3° capitolo collettivo - Sunrise Jefferson, Margye Ryba, Asian Lednev, Alzataconpugno Tuqiri, AtmaXenia Ghia, Azzurra Collas, con Deneb Ashbourne, Aldous Writer, Ginevra Lancaster.
L'isola di Asian ci accoglie. E' un lunedì, solita riunione per il romanzo collettivo. Ma oggi non è un lunedì qualunque, oggi siamo sull'isola del romanzo. Ci lasciamo tentare dallo spazio sinuoso della torre istoriata di parole, lunghi legamenti di lettere riflettono pensieri e azioni e immagini che le hanno generate, ne ricerchiamo il verso e la direzione, finché non ne scopriamo il posto nell'ordine logico che le ha bloccate lì in una catena di senso. Penetriamo alla base la torre, è phantom, la scaliamo flying e poi ci lasciamo cadere giù, più e più volte, mentre, dispersi nel cerchio lattiginoso, ci cerchiamo in chat come per timore di perderci e di non completare insieme quel rito d'iniziazione ad uno spazio e ad un tempo che ci contiene con leggi proprie. Poi la lasciamo, la torre istoriata di parole, guscio vuoto della nostra anima-tartaruga, per una più domestica piattaforma trasparente, che Asian ha lanciato come una rigida amaca da cima a cima. Qui sulle poltrone colorate, il fuoco acceso, l'orizzonte segnato da un improbabile vulcano di un altro orizzonte, focalizziamo l'importanza del punto di vista nella dinamica del racconto. Caffè d'obbligo, per essere umani oltre ogni ragionevole dubbio. Odori, voci, miagolii sconfinano dal mondo reale. Il silenzio dell'isola sconfina nel rumore di fondo della nostra vita reale. Stiamo scrivendo. Da un voice lasciato aperto un respiro regolare e quieto scandisce il tempo della scrittura. Notecards, come biglietti aerei verso il possibile, attraversano spazi individuali per depositarsi sullo schermo collettivo.
La piattaforma era spazzata dal vento. Vento freddo, vento largo, a tratti scaldato da una fiamma lontana. Vento denso. Restavo in ascolto cercando le voci che dalle isole lontane avrebbero potuto essere portate verso di me. Cercavo storie nell'aria ma le parole non le trovavo. I paesi oggi non parlano più... tacciono e con loro il vento che li attraversa. Forse per questo motivo le parole vengono scritte sui muri, sulle torri. La piattaforma era così silenziosa che solo allora arrivai a capire che quel silenzio erano le parole dell'isola. (Asian Lednev)
Mi accoglie un tappeto reso soffice da frammenti di storie e di amicizie. Appoggiati, gusci colorati come arlecchini, fiori sfacciati che scuotono la sobrietà claustrale dell'isola silenziosa. Un cerchio di pupazzi perfetti nasconde vite profumate di pane e di dubbi. Mi siedo e accetto un caffè, caldo di pensieri. (Sunrise Jefferson)
Sono circondata da persone, mi sento più isolata della stessa isola su cui sono. Non capisco quello di cui parlano, le voci mi giungono spezzettate, sento il mio cuore schiacciato in una morsa ed ho solo una enorme voglia di piangere. Mi chiedo ancora perché sono qui, il senso di vuoto che percepisco non è dato dal vuoto che vedo attorno a questa isola, no, è dentro di me. Dicono che la ragione esiste, anche se non la trovo. Ma sapere la ragione di tutto questo, aiuta forse a cambiare la situazione? Potrei trovarmi anche in un bellissimo paradiso, ma mi sentirei allo stesso modo. Vorrei tanto che questo momento passasse e andasse via per sempre, ma so che puntualmente ritornerà. Ecco le mie sensazioni, avrei voluto dire cose diverse, ma ora mi sento così e non ce la faccio a scrivere cose diverse. Il vuoto che sento dentro è più grande di quello che vedo attorno a quest'isola. (Margye Ryba)
...sperduta, lo spazio è noto, sembra un ritorno. E' tutto come me lo immaginavo, ma mi è difficile orizzontarmi. quello che vedo non sembra rassicurarmi. Mi mancano i rumori, gli odori. Sono io che non li percepisco? o sono assenti? posso osservare il mio corpo dall'esterno, si muove goffo, a scatti. Ecco, non sono più sola, ma... chi mi raggiunge, due donne eleganti e bellissime, inespressive, mi trapassano con lo sguardo e io mi rendo conto di non essere sicura di poter comunicare con loro. Mi si piantano davanti, anche io mi fermo, il loro corpo ondeggia, come il mio. Non posso... (Alzataconpugno Tuqiri)
Quando mi avevano posato sullo scoglio, all'ingresso della spiaggia, il mio orizzonte era cambiato di molto. Abituata ad osservare la soffitta scura della vecchia casa e a respirare l'aria polverosa della stanza dove si erano accumulati per anni strati di denso pulviscolo, aveva fatto fatica ad abituarmi alla nuova collocazione. Ora le onde del mare mi lambiscono la veste di pizzo ed i capelli, legati in una treccia bionda e spessa, paiono incollati. Ora vedo le stagioni scorrere dal mutare del colore del cielo.
L'odore del pesce mi attirava verso quell'angolo nascosto del porto. Ricordo ancora bene le mani protese a raccogliermi, quando ormai piangendo, avevo perso l'orientamento. Mani callose e grandi che mi avevano preso delicatemente tra i palmi per depositarmi qui, con amorevolezza. Avevo spiato a lungo timoroso quel luogo senza azzardarmi ad esplorare, mentre con dolcezza venivo esortato, il porto era pieno di rumori e sempre pieno di barche in arrivo. Oggi osservo dall'alto di un bidone le persone discutere animatamente. Il mare si muove sinuoso ed accattivante. Il sole è quasi al tramonto. Il mio padrone allunga un dito e sfiora il mio naso e sento un profumo di sale.
Erano anni che viaggiavo sui pescherecci. Anni che, faticosamente, giorno dopo giorno gettavo le reti nel mare. Il sole cuoceva la mia pelle e la stanchezza ogni sera si anticipava il suo tempo. Appena l'avevo vista, avevo capito che quella sarebbe stata la mia casa. I colori pastello e le stradine strette e scivolose, bagnate dall'umido della salsedine, il sorriso delle persone ed il mare sempre quieto, m'invitano come sempre alla riflessione. Raccolgo come sempre il minuscolo gattino abbandonato e la bambola posata sullo scoglio e torno, canticchiando, alla torre. (AtmaXenia Ghia)
Come ci fosse arrivata era davvero un mistero. Qualcuno o qualcosa l'aveva certo portata lì, ma, come se non avesse avuto volume o massa o peso, l'aveva fatto senza nessuno sforzo. Si era sentita depositata lì senza peso, come una piuma, anche se poi in un attimo rapido e ingovernabile aveva toccato il fondo di una gola, e giù giù senza resistenza lungo la china della montagna. Nel fondo una sensazione di caduta, il piegarsi delle ginocchia, un leggero scuotersi dei fianchi, ma senza l'impressione di dolore né l'angoscia dello sprofondamento. Lei, che neppure osava guardare giù dal balcone sul ground zero della strada sotto casa giù giù in basso, dallo strapiombo del casermone di 13 piani. Bionde. Esili. Il corpo ben delineato sullo sfondo mosso dalle guglie e da quello strano profilo luminoso, intarsiato di parole. Una testa rossa di capelli a mazzetti, seduti diligenti, tazza di caffè in mano, desidero sentirne l'odore, arriccio il naso, che non si arriccia. Non riesco ad arricciare, eppure sono così mollemente stesa su questa poltroncina, allungo la mia mano, che non si allunga, ora mi brucio - dico - ma non brucio. Eppure brucio di curiosità, brucio di attesa. Tra poco entrerò nella torre e allora...(Azzurra Collas)
Deneb, Ginevra, Aldus oggi hanno scelto il ruolo di lettori, ascoltano in silenzio insieme alla torre, preziosi testimoni della nostra prima volta di scrittori collettivi sull'isola di Asian.