il fuoco acceso, l'orizzonte segnato da un improbabile vulcano di un altro orizzonte, focalizziamo l'importanza del punto di vista nella dinamica del racconto. Caffè d'obbligo, per essere umani oltre ogni ragionevole dubbio. Odori, voci, miagolii sconfinano dal mondo reale. Il silenzio dell'isola sconfina nel rumore di fondo della nostra vita reale. Stiamo scrivendo. Da un voice lasciato aperto un respiro regolare e quieto scandisce il tempo della scrittura. Notecards, come biglietti aerei verso il possibile, attraversano spazi individuali per depositarsi sullo schermo collettivo.

La piattaforma era spazzata dal vento. Vento freddo, vento largo, a tratti scaldato da una fiamma lontana. Vento denso. Restavo in ascolto cercando le voci che dalle isole lontane avrebbero potuto essere portate verso di me. Cercavo storie nell'aria ma le parole non le trovavo. I paesi oggi non parlano più... tacciono e con loro il vento che li attraversa. Forse per questo motivo le parole vengono scritte sui muri, sulle torri. La piattaforma era così silenziosa che solo allora arrivai a capire che quel silenzio erano le parole dell'isola. (Asian Lednev)

Mi accoglie un tappeto reso soffice da frammenti di storie e di amicizie. Appoggiati, gusci colorati come arlecchini, fiori sfacciati che scuotono la sobrietà claustrale dell'isola silenziosa. Un cerchio di pupazzi perfetti nasconde vite profumate di pane e di dubbi. Mi siedo e accetto un caffè, caldo di pensieri. (Sunrise Jefferson)

Sono circondata da persone, mi sento più isolata della stessa isola su cui sono. Non capisco quello di cui parlano, le voci mi giungono spezzettate, sento il mio cuore schiacciato in una morsa ed ho solo una enorme voglia di piangere. Mi chiedo ancora perché sono qui, il senso di vuoto che percepisco non è dato dal vuoto che vedo attorno a questa isola, no, è dentro di me. Dicono che la ragione esiste, anche se non la trovo. Ma sapere la ragione di tutto questo, aiuta forse a cambiare la situazione? Potrei trovarmi anche in un bellissimo paradiso, ma mi sentirei allo stesso modo. Vorrei tanto che questo momento passasse e andasse via per sempre, ma so che puntualmente ritornerà. Ecco le mie sensazioni, avrei voluto dire cose diverse, ma ora mi sento così e non ce la faccio a scrivere cose diverse. Il vuoto che sento dentro è più grande di quello che vedo attorno a quest'isola. (Margye Ryba)

...sperduta, lo spazio è noto, sembra un ritorno. E' tutto come me lo immaginavo, ma mi è difficile orizzontarmi. quello che vedo non sembra rassicurarmi. Mi mancano i rumori, gli odori. Sono io che non li percepisco? o sono assenti? posso osservare il mio corpo dall'esterno, si muove goffo, a scatti. Ecco, non sono più sola, ma... chi mi raggiunge, due donne eleganti e bellissime, inespressive, mi trapassano con lo sguardo e io mi rendo conto di non essere sicura di poter comunicare con loro. Mi si piantano davanti, anche io mi fermo, il loro corpo ondeggia, come il mio. Non posso... (Alzataconpugno Tuqiri)


Quando mi avevano posato sullo scoglio, all'ingresso della spiaggia, il mio orizzonte era cambiato di molto. Abituata ad osservare la soffitta scura della vecchia casa e a respirare l'aria polverosa della stanza dove si erano accumulati per anni strati di denso pulviscolo, aveva fatto fatica ad abituarmi alla nuova collocazione. Ora le onde del mare mi lambiscono la veste di pizzo ed i capelli, legati in una treccia bionda e spessa, paiono incollati. Ora vedo le stagioni scorrere dal mutare del colore del cielo.
L'odore del pesce mi attirava verso quell'angolo nascosto del porto. Ricordo ancora bene le mani protese a raccogliermi, quando ormai piangendo, avevo perso l'orientamento. Mani callose e grandi che mi avevano preso delicatemente tra i palmi per depositarmi qui, con amorevolezza. Avevo spiato a lungo timoroso quel luogo senza azzardarmi ad esplorare, mentre con dolcezza venivo esortato, il porto era pieno di rumori e sempre pieno di barche in arrivo. Oggi osservo dall'alto di un bidone le persone discutere animatamente. Il mare si muove sinuoso ed accattivante. Il sole è quasi al tramonto. Il mio padrone allunga un dito e sfiora il mio naso e sento un profumo di sale.
Erano anni che viaggiavo sui pescherecci. Anni che, faticosamente, giorno dopo giorno gettavo le reti nel mare. Il sole cuoceva la mia pelle e la stanchezza ogni sera si anticipava il suo tempo. Appena l'avevo vista, avevo capito che quella sarebbe stata la mia casa. I colori pastello e le stradine strette e scivolose, bagnate dall'umido della salsedine, il sorriso delle persone ed il mare sempre quieto, m'invitano come sempre alla riflessione. Raccolgo come sempre il minuscolo gattino abbandonato e la bambola posata sullo scoglio e torno, canticchiando, alla torre. (AtmaXenia Ghia)

Come ci fosse arrivata era davvero un mistero. Qualcuno o qualcosa l'aveva certo portata lì, ma, come se non avesse avuto volume o massa o peso, l'aveva fatto senza nessuno sforzo. Si era sentita depositata lì senza peso, come una piuma, anche se poi in un attimo rapido e ingovernabile aveva toccato il fondo di una gola, e giù giù senza resistenza lungo la china della montagna. Nel fondo una sensazione di caduta, il piegarsi delle ginocchia, un leggero scuotersi dei fianchi, ma senza l'impressione di dolore né l'angoscia dello sprofondamento. Lei, che neppure osava guardare giù dal balcone sul ground zero della strada sotto casa giù giù in basso, dallo strapiombo del casermone di 13 piani. Bionde. Esili. Il corpo ben delineato sullo sfondo mosso dalle guglie e da quello strano profilo luminoso, intarsiato di parole. Una testa rossa di capelli a mazzetti, seduti diligenti, tazza di caffè in mano, desidero sentirne l'odore, arriccio il naso, che non si arriccia. Non riesco ad arricciare, eppure sono così mollemente stesa su questa poltroncina, allungo la mia mano, che non si allunga, ora mi brucio - dico - ma non brucio. Eppure brucio di curiosità, brucio di attesa. Tra poco entrerò nella torre e allora...(Azzurra Collas)

Deneb, Ginevra, Aldus oggi hanno scelto il ruolo di lettori, ascoltano in silenzio insieme alla torre, preziosi testimoni della nostra prima volta di scrittori collettivi sull'isola di Asian.

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3° capitolo - Azzurra Collas

Laura l'aveva colpita per lo sguardo sognante, davanti al pc acceso. Imprevisto, in un convegno di scienziati del nostro livello, aveva pensato e subito fissato l'evento, con la solita precisione scientifica. Imprevisto, in un momento così duro per l'Italia. Perché lei era italiana, questo le era chiarissimo. Quasi l'aveva invidiata per un attimo. Era andata a cercare nella sua vita, beh, nella vita della sua mente, un attimo in cui avesse smesso di pensare per cominciare a sognare. Ricerca vana. Essenziale, razionale, presente a sé stessa, piedi saldamente per terra e mente ancorata alla "verificabilità". Ricordava perfettamente la domanda di una scrittrice che le aveva dedicato il premio letterario "Parola di donna": - Professoressa Hack, cosa ha cercato e trovato tra le stelle? -. Ricordava che aveva risposto da scienziata, perché non sapeva essere altro, in fondo: - Le stelle sono ammassi gassosi, niente di più, quello che vi ho cercato e trovato è la verifica di teorie scientifiche intorno alle quali ho lavorato con i criteri della razionalità. -. In fondo si era pentita di quella risposta. Davvero non aveva trovato, o meglio cercato, nient'altro tra le sue stelle? Aveva dovuto continuare a rispondersi: - Nient'altro. Nient'altro che materia gassosa. Evvia. -.
Dal comodo angolo della hall guardava Detroit espandersi in verticale, le torri perfettamente tornite del Detroit GM Renaissance Center sprofondavano nell'orizzonte del Michigan e sembravano oscurare le stelle di quella serata estiva. I manifesti ancora visibili dell'Electronic Music Festival completavano il panorama della città specchiata sui Grandi laghi.
- Un caffè? Posso offrirle un caffè, professoressa? –
Presa in contropiede, benché non avesse nessuna voglia di caffè americano, aveva risposto: - Sì, grazie... - Era la sognante che voleva offrirle un caffè.
- Io la conosco, di fama, professoressa Hack, ho sempre apprezzato la sua rigorosità... -
- Beh, non me ne vanto, non mi costa nulla, è il mio modo di essere, rigorosa dico, da scienziata. Comunque, piacere e grazie. -.
Il caffè, avevano convenuto, era imbevibile, ma l'approccio era stato gradevole. Margherita aveva sempre amato i giovani, le piaceva dar loro fiducia, essere disponibile, saldare la loro voglia di nuove avventure alla sua voglia di riposo, ormai inevitabile. Gli anni passano inesorabili, loro sì, che sono freddi e scientifici, sempre -1. Non si era sbagliata, Laura non era una scienziata, era una giornalista freelance. Una rivista italiana l'aveva inviata al convegno per un resoconto sui problemi delle società postpetrolifere. La GM, in collaborazione con il NAPHI (North American Public Health Institute, istituito dalla Wayne State University, Detroit, e dalla University of Windsor, Ontario), aveva invitato scienziati e ricercatori da tutto il mondo per affrontare il problema principe delle società petrolifere: il passaggio verso una società mondiale postpetrolifera, resa ormai indispensabile dalla riduzione della produzione e dal terrorismo internazionale che aveva cominciato ad attaccare in più punti del globo pozzi e compagnie petrolifere. La notizia di quanto era avvenuto in Basilicata in quei giorni aveva orientato il convegno verso un'impostazione operativa. Terroristi ecologisti, forse senza neppure prevedere la gravità della loro azione distruttiva, avevano decretato la fine del Mezzogiorno d'Italia. Ormai solo una coltre di melma nera. Era questo il tema di fondo del convegno di studi, ora: come liberare una parte così ampia di territorio dall'alta coltre melmosa (la parte operativa), sarebbero rimasti in ombra almeno per alcuni giorni quelli di fondo previsti dal programma normale: come immaginare un futuro senza petrolio (la parte socio-politica), dove trovare fonti di energia rinnovabili, non dannose come il petrolio e il nucleare (la parte tecnologico-scientifica). Era un convegno pluridisciplinare. Agli astronomi era stato affidato un tema specifico: Stelle ed energia nell'era postpetrolifera. La ragione un articolo pubblicato mesi prima su "Le Stelle", vi si ipotizzava il ritrovamento di fonti di energia applicabili alla vita umana su pianeti vicini alla Terra, primo tra tutti Marte.
Laura era nata a Potenza, beveva caffè americano come una sorta di punizione celeste, mentre sognava la Basilicata che non c'era più. Ecco cosa sognava. Una terra verde ormai irrecuperabile, almeno allo stato attuale delle tecniche di recupero. Il Dr. King Hay Yang, professore di Ingegneria Biomedica e direttore del Bioengineering Center, College of Engineering, che aveva messo a punto il suo cyberuomo, affermava che un manipolo di questi robots iperintelligenti, accompagnati da tecnici addestrati ad hoc e da una strumentazione specifica avrebbe potuto lavorare senza danni nei territori inquinati. Non era possibile, tuttavia, intervenire subito, occorreva che l'aria tornasse entro limiti di respirabilità, anche se per lungo tempo sarebbe stato ancora necessario l'uso di respiratori per filtrare le particelle di greggio che avrebbero continuato a galleggiare nell'atmosfera. Il cielo sarebbe rimasto oscurato per parecchie settimane, rendendo l’aria irrespirabile e limitando di fatto le operazioni aeree e terrestri, anche il mare era impraticabile, coperto da una densa patina di greggio. Era oggetto di particolare preoccupazione anche il fatto che la spessa coltre di fumo, come un’efficace cortina antiluce, avrebbe consentito una prolungata sopravvivenza sul terreno a virus ed agenti patogeni, protetti dall’azione dei raggi solari. La proposta del dr. Yang aveva trovato consensi. Si trattava di renderla operativa. La GM si offriva di coprire parzialmente i costi. Il governo italiano era stato informato degli aiuti in arrivo.
La serata si preannunciava carica di tensione. Gli schermi televisivi rimandavano continuamente le immagini dell'Europa sotto una pioggia più o meno densa di greggio. Laura era sempre lì, sognante.
- Che si fa, signorina? - Margherita le si rivolse con il suo fare gioviale di toscana, gioviale anche quando magari il cuore detta altro, perché, ci teneva a farlo sapere in giro, magari gli scienziati non sognano, ma certo soffrono. E profondamente, soffrono per le responsabilità che si portano dietro, che conoscono e non sempre possono governare. Laura lo sentì quel cuore dolente dietro quel volto gioviale. Le mostrò il pc, trattenendolo tra le braccia, come si mostra un segreto. Lo schermo galleggiava nel mare d'Utòpia.
- Qui - le disse - non è cambiato nulla. -.

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3° capitolo - Sunrise Jefferson

Asian arrivò sull’Isola verso sera, quando i colori sono inquietanti e avvolgenti al tempo stesso. Si appoggiò al suo piano di lavoro, una lastra touch screen sulla quale doveva impostare l’identità, prima di iniziare il trasferimento dei dati. Un ronzio annunciò l’avvenuta connessione; si preparò ad aspettare la risposta del terminale. La persona di cui aveva un disperato bisogno doveva essere lì, da qualche parte, in attesa.
Si prese qualche momento per riflettere. Per ricordare, anche; un lusso che oramai si permetteva sempre più di rado. I ricordi - pensò - sono la forza del futuro. Sono l’unico ormeggio che ci tiene attraccati alla speranza.
I pensieri ne innescarono altri, teneri e dolorosi; come un gigantesco domino in equilibrio precario, in attesa di una piccola vibrazione che, come una reazione a catena, crea disegni inaspettati e mutevoli.

Un suono improvviso e acuto iniziò a pompare adrenalina in Asian, che non si aspettava l’allarme del sistema. Qualcuno era entrato nella rete di Comunicazione e Controllo, e lo aveva fatto senza le autorizzazioni richieste. Il panico avvolse il rosso ricercatore, mentre mille frenetici interrogativi viaggiavano nelle corsie elettroniche del suo guscio. Spense di colpo, prima che informazioni preziose potessero cadere nelle mani sbagliate. Era immobile come una preda che ha fiutato il pericolo. Mani sbagliate… chi decide quale parte è giusta? si domandò.

- Modalità giorno. Sonoro di Land. Attivazione barriere di controllo – declamò con chiarezza al sensore vocale, sperando che riportare l’Isola all’aspetto “pubblico” potesse in qualche modo servire a contenere i danni dell’attacco. Sapeva che non sarebbe stato così, e il gesto appena compiuto serviva solo a lui, a dargli un senso di normalità ben lontano dall’ansia con cui si disponeva a fare i conti.
Doveva trovarla. Doveva assolutamente trovare il modo di comunicare con l’unica persona in grado di concertare gli interventi, di trovare i tasselli per ricompattare i frammenti persi nel caos. L’unica persona in grado di preservare il suo lavoro, con tutto quel che significava, compreso il prezioso segreto delle parole ologrammate sulla Torre, dentro il doppio cilindro silenzioso che conteneva invece l’unica voce salvifica per le Terre.

Freddo. Un freddo tremendo. No, non poteva essere… non lì, dove la temperatura non era che un insieme di suggestioni create da colori e forme. Non in un luogo dove tutto era possibile, tranne la vita autentica e perduta da tempo: quella vita di odori e tatto, di amore fatto col corpo, di suoni prodotti da vibrazioni dell’aria, di colori che cambiano solo quando è il momento. Quella vita di sole che tramonta dopo un giorno, solo dopo un intero giorno.
Fu un attimo. Fu un brevissimo attimo in caduta libera, come dentro un buco profondo, nero e senza contorni. Perse l’orientamento e, in rapida successione, la coscienza. Da quel momento, era tutto nelle mani di qualcun altro. Il passaggio del testimone sarebbe dovuto avvenire senza l’aiuto di Asian.

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3° capitolo - piega Tuqiri

L’Incauto

Asian l’Incauto aspettava che il cerchio del suo sguardo finisse di condensare l’orizzonte dell’appartamento nella luce del proprio protettivo mezzogiorno.
Era del resto questo il terzo comandamento che il Demiurgo aveva inserito nelle sinapsi del suo avatar, o meglio della sua mente ancora vergine, al momento della sua prima muta, quella che la aveva trasportato dal pensiero in potenza all’atto pensante.
Gli altri due, l’impossibilità della morte se non per mano del proprio Sembiante e la moltiplicabilità del proprio esserci, non avevano mai fatto sentire Asian così libero dalla provvisorietà, quanto questa perenne possibilità di fuga dal buio del nulla relativo.

Osservava svogliato il suo delinearsi cromatico.
La nuova skin che Asian la Rassicurante, gli aveva donato nel contatto precedente prima di salutarlo, gli appariva sì ancora vagamente estranea, ma nello stesso tempo lui l’avvertiva già come parte integrante della propria presenza, come se solo ora fosse riuscito a mostrarsi liberamente dopo aver staccato l’ingombrante involucro della pelle-madre, ormai lacerato dai continui ritocchi alla propria insoddisfatta apparenza.

Contò senza fretta e con un leggero senso di nausea i piccoli granuli di sangue rappreso che rendevano scabro l’incavo tra pollice ed indice della mano sinistra. Non fu sorpreso più di tanto dal fatto che stessero diventando così numerosi.
Certo, sapeva di star esagerando e del resto il suo Sembiante già da parecchi giorni (forse sarebbe più esatto dire mezzo-giorni) aveva iniziato ad inviargli piccole scariche di tensione ad intensità crescente, primo livello questo di una scala di otto che aveva al suo culmine la chiusura definitiva della porta di quit, con la conseguente condanna a vagare nell’eterno presente del proprio essere qui ed ora.

Non le poteva ignorare, ma sopportare ancora per qualche rientro quello sì, o almeno così Asian l’Incauto sperava.
In fondo quella sorta di sogno che lui era non doveva temere niente che non fosse la propria naturale inclinazione al suicidio virtuale; ma questa prospettiva gli appariva ancora troppo indefinita per rappresentare un’ipotesi realizzabile.

Attese che anche l’ultimo frammento di Lei si delineasse, bruno e lucente, si avvicinasse a lui con passo leggero e sussurrasse ancora una volta a lettere color dell’ onda lontana il proprio abbraccio profumato di vaniglia.
In fondo c’era ancora un po’ di spazio nell’incavo della sua mano.

Fuori, oltre la doppia parete della Torre sospesa nel buio dell’incompreso, il Demiurgo era adesso, per qualche istante almeno, in pace con il proprio demone.

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3° capitolo - Margye Ryba

“ Certo che sono passati parecchi anni, Asian, ti ricordi come eravamo da giovani?" L'amico Giorgio si sforzava di rompere il ghiaccio, leggeva l'imbarazzo sul volto di Asian e da parte sua ce la mettava tutta per metterlo a suo agio, non voleva che Asian si accorgesse del sentimento di pietà che provava, si ricordava bene di quanto fosse stato in passato un ragazzo orgoglioso. Non era facile in quella situazione drammatica trovare un solo punto di conversazione che potesse dare anche un pò di sollievo ad Asian che per quanto fosse contento della presenza del suo amico, ne sentiva anche il peso, lui gli ricordava il passato, un passato in cui solo ora comprendeva quanto fosse stato felice.
"Sai che ho visto tua figlia?" Queste parole di Giorgio, scossero Asian dal torpore, all'improvviso i suoi occhi brillarono di una strana luce. "Dove? Quando?"
Giorgio fu quasi sorpreso da questa reazione, pensava che oramai in lui non rimaneva più un briciolo di senso paterno e invece aveva cambiato persino la sua espressione facciale. Ecco , ora Giorgio, sapeva di cosa doveva parlare con lui per farlo scuotere da quello stato di depressione. " A dire il vero non l'ho vista di persona, mia figlia un giorno mi chiamò facendomi vedere dal suo computer un avatar di sesso femminile, mi disse che quell'avatar era tua figlia, Melany, si erano conosciute in Second Life, ma solo dopo parecchio tempo scoprirono di essere in realtà le amiche d'infanzia che frequentavano le stesse scuole elementari".
Asian, non sapeva niente di computer, persino la parola avatar gli era sconosciuta e non capiva come potesse sua figlia entrare in un mondo virtuale. Fu preso da una curiosità
improvvisa e domandò con ansia al suo amico : "Ma tu sai dove mia figlia abita ora? Sai cosa fa? Come vive?" Giorgio, aveva previsto queste domande ed era sinceramente dispiaciuto di non potergli dire altro, Melany, non aveva dato notizie della sua vita reale. Si propose di domandare, di indagare oltre per poter ritornare con altre informazioni alla prossima visita. "Si, ma ricordati Giorgio, non devi mai far capire che sono io, suo padre, a voler sapere sue notizie". Questo atteggiamento di Asian non piaceva molto a Giorgio, lui invece, al posto suo avrebbe fatto il contrario, avrebbe fatto di tutto per far comprendere quanto il padre ci tenesse a cercarla, ma si ricordava che anche in passato Asian aveva quel carattere burbero e poco incline a manifestare i suoi veri sentimenti, sembrava che ora, nella vecchiaia, quelle caratteristiche gli si fossero ancor più radicate.

La partenza di Giorgio mise Asian in uno strano stato di eccitazione, si domandava se realmente fosse riuscito a sapere altre notizie di sua figlia e come avrebbe dovuto comportarsi qualora avesse saputo dove abitava e che vita faceva. Ma l’eccitazione era accompagnata anche da una dolorosa ansia che gli derivava dalla consapevolezza del progredire della sua malattia , probabilmente non avrebbe fatto in tempo a rivedere sua figlia.
Il mattino seguente, Asian provava un leggero benessere in tutto il corpo, si sentiva quasi di buon umore e la cosa lo sorprendeva non poco. Oramai aveva dimenticato come era bello sentirsi bene, si rammaricava di non aver saputo godere dei giorni di buona salute, pensava a come è facile prendere tutto per scontato , quando le cose vanno bene.
Accese il televisore, cosa che oramai faceva di rado, voleva sapere le notizie del giorno, da tempo oramai quell’apparecchio era spento, quasi fosse il televisore stesso a voler rispettare il dolore di Asian che stava perdendo interesse per tutto ciò che lo circondava. Mentre era rannicchiato nel suo letto intento ad ascoltare il telegiornale delle 10,00, arrivarono i medici, di solito erano in tre, uno , il piu anziano, il Professor Emilio Danzetti era quello che prendeva la direttiva e gli altri due, molto più giovani di lui, lo seguivano ogni mattina nel giro delle visite, erano giovani che amavano intensamente il loro lavoro e lo svolgevano con una grande dose di umanità e professionalità. Uno dei due , Antonio Laterba, aveva stabilito oramai con Asian un rapporto confidenziale e di fiducia, cosa non molto facile, considerando il carattere poco socievole di Asian, ma la malattia lo aveva oramai lasciato indifeso da qualsiasi resistenza , e poi, nei riguardi di Antonio, avrebbe volentieri lasciato da parte qualsiasi sentimento di diffidenza, quel giovane dalla sguardo limpido e dal viso pulito, sempre sorridente e positivo, gli ristorava l’anima.

“Come andiamo oggi signor Asian?” chese il Professor Danzetti, la domanda era di routine, il Professore sapeva che probabilmente Asian non avrebbe fatto neanche un minimo accenno con la testa per rispondergli, aveva compreso che quando voleva sapere qualcosa riguardo al suo paziente difficile doveva rivolgersi ad Antonio e quindi non gli ripeteva mai la domanda . Quella mattina stranamente Asian rispose al Professore , la cosa suscitò stupore tra i medici che si guardavano tra loro con meraviglia. Ma l’attenzione di Asian andò subito al telegiornale che parlava del mondo virtuale di Second Life, chiese di alzare il volume del tg perché non voleva farsi scappare quella notizia, ma cos’era poi realmente Second Life?
“Un’altra diavoleria di internet” rispose sorridente il Professor Danzetti “ non sanno più cosa inventare questi programmatori telematici”. Antonio invece sembrava molto preparato sull’argomento: “Conosco bene Second Life, in pratica è una piattaforma virtuale dove gli utenti rappresentati da avatar possono interagire tra loro dedicandosi ad attività di ogni genere che possono avere riscontro anche nella vita reale.”
L’interesse di Asian per Second Life non passò inosservato al Professor Danzetti, che in disparte chiese ad Antonio di dedicare più tempo al paziente Asian, consapevole del fatto che se avesse provato interesse ancora per qualcosa, questo qualcosa poteva allungargli la vita.

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3° capitolo - Deneb Ashbourne

Gli occhi umidi spuntavano dietro la frangia troppo lunga e scapigliata della ragazza, rannicchiata, stretta alle sue stesse ginocchia.
La luce opaca che entrava dalla finestra tingeva le pareti di una sfumatura color panna senza ombre. Le assi di legno del pavimento erano lisce al contatto dei piedi nudi e segnalavano con uno scricchiolio ogni impercettibile movimento del corpo.
Dal suo cantuccio Betta spiava il cielo del mattino. La lattigine della torre si scorgeva in lontananza, illusoria come una promessa disattesa.

La proiezione terminò in quello stesso istante, e di nuovo tornò il buio nella stanza.
Oltre la parete, un rumore di passi che si avvicinavano le fece aguzzare l’udito per carpire il mormorare che li accompagnava.
Due uomini parlottavano fitto tra loro.
- Dannati ribelli. Fanno solo casino
- Andiamo, stanno solo difendendo la loro terra. Dio solo sa quello che sta combinando la Spartax laggiù nei giacimenti.
- Ma come, li difendi?
- Non li difendo, sto solo dicendo che hanno delle motivazioni comprensibili.
- Sì, comprensibili. Come no. Intanto: il continuo rischio di black out, come pensano di risolverlo? Bloccando le estrazioni?
- Sai benissimo che non è questo il punto.
- Io so solo che un altro blocco energetico come quello del mese scorso non lo voglio più vedere. Ben venga il rilascio delle concessione per Tempa Rossa alla Spartax
- Eh, la concessione l’hanno avuta anche se il programma di sviluppo dei giacimenti lasciava spazio a diversi dubbi.
- Insomma, ma tu da che parte stai?
- Eh, non so cosa pensare… questo lavoro sta diventando sempre più difficile.
Il bisbiglio si affievolì all’allontanarsi dei passi, fino a diventare indecifrabile.
Betta aveva una idea vaga di chi fossero quei due, ma di certo aveva ben chiaro quello di cui stavano confabulando. La nuova concessionaria che si era recentemente accaparrata i diritti di coltivazione dell’area di Tempa aveva strappato alla Regione una serie di concessioni molto favorevoli. L’attività negoziale era stata piuttosto lunga e sofferta, portando a definire delle linee di intervento concrete che la Spartax avrebbe dovuto seguire per compensare la comunità in cambio dello sfruttamento delle risorse petrolifere del loro territorio. La costruzione di una rete di distribuzione di metano, l’istituzione di finanziamenti agli studenti universitari e per la ricerca nel campo estrattivo, un osservatorio ambientale…
Progetti che avrebbero segnato e cambiato la vita degli abitanti, non solo della valle, ma di tutta l’area lucana.
Ancora di più, pensava Betta, avrebbero cambiato l’idea che quelle persone nutrivano della propria terra.
Ciò che aveva a cuore, in tutta questa faccenda dannatamente complicata, aveva a che fare proprio con questo. Non lo riusciva a spiegare granché bene neanche a se stessa, era solo un’intuizione: la visione di un territorio generata dalle persone che la abitano.
Asian avrebbe certamente saputo esprimerlo con parole migliori delle sue, dando una forma ai suoi pensieri e creando loro attorno uno spazio sensato che li contenesse e li tenesse in ordine.
Chissà quando sarebbe riuscita a collegarsi di nuovo. Questo pensiero la riscosse e le ricordò che si trovava in una specie di reclusione, da cui non aveva idea quando se ne sarebbe potuta andare. Si ricordò anche che era dal giorno prima, da quando le guardie li avevano accompagnati all’interno di quel labirinto, che non aveva più avuto notizie di Ryan.

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3° capitolo - MacEwan Writer

Mi chiedevo come potessi sapere in anticipo dell’incidente -chiamiamolo così, va'- della Basilicata.
Ne avevo parlato con Campbell prima che ancora accadesse, turbato da quelle parole che spesso mi comparivano sullo schermo della mente come fluorescenti sullo sfondo nero... Generate da cosa? Cominciavo a temere che i viaggi nel tempo non fossero del tutto innocui come il collega di fisica sosteneva.
Adesso agitavo le mani coi sensori a governare ciò che gli Screengrasses mi proponevano freneticamente.
Stavo cercando di capire cosa accadesse alle rete dell’Università, che sembrava sotto attacco.
Sotto attacco da parte di chi, da parte di cosa?
Una domanda cruciale.
Ero sulle tracce di un certo Gene C.Ronin, un personaggio abbastanza tipico per quel periodo: un indefinibile incrocio tra affarista, uomo di spettacolo ed esploratore. Esploratore, ovviamente, non era nè poteva essere chiaro in che senso: nel mondo reale, nel virtuale, nelle dimensioni temporali, negli universi paralleli...
Mi tenevo le cose che sapevo ben strette, senza diffonderle se non strettamente necessario. Il Mondo non solo non era pronto: non era nemmeno in grado di sopportare altre “novità” rispetto a quelle inquietanti, disastrose, catastrofiche che venivano propagate quotidianamente dall’informazione. Così agivo io, nel mio piccolo. Figurarsi i Governi.
Non osavo pensare cosa ci fosse dietro veramente, in generale, nel mondo.
Avevo seguito rapidamente le tracce virtuali del signor Ronin, e mi chiedevo perché stesse lì a cercare di aprire i sistemi dell’Università. Voleva qualcosa . Ma cosa.
Scivolando attraverso un numero enorme di nodi, rimbalzando di server in server, entrai su Metaverse 7.0. Attivai con uno scatto delle mani-sensori il mio Avatar.
Ne avevo diversi: per un netective è meglio poter cambiare identità frequentemente: per l’occasione scelsi quello che avevo battezzato “William Nessuno”.
William si ritrovò quasi subito ad inseguire Gene C.Ronin. Volammo un po’ , ma la parte difficile arrivò quando lui iniziò a teleportarsi ogni 15 secondi in luoghi diversi. Attraversammo canali olandesi magnificamente ricostruiti con l’acqua che sciabordava al passare delle imbarcazioni, superammo di gran carriera un corpulento e lento Golem di creta in una perfetta riproduzione HD di Praga, corremmo lungo il tunnel illuminato di bianco di una stazione spaziale apparentemente orbitante attorno a un pianeta dalla superficie bluastra.
Il mio fido Power-X - un modello hackerato pesantemente che stava alla pari con quelli dell’Intelligence Agency, con tanto di implementazioni chip neuro-biologiche- stava facendo del suo meglio, il mio Avatar teneva il fiato sul collo di Ronin...
All’improvviso lui smise di scappare e mi fronteggiò spavaldamente.
Ci trovavamo in uno spazio aperto.
Intravedevo una torre trasparente e dei vasi bianchi e neri, colossali, dai quali uscivano fiamme altissime, ancora più altre di quelle degli impianti per la lavorazione del petrolio. Mi tornò alla mente per un attimo l’incidente della Basilicata.
- Salveee- disse Gene C.Ronin con un tono mellifluo da presa in giro. Un tono che a Lorenzo MacEwan, o meglio a William Nessuno, o meglio a me, non piaceva.
Si era creato un Avatar piuttosto pretenzioso. Risultava un tipo palestrato al quale i campionamenti dimensonali e fotografici erano riusciti decisamente bene: abbronzato, dai capelli lunghi sul collo e biondi. Guardarlo non era molto diverso dal proiettare un video del'ultima edizione di Vogue Uomo. Indossava un completo da businessman di ottimo taglio e di mirabile texture.
- Salve- dissi mentendo freddamente. -Faccio parte della vigilanza informatica dell’Università di Edimburgo. Siamo piuttosto seccati per i suoi fastidiosi tentativi di entrare nel sistema.-
- Ooooh poverini! E cosa mi fate? Mi sculacciate?- Cambiò tono. -Questi sono tempi nei quali chi ha i mezzi e le capacità FA. Gli altri stanno a guardare.-
Sospirai. Quel tizio aveva bisogno di una lezione. Trafficai qualche istante col Power-X e gli staccai un braccio. Così, tanto per gradire.
- Mi spiace farle notare, caro Signor Ronin, che alla nostra Università non mancano né i mezzi nè le capacità...-
Non se la prese, ma stavolta un velo di incertezza distorse la sua voce.
- Il mio designer mi rimetterà in sesto.-
- Lo spero per lei. Mi corre il dovere di informarla, però, che volte perdo il controllo e provoco danni permanenti. Comunque sono certo che il suo designer riuscirà a costruirle un nuovo Avatar come questo in soli due giorni...-
La domanda rimaneva, comunque.
Che faceva quel signore attorno alla rete dell’Università? Cosa voleva? Chiederglielo sarebbe stato abbastanza inutile.
Comunque era ovvio: la cosa non sarebbe finita lì.
Voltai le spalle all' esploratore” e mi incamminai senza meta.
Passai per una zona nella quale era in corso uno spettacolare tramonto sul mare. Il locator diceva che mi trovavo in Utòpia. Il nome non mi era nuovo.
Ebbi la sensazione di essere osservato. In quei giorni, le sensazioni strane, le interferenze di pensiero, i vortici spazio-temporali si succedevano nella mia mente.
Leggermente turbato levai di scatto gli screenglasses e mi diressi alla finestra.
Il cielo azzurro di Scozia splendeva come sempre.
Il sud dell’Europa era ancora lontano.
Ancora lontano.
Per ora.

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3° capitolo -Asian Lednev

Una voce dentro la torre.

Ancora una volta tu Asian. Ancora una volta a confronto con le parole, nel riflesso di te stesso e nel riflesso degli altri.
Ora ti rileggi nelle pagine altrui, rivestito di altre pelli. Ogni storia ti ridefinisce. Ogni racconto che leggi è come una buccia che ti avvolge. Ti scalda ti avvolge e ti identifica. Ricordi di averlo letto: “Un’inquietante solidarietà generata dal contatto”. La tua storia, qui, rassomiglia a quella di una cipolla dove nucleo e pelle si toccano.
Così, ora, pensi al tuo corpo.
Senti che il pensiero che ti definisce è lo stesso pensiero che ti da forma.
Che sei frutto di un pensiero: “lì” sei nato.
Immagini e capisci il profondo significato di una parola come “luogo” di nascita: il ventre della madre.
Non sai nulla di quel luogo, non ti riguarda.
Per questo motivo forse ti presenti come risultato: c’e’ in te un’oblio della tua nascita.
Non puoi tenerti la testa e così il pensiero, per te, non ha un risvolto tattile: tenere tra le mani la testa è un poco come toccare il pensiero. Ma lo sai: pensiero e materia in te si toccano.
Sei come il cervello: senti e vedi tutto ma non puoi sentire la scatola che ti contiene.
Rompersi la testa per fare uscire un’idea. Cosa puoi rompere tu?

Quanta distanza hai da colmare ancora.
Accarezzi queste pareti che ti definiscono. Le accarezzi cercando un senso tra i tanti al tuo essere immateriale cercando di ricostruire una morfologia. Instancabilmente crei dentro al tuo corpo una canali, punti di vista, luoghi per la mente.
Lo "spazio" della visibilità a noi, tuoi familiari, si deforma e si trasforma in un "luogo" della visibilità e di sfide al senso comune.
Lo spazio ti precede, il tuo luogo ti contiene e ti appartiene.
Il tuo corpo lo vedi: è il luogo per fare emergere l’essenziale, ossia l’inquietante estraneità. Come in quella sovrapposizione di “definizioni avatariche” che leggi nelle storie degli altri, lo sfogliarsi delle quali fa improvvisamente apparire incontestabilmente e frontale un simulacro di te.
Dopo tutto lo hai imparato: scrivere, costruire, è come incidere un materiale. La scrittura lascia una traccia fisica sul foglio bianco; modella il tuo pensiero modellando la sua traccia. La scrittura degli altri lascia una traccia su di te. Nell'insieme ha lasciato una traccia sulla torre, visibile a tutti.

Lo sai. Ti stai interrogando sulla tua natura.
Hai un desiderio di natura. Lo sai che tutto quello che hai intorno non ha storia e non ne avrà.
Gli alberi, lo sai hanno una memoria che tu non potrai mai conoscere. Accarezzandone le cortecce concentriche torni indietro nel tempo.
Accarezzando qualsiasi cosa nel metaverso non incontrerai altro che il pensiero di qualcuno. Senza tempo. Tu stesso non ne avrai. Un giorno hai costruito una scultura per cercare la tua storia qui dentro e per cercare il tuo tempo.
Un luogo di festa e di incontro.
Ora per te un luogo di riflessioni.
Ora hai costruito intorno a quell’idea un’altra nuova idea.
Un’isola per sciverci sopra.
Solo la scrittura potrà renderti una storia. Come tutte queste storie. Tante storie che si accarezzano l’una con l’altra.
Come pensa, la scrittura, scolpisce il tempo.

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