La torre di Asian

La torre di Asian - romanzo collettivo

4° capitolo – bozza
di Azzurra Collas

L’orizzonte plumbeo sul paesaggio, rivestito di un manto untuoso, stranamente rilucente ai raggi lunari, smorzò ogni entusiasmo nei soccorritori. Sarebbe stato impossibile avvicinarsi alla zona delle esplosioni. La memoria di Durunkha, in Egitto, dove nel 1994 un deposito di petrolio colpito da un fulmine aveva provocato 500 vittime e ingenti danni ambientali, sarebbe per sempre impallidita di fronte alla tragedia che aveva colpito la Basilicata. Così le sagome degli animali e degli uomini ricoperti di melma di petrolio avrebbero per sempre tenuta desta la memoria di una follia planetaria, insieme agli uccelli impeciati sulle spiagge dell’Iraq, simbolo di altra e simile violenza ideologica. Laura si muoveva a fatica nella tuta di protezione, respirare era difficile, nonostante il respiratore, l’effetto psicologico della visione dal vivo del disastro le impediva di allargare i polmoni , l’effetto di sospensione della vita, che si captava ad ogni passo, ad ogni sguardo, sembrava ridurla ad una sorta di sospensione delle sue energie vitali.
In una Detroit, ormai avviata all’uso delle macchine elettriche dalla crisi dell’auto e dal terrore di attacchi terroristici alle centrali petrolifere, il mondo scientifico aveva finalmente deciso di sostenere con forza l’invio di aiuti all’Italia Meridionale e la sperimentazione della metodologia innovativa proposta dal Dr. King Hay Yang. In particolare un discorso infiammato di Margherita Hack, carico di sdegno per il ritardo del governo federale italiano e insieme di speranza per le sorti del Sud, aveva convinto tutti all’intervento. I fondi si sarebbero trovati, l’America non avrebbe abbandonato l’Italia.
Ed ora un drappello di cyberuomini, armati di speciali attrezzature e di solventi potentissimi , avanzava lungo quelle che erano state strade, o che ancora neppure erano riuscite a diventare tali, ma che ora erano soltanto fiumi di melma nera.
Dietro ai cyberuomini, un notevole gruppo di scienziati impacciati dalle tute e dal carico dei loro strumenti di analisi della situazione, uno sparuto gruppo di giornalisti e qualche politico. Il Dr. King impartiva ordini tramite una serie di chip impiantati nel suo cervello, mentre registrava ogni dettaglio sul suo pc cubico. Ognuno registrava a suo modo l’evento. Il silenzio era rotto solo dai cingolii delle macchine che procedevano a fatica, con il rischio di impantanarsi in ogni momento. Colpivano i movimenti silenziosi dei cyber uomini, le loro azioni perfettamente sincrone. Tutti erano difesi tramite i respiratori dai fumi provocati dai solventi, ma pure essi raggiungevano il corteo per le vie della memoria, ognuno ne captava l’odore secondo quanto aveva appreso dall’esperienza.
Laura registrava ogni dato sul suo laptop. L’odore del camino, dio mio così netto, la rapì per un attimo. Si era ripromessa di salvare qualunque frammento di memoria scritta che avesse avuto la fortuna di incontrare. Aveva il deserto di fronte. Eppure doveva cercare. Qualcuno che fosse stato colto dall’esplosione nell’atto dello scrivere, che avesse fermato l’attimo estremo della sua percezione, o l’attimo estremo della sua memoria. Quello sperava. Di poter documentare la tragedia attraverso l’ultimo suo attore e scrittore. Ma rischiava sempre di perdere di vista il gruppo, situazione non auspicabile in quel mondo ormai privo di riferimenti noti e riconoscibili, doveva riallinearsi e frenare il desiderio, essere realista e garantirsi un domani per cercare ancora. A volte le slittavano i pensieri verso chine impreviste. Lorenzo. Quando aveva mai potuto conoscerlo. L’eco di quel nome, disperso nel suo orizzonte mentale, restava come un light-motive sempre più costante. Se chiudeva gli occhi un deja vu le occupava lo sguardo.
Forse Londra? O Parigi? Lorenzo doveva pur esistere se…Il cellulare le sfondò il timpano destro. Il prefisso dell’Inghilterra…Il rettore Campbell? Hello…hello…

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4° Capitolo - di Asian Lednev

Sabato pomeriggio, 31 gennaio.
Oggi ho navigato la torre, ho passato il pomeriggio a fare foto.
Come Asian.
Prima di vedere disintegrata la torre.
Per contenere tutta l'energia creata la torre ha raggiunto la sua massima altezza. Oltre i quattrocento metri. Non so se ci sono altre costruzioni più alte in SL ma non importa questo. Era bello starci dentro, correre nelle due direzioni possibili, verticali. Non credo che lunedì sarà ancora in piedi l'isola. Ora devo cercare un altro luogo, un altro posto dove ricostruire tutto.

Que sera, sera
Whatever will be, will be
The future's not ours to see
Que sera, sera
What will be, will be

Quella che sembrava essere una finzione associata al romanzo sta diventando realtà. I sabotatori, i griefers, esistono. La sim che contiene la Torre, per il momento verrà distrutta, cancellata e al suo posto resterà solo un oceano indistinto, tanto indistinto da non esistere nemmeno più. Solo come immagine del nulla. Si parla di realtà metaforica ma qui di metaforico c'e' poco: la torre e l'isola non ci saranno più.
Ne parlerò con Mac, il net-ective.
Presto le rotative smetteranno di lanciare scintille e le vampe fumose si arresteranno. Per il momento, lunedì, ci si incontrerà a casa di Sunrise. Lì si parlerà del futuro... what will be will be.

La lotta, la lotta continua nel tentativo di mantenere in piedi questa memoria.
C'e' chi, da tempo, la vuole vedere distrutta. Pare che il suo destino sia quelo di venire distrutta per poi essere ricostruita. Sempre più grande e sempre più alta? No, sempre più vicina ad una verità nascosta nel metaverso, alle sue chiavi. Una conoscenza, una memoria che sta dentro il metaverso. Cambia pelle come un rettile e con quella comunica la sua appartenenza al metaverso attraverso un codice semplice. Una pelle che ha trasformato la struttura romanzo in uno spazio da percorrere. In tutte le direzioni. Riecheggiano le voci degli Asian nella torre e dei Mac, di Atma, Susy, Deneb di Margye, Piega, Sun, Aldous... e gli occhi di Azzurra che con il loro sguardo l'hanno "scritta".
Eppure le pagine, nelle rotative, sono lì, ancora per poco; sotto gli occhi di tutti, dei sabotatori, soddisfatti, con le pagine del romanzo che ruotano. Ora dovrò smontare tutto, conservare tutta questa conoscenza, fargli cambiare una volta ancora identità, forma, aseptto. La dovrò smontare per poi portarla via e farla rinascere altrove.
Per il momento devo nascondermi in un nuovo anonimato. nell'attesa della rigenerazione, di una nuova forma.
Ma ora la torre ha delle voci, le stesse voci che i sabotatori hanno per prime colpite.
Quella che si chiude è un'isola piena di voci e di rumori.

Per questo sono venuto da te, Mac; per raccontarti che ho costruito una Torre, nel Metaverso. Lo sai c'eri anche tu un tempo, ci sei anche tu. E’ una Torre speciale, fatta di sorrisi e di parole, di segni e di lacrime.
E' nata quasi per caso, ponendosi una domanda: cosa è il tempo?
Può una sola domanda innescare un processo di conoscenza?
Ora custodisce, nella sua stessa struttura, tutte le informazioni e i codici della comunicazione. Come una eco ripete quanto detto da altri. Anche queste parole le hai già lette.
Tutto, Mac. In quella Torre c’è tutto ciò che tiene legate le persone, i mondi e i meta-mondi, gli amici, un padre e un figlio, le nazioni.
Tutto ciò che l’uomo ha in più: le parole. Le parole e i suoi suoni.
Tutte le parole in ogni sfumatura, con ogni significato – dal più semplice al più oscuro – sono ciò di cui la Torre è impregnata. In ogni singola lettera è contenuto un pacchetto di dati compressi che sono tutto ciò che riguarda la comunicazione umana. Immagina cosa accadrebbe se non ne potessimo più disporre…
Immagina che accadrà... I griefers, i sabotatori, hanno vinto una loro battaglia. Ma non sanno che ciò che hanno attaccato è la sola pelle, la forma che ne rappresenta la visione, la metafora visiva. La torre è salva, le parole sono salve, le sfumature sono salve. Semplicemente, le parole, si metteranno in cerca di una nuova forma per esprimersi e per dialogare con le persone. per costruire nuovi ponti, nuovi legami.
Il flusso di dati nasconde molto di più di ciò che puoi vedere con i tuoi occhi.
Allah - ti dirò poi chi è - me lo diceva sempre: "la visione nasconde sempre la verità. E' la sua negazione, la sua non-visibilità, che rivela la verità".
Per questo ho bisogno del tuo aiuto, Mac. E del suo, di Allah il cieco. Tutto il sapere è in quella Torre: devo riuscire a moltiplicarla. Non basterà più farne una nuova copia soltanto.

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4° Capitolo - di Sunrise Jefferson

Fu strano riprendersi in pochi istanti, con la sensazione di essere risucchiati verso un livello sconosciuto. Si guardò intorno, distaccato e incuriosito al tempo stesso.
MacEwan! Finalmente… Asian sospirò, un respiro lungo, lento, come un’onda che doveva servire a ridargli speranza. A ridargli il fiato per raccontare, per dire a Mac tutto quello che doveva fare. Non era semplice trovare le parole. Non era semplice per niente, soprattutto perché le parole e la comunicazione erano la chiave di tutto.
Gli passò davanti agli occhi tutto ciò che era accaduto: i giacimenti con i pozzi bruciati, le ricerche, le indagini, i gruppi di amici e di conoscenti, gli sconosciuti che vivevano le loro storie personali senza sospettare nulla del baratro che gli si stava aprendo sotto i piedi. Doveva iniziare a raccontare tutto quello che riguardava la Torre. La sua Torre.
- Mac, ci sono stati momenti, in passato, in cui ho creato per me stesso. Momenti in cui ho creduto nel mio lavoro e nella potenza della comunicazione visiva. Ora ho bisogno di te per conservare le parole.
Mac, in silenzio, cercava di comprendere il senso. Asian continuò:
- Ho costruito una Torre, nel Metaverso. E’ una Torre speciale, fatta di sorrisi e di parole, di segni e di lacrime. Custodisce, nella sua stessa struttura, tutte le informazioni e i codici della comunicazione. Tutto, Mac. In quella Torre c’è tutto ciò che tiene legate le persone, i mondi e i meta-mondi, gli amici, un padre e un figlio, le nazioni. Tutto ciò che l’uomo ha in più: le parole. Tutte le parole in ogni sfumatura, con ogni significato – dal più semplice al più oscuro – sono ciò di cui la Torre è impregnata. In ogni singola lettera è contenuto un pacchetto di dati compressi che sono tutto ciò che riguarda la comunicazione umana. Immagina cosa accadrebbe se non ne potessimo più disporre…
- No, aspetta – lo interruppe MacEwan – rispondi alla mia domanda: i dati di cui mi stai parlando sono gli stessi che sono passati dai server dell’Università?
- Sì – rispose Asian - ho dovuto estrarli dalla Torre durante gli ultimi controlli. Li ho già recuperati tutti, ma qualche traccia del passaggio è rimasta.
- Ecco, ora iniziano a tornare i conti…
- Ho bisogno del tuo aiuto, Mac. Tutto il sapere è in quella Torre: devo riuscire a moltiplicarla.
Lorenzo MacEwan rifletteva in silenzio su quello di cui era appena venuto a conoscenza. Asian poteva quasi vedere i suoi pensieri posizionarsi, seguire la corsia giusta, assemblarsi coerenti e ordinati. Li vedeva, come aveva visto e immaginato la creazione che doveva veicolare la conoscenza.

Non era stato facile, per Asian il solitario, condividere il senso della sua Torre. Solo lui sapeva cosa significava davvero e quante rinunce gli era costata. Fino all’ultima parola, fino all’ultima informazione sfumata in mille tonalità tra il bianco e il nero, tra una serpentina chiarissima e una nube grigia. Fu come abbandonarla, e si sentì inaspettatamente svuotato. Non era ancora pronto: lo seppe nel momento in cui pronunciò l’ultima parola del suo racconto a MacEwan. Non era pronto ad abbandonare ciò che era suo, ma anche di tutti gli altri.
Ripensò alla sua Isola, sulla quale aveva passato notti lunghe e dense, costruendo lettera dopo lettera, modulo su modulo, il futuro della comunicazione.
Una morsa gli attanagliò la gola: deglutire la separazione dalla sua Torre era doloroso e difficile.

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4° Capitolo - di Piero

Il reticolo di lettere che separava la sua sicurezza dal pericolo della penombra della pazzia umana, era ormai l’unica sua certezza. Non la propria speranza, ma la disperazione di un tempo non più protettivo ma gocciolante di velenosa insicurezza era il solo altro suo sentire.
Doveva, era indispensabile far presto; parola questa che da tempo Asian aveva trascurato di considerare reale, immerso nel suo zenith protettivo.
Guardò distrattamente un’altra volta il settaggio della propria stanza: non c’erano dubbi ormai, l’eterno mezzogiorno era avvolto dall’eclissi della ragione, mentre la luce della serenità si era trasformata in ombra pungente di stanchezza.
Doveva esorcizzare questa disperazione prima possibile, per riuscire a trovare una risposta alla propria ansiosa aspettativa.

Essere il proprio stesso padre.
Questo Asian aveva da qualche ingresso iniziato a desiderare; questo almeno da quando era arrivato a rendersi conto chi fosse la propria madre. Lei non era altro che la sua stessa matrice, Iside di questa vita al di là del tempo, Gaia che sorreggeva il suo divenire, genesi del suo stesso esistere come soggetto-avatar, prima della sua fine attesa ma non ancora annunciata.
Ma il padre? Non lo aveva mai neppure pensato come qualcosa di reale, come facente parte davvero di questo suo strano mondo. Chi aveva instillato il seme in quest’utero digitale dai contorni non definibili in termini di singolarità? Chi aveva scelto di giacere sulla cima della sua Torre, prima che gli fosse concessa la possibilità di trovare un asilo in cui effettuare le sue innumerevoli ed incessanti mute? Chi aveva fecondato di nascosto quest’Idea dando vita a questo primo Uno diverso dalle altre unità?
Asian non solo non lo sapeva ancora, ma non lo avrebbe mai neppure riconosciuto se gli fosse capitato di sfiorarlo col pensiero. Non lo consentiva l’impermeabilità di questa misteriosa materia numerica. Per questo si era convinto che fosse meglio cercare di capire il come, piuttosto che il chi o il perché, e replicare su se stesso la propria orma, analizzare la propria elica binaria, raddoppiandola all’infinito con nuovi nomi e nuove skin, col desiderio nascosto di raggiungere un’eternità non più fatta da un presente senza estensione nel prima e nel dopo, ma da un’infinita moltiplicazione della propria essenza.

A questo pensava Asian l’Incauto, mentre riassorbiva il suo pensiero nel dubbio della propria esistenza, in questa Torre da cui si poteva sì uscire da soli, ma in cui l’ingresso doveva sempre essere demandato ad un padre inconoscibile ed oscuro.

Pensava.
Mentre il desiderio di vicinanza di una Madre che fosse anche Figlia continuava a stringere in una morsa rovente di rimorso il suo cuore freddo di malinconia.
Era questo il suo personale male di esistere? O era la stanchezza per questo eterno mezzogiorno ogni volta uguale a se stesso? O piuttosto la paura di non poter mai agguantare la propria parte nascosta senza restarne annichilito?
Il nulla da cui e verso cui, il non senso travestito da fede, la nausea provata raccogliendo quella piccola roccia spugnosa avvolta di vuoto la mattina della sua prima rinascita?

Forse la risposta era già a portata di mano, magari un piano più su, verso quell’aurora cosmica che aspettava da sempre uno sguardo che riuscisse a reggerne l’impatto di terrore che la nuvola che odorava di morte portava con se’, implacabile e tragica..

O forse chissà, sarebbe potuta bastare l’illusione di poter essere , se non il proprio padre, almeno quello stesso figlio in cui poter ritrovare la gioia per il suo personale sacrificio ad Esculapio.

Nei pressi della sua malinconica incertezza, inseguiti della barriera nera che avanzava, piccoli avatar grigiastri simili a insetti moribondi si abbandonavano sfiniti al loro personale e definitivo logout.

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4° capitolo - di AtmaXenia Ghia

“Buongiorno signor Xxanty, come va?”. Il tono amichevole della dottoressa Alison Moore lo mise subito a suo agio, mentre la osservava sedersi con compostezza sulla sedia di fronte a lui. Non aveva mai fatto caso in precedenza a come fosse bella, di una bellezza strana, inusuale, come se caratteristiche fisiche di più nazionalità si mescolassero tra loro. I lunghi capelli rossi raccolti in una treccia fermati con un nastro nero e gli occhi dal taglio obliquo, di colore tra il grigio ed il nocciola, le regalavano un fascino particolare. La piccola bocca dalle labbra sottili ma ben disegnate, serrate, come a vietare alle parole di uscire oltre misura e il volto dalla forma quadrata, leggermente smussato alle mascelle e gli zigomi pronunciati la rendevano attraente, ma nel contempo, un'espressione eccessivamente severa la rendeva distaccata, distante. Ella, infatti, era sempre contenuta anche nei gesti, gentile ma misurata in ogni suo atteggiamento. Xxanty in piedi la sovrastava di molto. Il camice bianco nascondeva ogni forma del corpo che pareva solido ed armonioso.
Completamente priva di belletto, la sua pelle appariva di porcellana e le minuscole lentiggini sparse sul viso, le regalavano un tocco infantile.
“Allora, come andiamo dunque? Ha qualcosa da raccontarmi? Ha fatto recentemente dei sogni, vorrebbe raccontarmeli?”
“ Bene, sto molto bene, La ringrazio dottoressa Moore, e sì, ho fatto qualche sogno ma nulla che si discosti dai racconti che già le feci la volta scorsa. Le solite immagini fumose, sbiadite. Parti di un edificio, pietre, nebbia ed un volto che non riesco mai a definire. Niente altro per ora”
Xxanty se ne guardo’ bene dal riferirle alcuni particolari nuovi che erano emersi nell’ultimo sogno, per esempio che ora sognava a colori, che per un attimo era stato vicino al volto di quella persona, e soprattutto, che ora viaggiava in un mondo parallelo, ove interagiva esattamente come in quello reale.
La dottoressa Moore tese la mano per congedarlo, non lasciando trasparire la delusione per non avere raccolto elementi nuovi che potessero portare ad una progressione nella terapia di analisi, si alzo’ per bloccarsi immediatamente alla domanda inaspettatata di Xxanty.
“Dottoressa…i medici dissero..che era stato un incidente aereo… sono stato all’archivio del giornale….non ho trovato nessun articolo in merito. L’ho trovato piuttosto strano….”.
Un leggero fremito delle ciglia tradirono l’emozione della dottoressa Moore, impercettibile quasi come il suono delle sue parole: “Guardi meglio signor XXanty, forse le è sfuggito o ha sbagliato il periodo, ora se mi vuole scusare…Arrivederla.”.
A quel punto egli capì che doveva assolutamente cominciare a mettere insieme i pezzi di un puzzle che gradatamente si delineavano nella sua mente. Decise che avrebbe ispezionato il Centro la notte stessa. Uscì dal portone principale, gettò nel cestino le pastiglie che la Moore gli aveva dato e proseguì verso casa.
Attese la notte, e si avviò. All’entrata una telecamera ispezionava per un raggio molto ampio tutto il terreno intorno, tranne che per un angolo nel retro del giardino, nel quale si poteva accedere arrampicandosi ad una pianta, situata a ridosso del muro. Si lasciò cadere dolcemente a terra
ed entrò furtivamente. Le uniche luci accese erano quelle di emergenza che emettevano un flebile fascio azzurrognolo, dislocate presso ogni accesso ai corridoi. Percorse più volte lo stesso tragitto, senza rilevare altro che piccoli depositi di materiale medico o sgabuzzini pieni di prodotti per le pulizie. Decise di spingersi oltre, verso il fondo del corridoio centrale senza peraltro trovarvi nulla e quando fece per girarsi e tornare indietro, si avvide di una piccolissima scala a chiocciola, seminascosta alla vista, decise così di verificare e scese.
Sul lato destro, una porta a due battenti con minuscole vetrate rettangolari lasciavano intravedere l’interno. A sinistra un lungo e stretto corridoio perdeva il suo confine all’orizzonte..
Xxanty decise di controllare il locale, prese una graffetta, la allungò tutta e forzò così la porta e, senza nessuna difficoltà, entrò.
All’interno, una intera parete di mobili a cassetti, etichettati in ordine alfabetico ed un tavolo con una serie di computer. Aprì a caso uno di quei cassetti, alla lettera G e lesse su una cartella: Grashman Joshua, 5a Street. Sposato e padre di due figli, e cosi via con altre informazioni sul lavoro, sullo stato di salute e, cosa che colpì Xxanty in particolare modo, la dicitura “ IN CURA”.
Sentì dei rumori in lontananza, chiuse in fretta e si avviò velocemente all’uscita, ripercorrendo a ritroso la strada fino a casa.
L’indomani, senza dilungarsi con le spiegazioni, chiese a Baby un favore, ovvero di verificare quell’indirizzo e tutti gli altri dati letti nella cartella la notte precedente.
Il giorno dopo Baby tornò raccontando che effettivamente tutto corrispondeva, tranne un particolare. Il signor Grashman non era in cura da nessun parte e lo precisò con un atteggiamento molto irritato.
Questo non fece che confermare i suoi sospetti, corse all’archivio del giornale, sfogliò nuovamente le pagine e trovò la notizia che cercava. “Terribile incidente aereo sopra il Guatemala, un aereo con 220 persone a bordo si schianta al suolo incendiandosi. Possiamo parlare di miracolo poiché due passeggeri sono stati catapultati lontano dall’apparecchio e si sono salvati anche se loro condizioni risultano critiche e la prognosi riservata.”
Era certo. Quella notizia la volta precedente non c’era. Decise così che appena possibile sarebbe tornato al Centro di cura “Human Life”.
Socchiuse gli occhi come era solito fare quando rifletteva accorgendosi di essere molto più lucido da quando aveva sospeso la terapia della dottoressa Moore.
Basso e stempiato, di corporatura massiccia, i grandi occhi bovini perennemente arrossati, le grandi mani quadrate ed enormi rispetto al corpo e il fare lascivo, il Dott. Jacobs non era certo personaggio che incuteva simpatia o rispetto. Si asciugava continuamente la fronte madida di sudore con la manica del camice. Metodico fino alla pignoleria, ossessionato dalle procedure e in perenne stato d’ansia, ogni volta che si accingeva ad un esperimento, procedeva in maniera sistematica. Ricontrollava tutto più volte prima di passare alla fase successiva, il suo obiettivo era diventare un giorno Direttore Supremo del Centro. Allora si che le cose sarebbero state diverse. Avrebbe avuto il potere e lo avrebbe usato, soprattutto verso i suoi superiori che detestava a tal punto, da desiderarne la soppressione e prima ancora, contro la Dottoressa Moore. La odiava quanto la desiderava, da quando, tentando un maldestro approccio le appoggiò la mano sulla spalla e la fece scorrere lungo al schiena. Lei si voltò di scatto e gli sibilò: “Non ci provi mai più o sarà l’ultima volta”. Gli occhi freddi e penetranti come una lama lo ferirono più delle parole, ma non affievolirono il desiderio che, teso allo spasimo, trovò sfogo la notte stessa pagando una prostituta che se ne pentì amaramente, inscenare uno stupro, non era certo ciò che desiderava, nemmeno facendo quel mestiere, e mentre il dott. Jacobs violentava e picchiava la ragazza identificandola con la dottoressa Moore, giurò a se stesso che l’avrebbe avuta anche con la forza e ne avrebbe ridotto la volontà pari a quella di un animale in gabbia.
Un rivolo di sudore gli scivolò nuovamente dalla tempia, sudava sempre..da quel giorno, estrasse una bottiglietta ed ingoiò velocemente qualche pastiglia. Voleva dimenticare, avrebbe voluto tornare indietro, rifare tutto. Si malediva per quell’errore, era terrorizzato all’idea che qualcuno capisse, si rendesse conto che lui, il meticoloso dottor Jacobs, aveva compiuto un infinitesimale errore di procedura. Entrò la dottoressa Moore, lui si passò la lingua impregnata di saliva sulle labbra e immaginò scene di sesso con lei.
“ Voglio i risultati di queste provette entro un ora. Non un secondo di più. Si sbrighi.” Disse freddamente la dottoressa Moore rivolgendosi al lui con disprezzo mal celato.
Una settimana dopo l’incursione al Centro, Baby fu investita da una macchina che procedeva ad altissima velocità. Il suo corpo fu catapultato in alto, rotolò e si fermò adagiato su un fianco. Gli occhi spalancati pieni di sorpresa. Un rivolo di sangue gli scivolava dalla bocca lievemente schiusa. Xxanty apprese la notizia al ristorante e chiese il permesso di andare all’obitorio a salutarla per l'ultima volta. Le sfiorò la fronte delicatamente, i capelli, il profilo e socchiuse gli occhi. Sentì crescere dentro di lui una rabbia feroce ed una profonda solitudine. Quella notte sarebbe rimasto alzato e avrebbe navigato per ore ed ore fino allo sfinimento, alla ricerca di una consapevolezza nuova e di una dimensione che lo accogliesse come profugo e lo consolasse. Girò per la piazzetta dove erano soliti ritrovarsi i ragazzi, Margye, Sunrise, Azzurra, Titty e tutti gli altri che conoscevano Baby. Chiesero di lei, di come fosse accaduto, e raccontarono di sé e delle ricerche delle proprie radici. Ognuno portava dentro un vuoto da colmare, un bisogno di calore umano che per paradosso trovavano lì, in quella piazzetta di quella land, dove il fuoco virtuale scaldava le loro anime realmente e gli scambi erano condivisione di intenti. Xxanty sentì che avrebbe presto trovato le risposte che cercava, si scollegò e si assopì per molte ore.

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4° Capitolo - di Margye

Melany decise di dare una svolta alla sua vita in Second Life, fino a poco tempo prima non aveva fatto che gironzolare come una nomade tra varie land, tutto ciò che la circondava la incuriosiva, soprattutto amava circondarsi di persone, era sempre stato cosi anche nella sua vita reale, si lasciava affascinare dall’universo invisibile che si nasconde in ogni essere umano.
Ma Melany era anche affamata d’amore e questo la rendeva spesso vulnerabile, per quanto potesse essere una ragazza dal carattere forte, comprendeva bene, che qualcuno avrebbe potuto approfittare di questo suo intimo bisogno. La consapevolezza di ciò spesso la rendeva diffidente e guardinga, ma a volte , stanca di essere sempre all’erta si lasciava andare, soprattutto nei momenti di grande malinconia, sapeva che le mancava qualcosa e questo le causava un conflitto interiore, al punto che si detestava quasi, avrebbe tanto voluto essere indifferente a certi suoi bisogni emotivi, e invece si ritrovava spesso a fantasticare di trovarsi avvolta tra le braccia possenti di un uomo. In questi momenti la musica di Beethoven era l’unica cosa che le recava sollievo come se parte del suo dolore fosse andato via. I corteggiatori di certo non mancavano a Melany, oltre alla sua avvenenza ella aveva una spiccata personalità, riusciva, senza volerlo, a catturare l’attenzione di chiunque, per il suo modo di essere socievole e brillante, per la sua allegria e fantasia, i giovani ne subivano il fascino ma Melany cercava qualcosa che ella stessa a volte non riusciva a definire. Era sempre incuriosita dagli uomini, amava capire la differenza profonda che esiste tra i due sessi. Soprattutto Melany era alla ricerca della bellezza invisibile che esiste in ogni essere umano, in questo era molto aiutata dall’Arte, quando aveva a che fare con un vero artista , riusciva a sentirsi sazia senza mangiare e con il trascorrere dei giorni si faceva sempre più forte il desiderio intimo di rifugiarsi nell’Arte.

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4° Capitolo - di MacEwan

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Il frigorifero Dadar!
Il frigorifero Dadar con il suo sportello minuscolo e giallo, lo châssis di plastica primitiva rigida semitrasparente. Gelato. Vaschetta per gelato. Genetica elettronica. Evoluzione. Involuzione. Tempo da perdere: a seconda dei punti di vista, naturalmente.
Ecco! Una scatola simile alla spirale bianca e nera di ipnotizzatore, da far ruotare mentre si parla con voce suadente per convincere a compiere qualche azione che circumnavighi con disinvoltura l'altrui volontà. Un tazzone fumante, nel fumo che odora di malto una sibilla cibernetica che ha al posto degli occhi di medusa un biocircuito dis-integrato cerca di leggere e interpretare o’ gliommero di donciccesca, di ingravalliana memoria. Cerca di scorgere un qualche Segno del Comando che governi gli eventi, magari pur sovrannatural-mente, magari per ibridamenti.
Laura -retropensiero: chi era Laura?- che si affaccia dall’alto dello spazio profondo, come da una stazione orbitale dai corridoi illuminati su un pianeta bluastro. Laura da oblò stranamente rettangolare spaziale. L’indagine appresso ad Asian. E poi, Asian, chi era costui? Quel tipo preistorico dalla capigliatura mutevole come materia gassosa intergalattica? Allora benvenuto a Cyberdarkness, Asian: col cyberuomo dalla maschera antigas impiantata direttamente attorno al cranio, a prevenzione di fumi lucani letali. Cyberuomo, Robot, Avatar, Emissario, Demiurgo con basettoni e cravattino da cow boy riveduto e corretto alla moda del metaverso, la notte che bruciammo la Basilicata, colonne di fuoco e di fumo ad insensata altezza satellitare si sprigionano dai bracieri striati bianco-nero, bianco-nero, zero-uno-zero-uno-zero-zero-zero, error, Prims, Pringles, priorità: il cielo di Skye, il cielo di Skype, landscape alba, landscape tramonto, landmark... set light.

Mi svegliai di soprassalto e il primo pensiero lucido che ebbi fu: questa storia mi sta mandando al manicomio, forse ho bisogno di uno psicologo.
Poi mi ricordai che detestavo gli psicologi e le loro elucubrazioni, i loro scavi archeologici, le loro trivellazioni come a cercare il petrolio mentale che possa carburare analisi pseudoscientifiche discutibili: poi forse dopo quattro anni ti senti meglio. Forse.
Lanciai il Power X: avevo la deprecabile abitudine di spegnerlo quando dormivo. A volte incontravo qualcuno che me lo rimproverava, sostenendo l’assurda teoria che un Netective -se proprio mi volevo definire così- non dovesse mai disconnettersi.
In qualunque momento -sosteneva il critico- poteva accadere qualcosa di vitale su una periferica cinese, presidiata da un rappresentante censorio del governo in verde oliva col cappellone a visiera più alto di lui, o su una scalcinata macchina della generazione precedente in un paese dell’Africa, con i tasti del keyboard tutti anneriti e il ventolino di raffreddamento che singhiozza esausto.
Cazzate. Facendo in quel modo mi sarei bruciato sì il cervello. Altro che viaggi nel tempo.
Visualizzai i messaggi ricevuti, e tra questi uno mi colpì particolarmente.
Ripiombai per un attimo nella sensazione di tensione del sonno travagliato, poi con un gesto della mano aprii il messaggio che comparve sulla parete: diceva: “Asian Lednev ti ha offerto la sua amicizia su Metaverse 7.0. Collegati per accettare.”
Ancora una vertigine. Asian Lednev su Metaverse 7.0? Ma com’era mai possibile.
Asian Lednev l’avevo incontrato su Second Life due secoli prima. Non poteva essere lo stesso Asian. Non poteva davvero.

Accidenti. Dovevo occuparmi dell’assalto hacker all’Università -col fiato di Campbell sul collo- e del misterioso odioso Gene C.Ronin... E adesso tornava come un fantasma dal passato pure Asian Lednev.
Non sapevo come barcamenarmi. Poi dice che un Netective non ha tempo per il lirismo...

Decisi di dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte.
Chiamai al telefono il mio studente più brillante, neolaureato, quello che mi dava sempre una mano in casi di emergenza e del quale mi fidavo pienamente: Alan Macbeth.
- Ciao, “Scottish Play”...-
Avevo dato questo soprannome ad Alan quando avevamo lavorato a un caso che coinvolgeva una compagnia teatrale. Davanti agli attori era impossibile chiamarlo col suo vero cognome pena scongiuri e ingiurie di vario genere. Come si sa teatranti, guitti, prime donne e capicompagnia credono da sempre che quell’opera meravigliosa del Grande Bardo porti jella...
- Hey, professore! Si riapre la caccia?- rispose Macbeth con entusiasmo. Che il cielo lo benedica.
- Eh già. Sei pronto a una bella galoppata indagatoria?-
- Come sempre, prof.-
- Bene, allora devi farmi il pelo e contropelo a un certo Gene C.Ronin...- Scottish Play stava prendendo appunti. Evitai di raccontargli le mie impressioni sul personaggio, di mettermi a fare il Baedeker dei luoghi ameni che avevo attraversato su Metaverse per inseguire quella faccia da schiaffi del suo Avatar; gli risparmiai il fuggevole incontro con l’Olandesina, col ciccione -cretese, cretino o cretoso che fosse - a uno dei capi del triangolo magico, dove, parbleu, di oro non trovai alcuna traccia, ancorché virtuale: forse perché l’oro come d’abitudine se l’era già accaparrato tutto lui, il simpatico capitalista, il talentuoso affarista, il dongiovanni Cronin. Evitai di far menzione dei bicipiti, dei capelli color crucco ma nient'affatto corti come da cliché, no no: lunghi su quel collo che avrei tirato volentieri come a un pollo in un sabato del villaggio che prelude a banchetto nel giorno del Signore.
.- E... Scottish... Mi raccomando, una ricerca completa, stavolta con particolare cura per la RL....-
Rimase un attimo in silenzio, interdetto.
- Come mai?-
- Boh non lo so nemmeno io. Questo spaccone l’ho già incontrato su Metaverse, il suo Avatar è odioso: vorrei vederlo di persona, partiamo da delle foto, magari in RL è uno sfigato rachitico pensionabile...-
-Capito.- disse laconico Alan già tutto compreso nel suo ruolo di aiuto-netective. A-lirico.
-Ci sono domande?- dissi.
- Direi di no. Tempi?-
- Come dicevano gli odiosi manager di un secolo fa, prima di crollare con tutto il loro fottuto sistema debitorio: “per ieri”.”
Alan rise. -Capito. Ci aggiorniamo domani.-

Ora, non avevo alcuna voglia di entrare in Metaverse.
Ma ovviamente la questione di Asian Lednev mi incuriosiva moltissimo. E comunque aveva a che fare con l’indagine principale che avrei dovuto condurre. Campbell a parte.
Va bene, dai.
Scelsi il mio Avatar. Optai per William Hirvi. Si presentava come una specie di santone indiano in un semplicissimo abito color crema, non aveva copricapo. Aveva capelli corti rossicci e un viso regolare (come tutti gli Avatar, del resto) di media abbronzatura. Gli occhi erano verde smeraldino piuttosto innaturale.
Con questo aspetto feci il log in e attraverso gli screengglasses cominciarono a comparirmi i nomi degli amici in linea, pochissimi in verità, dato che Hirvi lo usavo solo per indagini complesse e nelle quali era meglio non farsi notare. Mi comparve Socrates Kircher, il rettore Campbell. E poi Raymond Wolfe, il giovane Macbeth. Ed ecco Asian Lednev. Lo agganciai e gli chiesi in voice dove si trovasse. Ci mise qualche secondo a rispondere, diffidente.
- Non conosco nessun William Hirvi.-
- Lo so. Forse conosci Lorenzo MacEwan, però.-
Silenzio.
- Saresti tu?-
- Non posso usare il mio Avatar omonimo nel corso di indagini... delicate... Capisci, vero?-
- Sì. Direi di sì-
- Dove ti trovi?-
Silenzio.
- Non lo so. Sono precipitato in una specie di buco nero... A volte ci sono programmatori che si divertono a intrappolare Avatar. Poi magari chiedono il riscatto.-
Sospirai.
- Va bene, ti tiro fuori io.-
Cercai di teleportarlo nei paraggi del mio ufficio su MV. Niente. Non riuscivo a sganciarlo, come ci fosse una forza di attrazione vera e propria, come in un buco nero secondo le leggi della fisica. Per fortuna Asian non era stato annichilito, però. O almeno, lo speravo.
Spremetti come un limone il PowerX, usando la funzione empatico-cellulare, il computer ci mise un sacco ad elaborare la formula per annullare la forza che intrappolava Asian. Alla fine ci riuscì.
Agitando le braccia come chi deve riprendere l’equilibrio, l’Avatar di Asian si schiantò sulla poltroncina di fonte ala mia scrivania.
Da quel momento mi immersi in MV e affidai al PowerX il controllo delle altre questioni esterne.
-Benvenuto, Asian... Posso chiamarla semplicemente così, vero?-
-Dove siamo?- disse lui guardandosi in giro.-
- Nel mio “ufficio” su Meteaverse 7.0. Forse riconoscerà particolari di molti uffici di investigatori celebri...- precisai ruotando il colossale boccale da birra in peltro che stava sul ripiano della mia scrivania.
- Il costruttore che l’ha sviluppato era un appassionato di romanzi gialli... e a me... non è che la cosa dispiacesse... E’ originale.-
Prendevo tempo. Non sapevo da dove cominciare.
Asian- quella versione di Asian, perlomeno- era fedele al personaggio che avevo cercato invano nel mio viaggio nel passato, su Second Life.
Solo che adesso si avvaleva della perfezione di Metaverse. Precisione fotografica. Iperreale. Si passò le mani nei capelli rossi, in un gesto di impazienza. Era vestito elegantemente, con un abito grigio scuro di buona fattura e una cravatta rossa a puntini bianchi. Sedeva sulla sedia del mio studio compostamente, tenendo le mani in grembo. Il volto aveva lineamenti marcati, naso e labbra molto evidenti, la carnagione era piuttosto innaturale perché metteva insieme un tono ambrato per non dire abbronzato con le lentiggini tipiche della carnagione dei rossi, se non fosse che un rosso abbronzato nella realtà... è più raro di un cavallo con il corno in fronte, insomma dell’unicorno, magari bajo, addirittura, anziché immacolato come da leggenda. C’era di che riflettere, quando improvvisamente appariva evidente che no, Metaverse 7.0 non era solo un ambiente che riproduceva in modo anche ormai fastidiosamente preciso le forme, i movimenti, i colori, le sfumature del reale.
No no, era un gizmo che fondeva queste cose con le quali la natura ancora competeva con funzioni di fatto sovrannaturali: lo svolazzare contro ogni logica forza di gravità, fare andare in giro le persone con aspetti diversi ad ogni cambio di umore, di moda, di glamour, fino al prossimo afflato, fino al prossimo stormir di foglie virtuali. Come se gli alberi che producevano le virtualfoglie fossero vitali, col tronco segnato dai cerchi dell’età, come se le virtualfoglie stesse non fossero soggette al prossimo upgrade del sistema, al prossimo designer in vena di farsi notare con un coup de théâtre qualsivoglia: foglie a forma di mani umane, foglie a forma di becco di pappagallo, foglie marmorizzate che per farle stormire ci vuole un synturagano di quelli belli tosti, da radere al suolo un’intera land.
- Mi scusi, Asian, ero soprappensiero. Lei mi ha mandato una richiesta di amicizia: mi sono abbastanza stupito, e poi, arrivo e la trovo intrappolato in una specie di buco nero virtuale...-
- Stupito perché?-
- Beh, insomma, perché... da alcune mie indagini... -mi guardai bene dal fare cenno ai viaggi nel tempo, indietro fino a Second Life- mi risulta che il suo avatar sia attivo... diciamo da decine di anni, passando di piattaforma in piattaforma, via via da quelle più datate a quelle... recentissime. A Metaverse 7.0. Insomma è un fatto abbastanza stupefacente, non crede?-
Asian alzò un sopracciglio.
- Sì. Stupefacente.- Tacque cinque secondi.- Ma io non so nulla.-
Hm. La cosa si complicava.
Decisi di essere diretto.
- Allora perché mi ha cercato, o meglio ha cercato Lorenzo MacEwan?-
-Perché tutto il mio mondo si trova in pericolo. Almeno credo.-
- Di che mondo stiamo parlando? Di Metaverse?-
Agitò una mano.
- Metaverse è sempre in pericolo, tra attentatori e criminali di vario genere, sequestratori, eccetera. No, parlo della mia Torre.
- ... Di un luogo particolare, quindi. E perché è così importante, questa torre?
- Perché... Perché...-

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