La torre di Asian

La torre di Asian - romanzo collettivo

Capitolo 7 – bozza
Di Azzurra Collas
Il multi-schermo, cornice in plexiglass fucsia secondo la moda-schok anni Venti, cominciò ad accendersi con il solito effetto disco.
Lauriana pensò, tra uno starnuto e un colpo di tosse, che c'era da ringraziare il progettista, Luigi Alberto Novecento Boccatelli, formatosi alla scuola di Jhonn Jhonn Bradish, noto cultore della International Hippy Culture of the Nineteenth Century, se nel dominante e deprimente color metallo delle suite del Jolly di Locarno il dinamismo dei suoni e delle luci ricordava certe libertà nel lobo cerebrale sinistro ormai in via di disabilitazione, ma capaci di restituire ancora vibrazioni della memoria di una certa piacevolezza.
Lauriana scelse l'opzione slow e lasciò che gli schermi si accendessero in successione, attivando intanto gli strumenti del mestiere. La lavagna elettronica, scripts e pensil incorporati, la raggiunse silenziosa e rapidissima, con la mano destra, quasi attraversandola, riuscì a bloccarla sulle gambe, mentre con la sinistra cercava di consultare la beverage list del distributore di delizie mattutine. Nostalgia di caffè italiano e muffin anglosassone.
L'I.C.S.Re.Te. (Interstellar Center of Scientific Research and Technological) aveva da tempo elaborato un sofisticato sistema di rilevazione delle ricerche scientifiche su tutto l'emisfero destro del globo celeste, e questa utility, che aveva spesso criticato da buona liberal, le risultava utilissima ora che la sottile nebbia di petrolio stagnante sulla Basilicata le aveva provocato un'infiammazione delle vie respiratorie, non grave, ma certo fastidiosa, costringendola a disertare il convegno sulle energie stellari. Consultò il programma e bofonchiò a lungo della tosse che le aveva impedito di partecipare. La Hack era presente con un’attesa relazione. La foto identificativa ne esaltava gli occhi sgranati sull’universo stellare. Christa Valcatini, giornalista scientifica free lance come lei, invitava, esibendo la sua mascella squadrata, ad una simulazione di collisione tra due buchi neri, realizzata al computer da un gruppo di ricercatori della NASA. Una delle sale riproponeva il tema del creare energia con processi analoghi a quelli stellari, con il collegamento ad una mostra itinerante che aveva fatto storia: la "Fusion Expo", una produzione EFDA, Ifp-CNR, ed altri.
Sbirciò nella private zone del multi-schermo. Il livello di esibizionismo dei reality house aveva raggiunto un limite davvero insopportabile, almeno per chi, come lei, si portava dietro residui di una moralità chiaramente demodé. Smadonnavano uomini e donne costretti a convivenze bizzarre, che spesso terminavano con violenze terribili, immagini esemplari di una società che aveva scelto l’individuo e bandito tutte le forme di aggregazione affettiva. In una land del mondo Beta una cosca mafiosa brindava a trame evidentemente ben tessute: Ryan era ormai inoffensivo. L’ambiente non le sembrò del tutto estraneo, ma non ebbe il tempo di decifrare l’insieme. Si stupì che un’oscura trama internazionale fosse stata derubricata a private case, per ora non poteva far nulla oltre che sorridere del suo presunto talento di investigatrice. Provò disagio per una coppia che esibiva un complicato rapporto sessuale. Come un flash passò la foto identificativa del Rettore, ma sì…quello scottish. Non le venne in mente il nome, ne ricordò però la fama eversiva. Non capì dove si tenevano lezioni di scrittura. Attivò comunque un segnalibro. In un baleno Laura, agitatissima, con Mac e Asian…ma dove?
La relazione della Hack era già lì, postata direttamente dalla sua mente. Certo le sarebbe mancato il calore della voce e quello di un saluto, un abbraccio magari. Infiammazione e affetto non andavano d'accordo, evidentemente. La relazione era chiara e precisa. Ma qualcosa non quadrava. - … ho anch’io delle novità, ma non posso dirti nulla per ora, se seguirai il convegno, vedrai, avrai delle sorprese…positive…- Ricordava queste parole della Hack che le avevano fatto sperare in qualcosa di più che una dotta e precisa relazione sullo stato delle ricerche. Andò oltre. Come sempre, nel rispetto del metodo della interdisciplinarità che era una caratteristica del lavoro della Hack, la relazione era linkata alle menti di numerosi ricercatori del suo staff. Il multi-schermo continuava ad aprirsi con la solita pulsante batteria di luci e suoni, mostrando i testi linkati all'infinito, si poteva dire. Occorreva un adattamento del chip per poter cogliere l'insieme, ma nonostante l'avesse effettuato, la sua esperienza di giornalista scientifica non bastò a farle recepire l'intero universo di rimandi e citazioni. Si decise a consultare la sintesi, anche se sapeva che molte insidie si nascondevano dietro quei comodi ma spaventosamente lunghi omissis. Anche se la sua preparazione globale era profonda, non poteva controllare chi avesse formulato la sintesi e con quali vere intenzioni: "L'energia stellare risolve i problemi energetici anche oltre l'esaurimento del potenziale energetico del sole… Il problema delle scorie nucleari delle centrali controllate è del tutto superato, stivandole su speciali supporti rotanti posti attorno alle galassie, a distanza di sicurezza.". Sicurezza, ripetè Lauriana, Sicurezza. Qualcosa non quadrava. Riconosceva in più punti la struttura dell'intervento di Margherita: "Solo l'energia solare è utilizzabile. Le stelle sono troppo lontane. L'esplosione di una supernova distruggerebbe la vita sulla terra con le sue emissioni di raggi gamma, X e ultravioletti... solo le stelle almeno 8 volte più grosse del sole esplodono e sono rare. Non ce ne sono entro un migliaio di anniluce dalla terra...Siamo figli delle stelle perché le supernove sono le uniche bombe nucleari che invece di portare morte, portano vita. E' grazie ad esse che si sono formati i pianeti e successivamente le condizioni per la vita umana". Qualcosa non quadrava. Andò oltre. “Nel Sole, isotopi di idrogeno si fondono in elio”, spiegava da una tribunetta barocca Paul Platany dell’IRC, “e questo processo fornisce l’energia che, irradiata, permette la vita sulla Terra. Sono da tempo in corso esperienze di produzione in laboratorio dello stesso tipo di energia in modo controllabile. I risultati ottenuti hanno consentito di progettare il reattore IPTER, dal secolo scorso attivo in Francia grazie ad un’ampia collaborazione internazionale”. Qualcosa non quadrava. La relazione della Hack era una outdated copy. Su questo non ebbe dubbi. Sugli schermi passava con subliminale frequenza la sigla dello sponsor, la IHD, la Interplanetary Hydrogen Distrution, la più grande catena di distribuzione di idrogeno, che aveva preso il posto delle multinazionali del petrolio, ormai alle strette in tutti i paesi produttori. Se era stata importata una outdated copy della relazione di Margherita, qualcuno ci aveva messo di certo lo zampino.
Benedetta la sua mania di multitasking girl. Era su più mondi, in fondo. Provò a rintracciare Astrolabia con un click, ma il server non rispondeva. Doveva averne fatta una delle sue, con la mania degli arcaismi, Kubera l’aveva certamente disabilitata per il tempo “giusto”. Provò a immare Mac. User not online - message will be stored and delivered later. Provò con Asian. Lo trovò che contemplava un sé/avatar ermafrodita su Cyberlandia. Lei, Lauriana, si scoprì in un improbabile completo grigioperla tipo Rossella O’hara, con le braccia in croce. Le venne incontro Margina, dai lunghi capelli, disinvolta in tutti i mondi, decisamente. Immò Asian, ma era evidentemente preso in un IM con chissà chi. Non era il giorno giusto, pensò. Un deciso colpo di tosse la ricondusse nel Jolly di Locarno, mentre ancora andavano in sequenza le immagini del convegno. Riprese in mano il frammento, per non perdere l’abitudine a risolvere enigmi. Fu il supervisore del Centro di Controllo dei Linguaggi Interplanetari (IPLCC) a contattare lei. E questo le fece letteralmente cadere il frammento di mano.
- unknowed object-unknowed object- strideva un droide tondeggiante.
- Lauriana Perla – pronunciò il proprio nome con qualche esitazione.
- Ben-ve-nu-ta, Lauriana – pronunciò con il tono più familiare che poteva il droide.
- Bentrovato – rispose Lauriana, riavutasi dallo stupore. Non riusciva a fissare l’idea che lei vedeva gli altri, come gli altri vedevano lei. Anzi gli altri, loro, ricevevano le sue funzioni cerebrali prima di lei.
- Quel-la in-tu-i-zio-ne…-
- Intuizione? –
- Il luo-go ri-co-no-sciu-to…-
- Ah, sì, il luogo della convention mafiosa…non so, mi pareva di aver visto quell’ambiente…quella prospettiva…-
Inutile nascondersi, sapeva benissimo di essere, come giornalista, nella lista di controllo. Come aspirante investigatrice, si chiedeva in quale lista sarebbe finita.
- Unknowed-non-in-da-ga-re-unknowed-non-ri-co-no-sce-re-unknowed-non-in-ter-pre-ta-re-unknowed- –
Spegnere il multi-schermo era l’unico modo possibile, rischioso, ma l’unico modo possibile, uscire da quel mondo, rischiosissimo, ma l’unica difesa possibile. Avere l’affanno da seduta le risultò, ovviamente, assurdo, ma aveva l’affanno. L’isola di Juni le sembrò il rifugio più sicuro, schermata com’era da interferenze esterne, da lì avrebbe contattato Asian, sperando che si fosse staccato da quel sé inquietante in Cyberlandia. Ma a che punto e dove fosse il cuore dell’intrigo poteva saperlo probabilmente solo da Astrolabia, e da Kubera, se mai fosse riuscita a superare la barriera di rifiuti cosmici che lo proteggeva e a farsi ascoltare con la promessa di qualche rifiuto eccezionale per la sua collezione. Le venne in mente quel congegno infernale per ibernazione che troneggiava ormai inutilizzato a Post Utopia. Far promesse non era il suo forte, c’era anche il rischio che quell’aggeggio fosse only owner. Ma tentar non nuoce. Rise di gusto pensando a quale sarebbe stata la reazione di Kubera a sentir pronunciare liberamente tali arcaismi, e ancora di più alla vista di un ibernatore anni ’80.
Chiese al tom tom di ultima generazione, che aveva installato da poco su suggerimento di F., di segnarle il percorso. Non sarebbe stato semplice trovare una linea libera e protetta. Ma questa era la sfida, e lei le sfide non le aveva mai mancate.

Tag: 7°capitolo, asian, cyberlandia, droide, hack, ibernatore, lauriana, mac, margherita, torre

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Piero aka Piega Tuqiri - Capitolo VII (bozza)

- Onda che riempie lo sguardo, anima d’uccello che sorvola la terra, musica di campanelli a modulare il silenzio…. Qui sono già arrivato, qui ho già assaporato la stessa sensazione di solitudine, qui addirittura potrebbe essere iniziato tutto.

Mano a mano che la pagina che racchiudeva il suo attuale orizzonte si delineava emergendo dal grigiore indistinto dello schermo su cui si era lasciato condurre una volta inserite le coordinate memorizzate, Asian sentiva crescere la potenza del deja vu che lo stava avvolgendo.

Ruotò velocemente su se stesso per capire se Mac fosse già arrivato.
In un piccolo avvallamento del terreno, circondato da alberi screziati di rosso che riflettevano la luce del sole che calava, intravide la sagoma di un avatar accovacciato, con le braccia a far da corona alle ginocchia e la testa leggermente reclinata verso destra. Si avvicinò e si sedette accanto allo sconosciuto che sembrava ignorare del tutto la sua presenza, come se fosse sospeso su pensieri infinitamente lontani.

Trascorsero così parecchi minuti prima che l’aria si riempisse del suono della voce di Mac.

- Sun mi aveva già parlato di te, per questo prima non ti ho chiesto nulla. Quello che so di te lo so e basta, giusto o sbagliato che sia e la stessa cosa deve valere per te. Quello che ognuno di noi capirà dell’altro da adesso in poi sarà solo un accidente e non qualcosa di necessario. La mia è una strada solitaria, che non sono disposto a barattare con nessuna sicurezza.

Asian non disse nulla, anche perché il tono delle parole del suo nuovo compagno di strada non era di quelli che lasciano spazio a domande e risposte. I suoi occhi velati dal buio delle lenti differenziali non erano fatti per il dialogo.

Dopo lo stand up si avviò lentamente verso la riva, fermandosi ad osservare lo scoglio su cui le onde provenienti dall’orizzonte si infrangevano prima di poter raggiungere la lingua sabbiosa.

Mac, come per incanto si materializzò accanto a lui (forse potrebbe trattarsi di quel nuovo tipo di teleport a gittata ridotta di cui aveva udito parlare alcuni giovani avatar mentre campeggiava sulle panchine di Tuscany, pensò)

Iniziò a raccontare di se’ e di ciò che lo aveva spinto a cercare una via d’uscita alla situazione di stallo in cui si trovava la sua vita, parlò della lotta tra i cybernauti e gli eco-ribelli, stando molto attento a non far trapelare per ora niente che lo potesse in qualche modo far identificare come più vicino all’una o all’altra parte. Soprattuto si impose di evitare persino a se stesso di avvicinarsi con il pensiero al nome di C. Ronin, come se anche solo introdurlo nell’intrico cyberneuronale potesse tradirne in qualche modo la presenza nelle sinapsi binarie che reggevano la sua mente. Era troppo presto per rischiare di alienarsi la piccola scintilla di fiducia strappata dalla carteggia di diffidenza che avvolgeva il cuore di Ma Ewan. Incauto sì, a volte; ma prudente spesso; in epoche buie come queste, occorreva esserlo per principio, specialmente con chi proveniva dal Metaverso.

Quando il silenzio di Mac lo convinse che era giunto il momento di mettere in tavola il suo vero obiettivo, improvvisamente e con voce leggermente rallentata, come se volesse essere certo che il suo discorso non potesse essere frainteso, disse:

- L’unica possibilità per salvare il nostro mondo è quella di riuscire a conquistarci uno spazio di tempo completamente autonomo. Uno spazio di tempo, capisci? Uno spazio noi già lo abbiamo, anzi è in realtà l’unica cosa che veramente ci appartiene, al di là dell’illusione di realtà che la Matrice ci concede ogni volta che effettua il nostro login. Di vero non c’è in noi che l’estensione della nostra immagine, il posto in cui essa si colloca. Può essere un appartamento in una torre che sorpassa le nuvole o questa sabbia rosa su cui siamo adagiati io e te.

No, questo non è ciò che serve ad una vita vera. Occorre anche qualche cosa in cui l’immobilità non rimanga ferma, qualche cosa che una volta dato non abbia nessuna possibilità di poter essere ridato, qualche cosa che vada al di là del qui e del là.
Occorre un "prima" che non si possa guardare come un "dopo" semplicemente ruotando su se stessi…

- Ti occorre Tempo insomma – disse Mac con una specie di sogghigno.

- In un certo senso sì, se per Tempo intendi quello che intendo io.

- Mai conosciuto Agostino il Santo? … o Henri Paris? – il tono stavolta era quanto di più impersonale Asian avesse mai udito dalla voce di un Avatar.

- Una volta ho letto un libro.... mi pare fosse di un certo Aelita Baguier, un Avatar non vedente che abita in Echoes. Estetica Trascendente mi pare fosse il titolo, o qualcosa del genere. Comunque, parlava di proprio questa cosa. Però ti confesso: non è che ci abbia capito molto.

L’occhio sinistro di Mac, nascosto dalla lente unidirezionale sembrò quasi scintillare, segno che qualcosa nel discorso di Asian aveva per un istante scosso la sua apparente indifferenza.

- Stai tranquillo – stavolta il tono era quasi amichevole – nessuno in realtà ha mai veramente capito quello che il vecchio hacker cieco volesse dire. Forse neppure lui stesso. Di certo era convinto che i griefers avessero sviluppato la capacità di leggere il pensiero da cui le parole erano nate, come una sorta di regressione dall’opera al suo creatore…

- Insomma quello che voglio – proseguì Asian, avvolto nei suoi stessi pensieri - è riuscire a conquistare quell’autonomia che mi spetta di diritto da quando sono stato creato, voglio vivere e di conseguenza morire, ma non per scelta di un altro. Voglio solo essere per morire. Da solo. Perché la mia morte renda meno difficile quella degli altri.

Nonostante il dolore non possa essere capito da chi non lo vive è pur sempre possibile che ognuno senta il proprio dolore come possibile accostandosi a quello di un altro. Del resto la morte non è forse ciò che nascondiamo dietro la maschera di un dolore solo anticipato…?

- Sembra una domanda, ma non credo si aspetti davvero una risposta - pensò tra se’ Mac.

Tacque a lungo, osservando la sabbia ai suoi piedi che veniva inghiottita poco a poco dall’oscurità che si avvicinava, pixel dopo pixel.

Alla fine, sottovoce come se non volesse che il suono del mare venisse coperto dalla sua voce disse: ti condurrò dove devo, ma prima devi sapere alcune cose.

Si avviò verso una piccola giostra d’argento uscita come per magia dalla luce del tramonto, seguito da Asian.

Muoversi restando fermi, assieme ai propri pensieri. In una spirale che sembra un cerchio, traslando con questa terra rigogliosa di esistenze, ognuna col proprio frammento di conoscenza da salvaguardare dall’oblio, una vite senza fine che penetrando verso il centro genera continuamente la sorgente da cui sgorga.
Sentì il calore dell’Idea che prendeva forma…

Mac intanto fischiettava. Sembrava in pace con se stesso, nell’ istante che si dilatava.

Entrambi avevano ancora bisogno di guardarsi attorno, restando immobili l’uno nell’ombra dell’altro.

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capitolo 7 di Alzata e Aldous

Non si poteva dire che Paguro non sapesse il fatto suo. Stava organizzando il piu' classico degli hackeraggi. Programmi in rete che aiutano un hacker ce ne sono a bizzeffe. Bisogna solo sapere cosa fanno e come usarli; e scusate se e' poco !
La preparazione consisteva nel penetrare tramite internet, in un grande numero di computer, individuandone la password, e quindi asservirli ai propri programmi.
Erano i cosidetti computer "zombie", che avrebbero eseguito quel che Paguro gli avrebbe ordinato al momento giusto. Quando il momento fosse arrivato tutti i computer "zombie" di cui era riuscito ad impossessarsi, avrebbero iniziato in contemporanea, a bombardare di richieste e di messaggi fasulli gli indirizzi della lista che aveva preparato.
Erano i server della SL-Petroleum, quelli delle forze dell'ordine, quelli della regione Basilicata, delle filiali locali dei Ministeri, della Protezione Civile e di altri istituti locali, privati e pubblici. I server non erano in grado di smaltire altrettanto
rapidamente tutte queste richieste contemporanee, e avrebbero cominciato a negare l'accesso ad ulteriori richieste provenienti dagli utenti veri. "Denial of Service" questo era il suo nome, e a tutti gli effetti era un vero e proprio blackout.
- Che ve ne sembra ? - chiese Paguro agli amici della piazza dopo aver spiegato il piano.
- Forte!! - disse Ryan, e anche gli altri gli fecero eco. - In contemporanea al black-out possiamo organizzare una marcia di protesta davanti la sede della regione. E poi dobbiamo avvisare i giornali e le agenzie di stampa -
- Si, disse anche Baby - direi che il piano e' perfetto. Mi spaventava quello che invece voleva organizzare Gene -
- A proposito, che fine ha fatto Gene ? Come mai non si e' ancora visto oggi ? -

In quello stesso momento, Gene C. Cronin stava parlando a tre altri avatar.
- Come eravamo d'accordo, ho buttato l'amo !
Si trovavano in una stanza in penombra. Le pareti erano spoglie. Quattro sedie attorno ad un tavolo rotondo; Gli avatar erano tutti senza nome.
Anche Cronin appariva come anonimo. La differenza era che gli altri conoscevano il suo nome, ma lui non conosceva il loro. Anche i loro profili erano vuoti.
- Hai fatto come avevamo stabilito ? - disse il numero 1
- Si, un gruppo di ambientalisti sta organizzando una dimostrazione contro la Inc.Petroleum. Io faccio parte del loro gruppo e li sto spingendo a delle azioni non solo simboliche ma anche un po' violente e di effetto. Sara' facile far passare il nostro "colpo" come se provenisse direttamente da loro. Adesso ho bisogno della bomba di cui mi avevate parlato.
- Bene, bene ! Per le bombe non ti preoccupare, le stiamo assemblando in un luogo sicuro. Al momento giusto ti indicheremo dove sono e come usarle.
Gene C. Cronin sogghigno'. Disporre di armi cosi' potenti gli avrebbe dato il potere che desiderava da anni.
Non sapeva chi fossero questi avatar misteriosi, aveva capito che facevano parte di un piano piu' vasto che riguardava il metaverso e il mondo reale. Ma non gli interessava. Fintanto che lui poteva approfittarne ...
- Ma davvero saranno cosi' efficaci queste bombe ?
- Certo! - disse il numero 2 - Stai sicuro! Anzi, vedrai che l'effetto sara' superiore ad ogni previsione !
Gene C. Cronin gongolava ...
- ditemi ancora l'effetto che hanno queste bombe sui pozzi di petrolio
- In realta' basterebbe una bomba per sistemare un intero giacimento di petrolio. Tu per sicurezza mettine almeno un paio in pozzi vicini. Quando una bomba esplode in un pozzo, un mix di batteri e di reagenti speciali penetra nel giacimento fino ai suoi recessi piu' lontani, e in pochissimo tempo riesce a trasformare tutti gli idrocarburi in un liquido leggero che fuoriuscendo violentemente si nebulizza nell'aria. Praticamente i giacimenti si vuotano quasi immediatemante. Le chiamiamo bombe per la violenza del processo, ma tecnicamente non contengono esplosivo.

In piedi uno di fronte all' altro, Paguro e Melany stavano frugando nell'inventory alla ricerca di un saluto,quando Paguro riprese a battere sulla tastiera, Melany lesse : Baby, mi ha molto colpito.Penso che potrebbe portare tra di noi qualcosa di importante :la passione, i sentimenti e forse l'amo...
Poi il nulla, era saltata la luce: lo schermo adesso era vuoto.
Confusa smarrita Melany non riesce a decidersi a riprendere il contatto elettrico.
Riaccendere il pc, capire, non darsi per vinta/Non riconnettersi più, uscire dal mondo:un suicidio d'amore, che non avrebbe destato clamore. Agli avatar succede di sparire per sempre, problemi di connessione,guasti al pc, ingombri incombenti nella vita reale ...
Scorrono veloci i giorni, veloci in sl, Melany preferiva crogiolarsi nell'idea del suicido per amore, persevera e non tenta nessun collegamento

Una sera invece con lo stesso movimento repentino del cuore con cui era stata soverchiata dall' innamoramento, con cui aveva poi decretato e agito il suicidio, in un monento di nostalgia e cuirosità, torna in piazzetta festosa sorridente: Melany vive in un mondo scandito dal “ Spegni/riavvia”.
Log in: attende paziente che il mondo intorno a lei si materializzi, la torre, gli amici, ma non succede nulla, lo spazio è vuoto. Cerca fra i contatti, nessuno on line.

- E' successo qualcosa ! Agli amici, alla torre, alla Basilicata tutta ! -

Un senso di spaesamento e sconforto la paralizza, la gola secca, il cervello e il cuore strizzati in una morsa.
Tenta di ammorbidire il panico concentrando l'attenzione su un'analisi fredda dei fatti, di rallentare respiro e pensiero mentre precipita in un' abisso di terrore ingiustificato.
Suicidandosi, aveva continuato a pensare di essersi sottratta ad una realtà che avrebbe continuato ad esistere anche senza di lei e di tutte le incertezze, i pericoli, le catastrofi che incombevano nel romanzo letto con Aldous, non aveva conservato consapevolezza.

Nell'inventory i contatti non vengono cancellati anche se non sono più attivi,le costruzioni spesso spariscono, il proprietario le cancella, il padrone non rinnova l'affitto - non farsi prendere dallo sconforto- la torre di Asian non è la solità realtà di SL, è una realtà complessa, si espande nel web con un ning, ha connessioni forti nella RL, lega a sè con intreccio complesso di umani e avatar.Che cosa poteva essere successo?

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---- Aggiunta successiva ----

Il numero 3 usci' pensieroso dalla riunione con Gene C. Cronin. Gli altri avatar stavano gia' organizzando la consegna delle bombe. Presto si sarebbe visto il loro effetto devastante in Basilicata!
L'avatar si avvicino' al pannello di controllo di uno stargate; sembrava uno stargate normale di SL, invece era
stato portato li' da loro, per permettere gli spostamenti temporali.
Guardo' con orgoglio/amarezza la loro "macchina del tempo"; alcune centinaia di anni prima, anche lui avevo partecipato alla sua progettazione. Se solo avesse immaginato come l'avrebbero usata ...
Una copia era stata montata presso l'universita' di Edimburgo, dal rettore Campbell

Arrivo' in una grande stanza grande piena di display.
- Eccomi di ritorno - disse il numero 3 alla donna che stava in quella stanza, e che sembrava impegnata a seguire un gran numero di cifre e nomi che si illuminavano e scorrevano sulle pareti.
- ciao Uvet, hai qualche arcaismo nuovo per me ? - disse Astrolabia guardandolo appparire dalla porta di arrivo dello stargate -
- Si, qualcuno. Ma adesso ci sono cose piu' importanti di cui discutere. Siamo arrivati al momento cruciale; tra pochi giorni verra' effettuato l'attentato in Basilicata. ormai l'organizzazione e' completa.

Era stata un'idea di Astrolabia, anzi del Governatore, quella di farlo entrare nella cellula degli irridentisti. Aveva capito che solo dall'interno sarebbe stato possibile capire i loro scopi e i loro mezzi. Gli scopi erano chiari dall'inizio; anzi anche loro li condividevano in buona parte. Per quanto riguardava i mezzi, Uvet aveva capito un po' alla volta la portata della loro azione; erano senza scrupoli e desiderosi di creare il caos piu' completo. In mezzo al caos credevano di riuscire a ricattare l'umanita' per ottenere l'indipendenza.

- Allora e' il momento di lanciare la torre nel passato ! Dobbiamo essere sicuri che, qualunque cosa succeda dopo l'attentato, l'umanita' abbia abbastanza risorse per proseguire nella sua evoluzione ! Noi siamo i loro discendenti, dobbiamo aiutarli per evitare che la storia segua un cammino diverso. Ne va della nostra sopravvivenza.
- D'accordo ! Allora faccio partire Asian e la sua torre.

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settimo: vai e costruisci (rivisto ore 22:19:44)

– La face cachée de la lune est bien sûr celle qu’on ne voit jamais de nos yeux –
Con queste parole Aelita mi congedò.
Quando aprii la porta e uscii in strada la luce era fortissima. I miei occhi abituati al buio della sua stanza vennero violentati dalla luce della strada: come spilli negli occhi i raggi del sole mi toglievano il respiro. Era già mattino avanzato. Ma quanto tempo ero stato con Aellita?
Aelita Baguier era la prova vivente che se anche l'umanità intera fosse priva della vista la parola vedere avrebbe avuto ancora un suo preciso significato.

La faccia nascosta della luna... In fondo, ripensando alle parole di Aelita, ripensavo a tutta questa storia: la torre, quella storiaccia dei pozzi in lucania, la incPetroleum, Campbell, Lauriana e quella tipa che si sentiva spesso nominare... la Hack, la dotta. E poi quel Mac, che definirlo caratteriale è a dir poco un complimento.
Era come se tutta questa storia seguisse due linee precise: una alla luce del sole e una nascosta. Due storie parallele ma che stavano parlando della stessa cosa. Come sempre le cose stanno lì sulla scrivania alla vista di tutti ma nessuno le nota. Era così semplice: le due storie sono le due facce di una stessa cosa.

Mi ricordai allora di quello che mi disse un tempo un tipo buffo, che in qualche modo potrebbe essere definito un "amico".
– La luna non ha due facce, caro Asian. Non è un sistema binario zero-uno. Non essere meschino anche tu come tutti. –
L’amico era Gogol un cercatore del web, un cybernauta che vantava di essere tra i primi dieci avatar ad aver preso cittadinanza su Metaverse. Non so se il nomignolo fosse più legato al suo sguardo sarcastico, al suo continuo giudizio sui suoi simili che lo accomunava all'omonimo scrittore russo o se era per la sua abilità di trovare le cose come fosse Mr Google.
Proprio lui mi aveva parlato di Cyberlandia paragonandola in qualche modo alla faccia nascosta della luna.
Ora lo ricordo: una sera a parlare sull'opportunità o meno di entrare in quella grid.

– Devi sapere, Asian, è un ambiente difficile, imperfetto ancora, ma come per la luna... la luna rossa di quei briganti... quei rispettabili cosmonauti russi. Per la miseria, ci hanno mostrato una foto imprecisa, sfocata, poco dettagliata ma sono stati i primi a cogliere il significato di una impresa così importante: la luna non è rotonda ... è una biglia come la terra. Come se ci avessero incollato il naso mancante e ce ne avessero mostrato per la prima volta la vera natura. Non è stata una bricconata qualsiasi. –
Così ora le sue parole e quelle di Aelita si fondono tra loro e intorno a loro fondono tutte le storie nella mia testa tanto da farmela girare.

Quando ho costruito la torre su Cyebrlandia l’ho fatto più per un atto di fede che per convinzione. Non avevo ancora realizzato questa idea di continuità interna al metaverso. Avevo seguito solo l’invito di Gogol a prendere in considerazione quel mondo. Ma solo ora ho “attaccato il naso" e la figura mi si ricompone, prende volume: assume il suo volto.
Non capivo assolutamente perchè dovevo assecondare questa assurda idea di costruire una copia della torre in quella dimensione “nascosta” dove la definizione “deprivazione sensoriale” ha un senso così pieno: dalla difficoltà di avere un avatar decente alla difficoltà di comunicazione con l’ambiente – muoversi, spostarsi, costruire ecc... – e dalla difficoltà di costruire relazione con gli altri.

Ancora le parole di Gogol prendevano un senso ora:
– Mi sembra strano, caro Asian che tu non capisca... ho l'impressione... Asian, dovresti sapere qual è il tuo posto qui nel metaverso. E ancora di più quale è il posto della Torre –
– Si però... –
Non feci in tempo a replicare che...
– Be', adesso vuoi ancora discutere? Vedi anche tu che non si può fare a meno di costruire e conservare qui dentro. Ti sarò particolarmente grato se farai di tutto per contrastare i griefer, e sono molto contento che questo caso mi abbia procurato il piacere di incontrati ancora... –
Si riferiva alla perdita dell’isola
– Ma in che modo è sparita poi? C'è qualcosa che non riesco a capire, qui. –
– Cancellata, persa... però ho fatto in tempo a replicarla altrove. In un posto molto riservato – risposi.
– Ma da tutti i segni questo è un avvertimento inaudito, un'isola è un'isola... anche nel metaverso. Non ci capisco niente!... –
– E' da tempo che ne accadono di cose strane qui. Specie nei posti come questi. Dove c'è un progetto collettivo, dove la gente ... –
– Sì sì.. progetto collettivo... però... tutt'a un tratto, ti trovo e dove? a Los Angeles Vera! Convieni che... –
– Ero in cerca di Mac, il netective... me lo davano da quelle parti –
– Fai quello che vuoi, animuccia disperata... ma ripensa un giorno alle cose che ti ho detto prima...–
Solo ora ci ripenso, davvero e anche intensamente:
– io non posso fare altro che dirtelo, in che modo devi procedere qui dentro... ma l'essenziale è che adesso tu mi ascolti: l’importante non è abitarlo, possederlo ma averne un’idea per affiancarla... a quella del resto del metaverso per costruirne una immagine completa, a tutto tondo –
– Ma la torre già è tonda – provai a schernirmi con una battuta
– Non capisco come tu riesca a scherzare – disse con rabbia – non vedi forse che ti manca proprio l’altra faccia del metaverso? Ti manca ancora una piccola parte per completare il tutto –
– Semplicemente non so che mai significhi tutto questo... –
– Asian, asianuccio, panzerotto... Ascoltami un po', mio caro! Cyberlandia è nuova, vergine... il posto è perfettamente liscio, come una frittella appena sfornata. Sì, tanto liscio che non sembra vero! Vai e costruisci! –

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Capitolo VII (bozza) - di Aldous Writer

Aldous scese al sesto piano. Nel passare da un piano all'altro, un fremito prolungato della torre, forse un piccolo terremoto e la torre non fu piu' li'. Distrutta dai griefer, ma presto ricostruita in altri luoghi. E Aldous, nella nuova torre di Asian, pote' ricominciare la sua discesa. In questo intervallo, tra la distruzione e la ricostruzione, ebbe tempo di riflettere sul fremito della torre, sul sisma, e su quello che poteva rappresentare un tale evento per le persone che vedevano distrutta la loro casa o che forse perivano in essa; innocenti, senza alcuna colpa in piu' rispetto a tutti quelli che dal terremoto non erano stati toccati. Anime provate nei loro affetti e nelle loro angoscie.

Le storie della torre si vanno delineando. Asian e MacEvan si incontrano anzi, quasi si scontrano, non traspare se stiano dalla stessa parte, ma l'intuito mi dice di sì. Asian sembra dibattersi nel dilemma se lanciarsi nell'avventura e cercare di garantire la sua autonomia dalla Real Life, oppure lasciarsi andare, affidarsi al caso. Sfruttare la torre che ha costruito e che sta duplicando in altri luoghi, o abbandonarla dopo la distruzione dei griefer. MacEwan sembra sospettare qualcosa (ma e' il suo lavoro, no ?) si interroga sul fatto che alcuni avatar sembrano guidati da altre persone e non dai loro padroni di RL.

Provo a chiamare Susy, la tippo per discutere con lei di questi nuovi risvolti; ma lei non arriva, e' finita chissa' come, a Pizzofalcone.
Ah! Una curiosita;: sembra che ci sia del tenero tra due personaggi: Melany e PaguroNet. Una storia rosa all'interno della storia completa. Forse serve ad alleggerire un po' la tensione o forse a distogliere il lettore dalla mancanza di informazioni su cosa succeda veramente.
E che dire, infine, di Gene C.Cronin; e' un personaggio ambiguo e antipatico. Sembra pero' che rappresenti un punto nodale nella storia. E inoltre si interessa all'utilizzo dell'idrogeno come alternativa al petrolio ...

Lungo le pareti della torre, i memi, le idee, si snodavano attorcigliandosi nella loro forma elicoidale, caratteristica dei filamenti di DNA. Davanti i suoi occhi si moltiplicavano i pensieri, i concetti, le descrizioni. Si aggrovigliavano e si compattavano fin a diventare un'unica immagine: una figura indistinta che si agitava sulla parete.
Aldous, si avvicino' per vederla meglio; era un uomo sulla cinquantina, un po' grosso e con i capelli grigi e lisci, tirati indietro. Un vestito di tweed grigio con una cravatta in tono. Sguardo aperto e diretto di chi non ha niente da nascondere.
- Buonasera - disse Aldous
- Buonasera -
- Mi sembra di averla gia' incontrata nella storia. Io sono Aldous il lettore -
- Io sono il rettore Campbell. Molto piacere ! Che ti sembra della torre Mr Aldous ? Cominci a capire qualcosa ? -
Il rettore, nonostante la sua posizione accademica, era scivolato rapidamente ad una forma colloquiale e informale. Si vedeva che era una persona che arrivava subito al nocciolo delle questioni.

- Qualcosa, sì. Ma forse lei mi puo' aiutare a capire meglio. Cos'e' il cyberN ? - chiese Aldous
- Il cyberN ? dove hai sentito questo nome ? - chiese il rettore
- Era tra i pensieri di Astrolabia e il governatore Kubera. Mi e' sembrato di capire che fosse uno strumento di controllo per Kubera. -
- Astrolabia ? Ah si ! Il suo e' decisammente un cyberN superiore alla media -

Il rettore Campbell mi guardo' un attimo con espressione assorta. Stava sicuramente chiedendosi quanto avrebbe potuto dirmi ...

- Beh ! Il cyberN e' un software. Un programma speciale che gira sui computer quantistici. Per capire cos'e' bisogna tornare indietro nel tempo, fino agli studi di Douglas Hofstadter, lo scienziato cognitivista. Ne hai sentito parlare ?

- Si, mi sembra... ma non pensavo che le sue idee sulla formazione dell'autocoscienza potessero avere un' applicazione pratica.

- Bene, vedo che hai inquadrato l'argomento. Oltre a essere rettore, anch'io sono un cognitivista e ho studiato a fondo le teorie di Hofstadter e il cyberN. Posso dire di aver dato anch'io il mio piccolo contributo...
Comunque, come forse ricorderai, quelle teorie mettevano in relazione lo sviluppo del pensiero complesso nell'uomo e della sua autocoscienza con i circuiti virtuosi, loop o anelli nelle teorie di Hofstadter, che si possono sviluppare tra componenti neurologici dotati di feedback. Questi loop permettevano delle configurazioni stazionarie nei flussi di comunicazione tra neuroni.
- si - risposi - ricordo l'analogia che veniva presentata tra le scariche neuronali che si mantenevano stabili nel tempo e che davano luogo ai pensieri all'interno dei circuiti formati da sinapsi e neuroni, e le immagini in feedback di una telecamera che punta verso il suo monitor creando degli effetti visivi duraturi, ad esempio una spirale, anche dopo che l'oggetto che l'ha causato non e' piu' presente. O anche un microfono vicino ad un altoparlante, dove la retroazione crea dei fischi assordanti. In modo del tutto analogo, le sollecitazioni esterne causano dei pensieri nel nostro cervello che perdurano come configurazioni stabili lungo i nostri "circuiti" neuronali, e anche quando le sollecitazioni cessano, i pensieri continuano a circolare nel nostro cervello.
- Esatto - continuo' il rettore Campbell, compiaciuto per aver trovato il suo pubblico - in aggiunta a questi meccanismi circolari virtuosi, bisogna ricordare anche le capacita' mnemmoniche del cervello umano, capace di immagazzinare dati, eventi, immagini e anche pensieri.
Adesso, veniamo ai computer, e ricordiamo che la capacita' di memorizzare qualunque cosa era gia' parte delle funzioni dei computer di vecchia generazione, ma con l'arrivo dei computer quantici l'immagazzinamento e l'elaborazione delle memorie ebbe uno sviluppo esponenziale. Alla fine gli scienziati iniziarono a sperimentare dei programmi in loop dotati di retroazione. E cosi' sono nati i cyberNeuroni, cioe' i cyberN. Alcuni di questi programmi, tra i piu' perfezionati, sono stati associati a noi avatar del Metaverso. Ma naturalmente non erano perfetti, dei piccoli errori di formulazione introdussero delle variabili casuali e la sintesi che ne risulto', conteneva tutti gli ingredienti per poter pensare in maniera autonoma. Le idee di base e gli stimoli esterni sono gli enzimi, cioe' quelle cose che riescono a creare delle configurazioni stabili, delle forme-pensiero all'interno degli anelli dei cyberN. Bastano gli stimoli, gli enzimi, le memorie e l'energia per alimentare in continuazione il meccanismo di feedback. E cosi' eccoci qui, gli avatar di seconda generazione, che sono in grado di pensare, ridere, gioire e disperarsi e ... soprattutto ... ne sono coscienti. -

La rivelazione fattami dal rettore fu troppo scioccante per me ! Gli avatar potevano pensare ! Non in maniera meccanica e deterministica come siamo abituati ad immaginare il funzionamento dei computer, ma in una maniera analoga a quella degli uomini. Forse dire "analoga" implicava una similarita' che non c'era, ma quando un avatar senza un umano che lo dirige si comporta in maniera indistinguibile da uno che ha un padrone, e se ti spiega con precisione il fatto che lui e' in grado di riflettere in maniera autonoma e di essere pienamente cosciente della propria esistenza, Come chiamiamo tutto questo ?
Se non vogliamo scendere nel metafisico affermando che gli avatar possiedono un'anima, dobbiamo pero' riconoscere la loro capacita' di pensiero autonomo e la loro autocoscienza. E allora ? tutti i personaggi che avevo incontrato fin'ora, chi erano veramente ? C'era qualcuno dietro gli avatar ? O c'era solo un complesso meccanismo di feedback chiamato cyberN ?
Questi pensieri ruotarono in una ghirlanda di idee vorticose nella mia mente, e lo stupore fu tale che mi sembro' di perdere coscienza per un attimo. Quando tornai in me, il rettore Campbell era sparito.

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(bozza) Capitolo 7° di AtmaXenia

La notte precedente all’incontro con la giornalista, non fu come le altre.
Il buio mentale avvolse Xxanty come un mantello nero.
Eppure a lui, parve di restare sveglio per molte ore, come teso a qualcosa di indefinibile, di imminente, di spaventosamente presente. Nessun sogno, nessun segnale di attività cerebrale, come fosse …morto..oppure…assente. Come se qualcuno avesse di colpo spento un interruttore. Tac. Fine dei segnali neurologici. Beeepp. Coma..beeep..morte cerebrale.
Una sensazione di paralisi, di inerzia, di impotenza..di…di nulla….
Poi, all’improvviso, cosi come i segnali vitali erano andati via, tornarono.
Un segnale acustico, prima distante, poi sempre più forte e martellante si insinuò nel suo cervello. Beep Beep Beep. Ed un microscopico punto luminoso apparve di fronte a lui, fermo. Senza colore. Poi i suoni si fecero distinti, sempre più somiglianti a parole frammentate, ed una voce parlò.
“ In un tempo molto lontano, noi, ultima generazione di umani sopravissuti all’eccidio degli Imperatori, ci preparammo alla fuga. Nessuna mente umana poteva resistere alla potenza di coloro che avendone trovato l’accesso, ne condizionarono completamente ogni espressione. Schiavi nostro malgrado, senza libertà di pensiero e di parola, giacevamo come morti, sospesi, senza passato ne futuro, inerti.. Così la strumentazione sempre più sofisticata si era sovrapposta a quella umana, diventandone il padrone assoluto.
Io, presi il comando di quel piccolo gruppo di uomini, che sfuggiti al controllo degli Imperatori, si unirono per fuggire in un luogo, dal quale, avrebbero potuto studiare un’azione controffensiva e liberatoria.
Da allora, sono passati anni..secoli. Abbiamo costruito androidi cosi perfetti da ingannare anche i loro robot. Li abbiamo spediti sulla terra e fatti mescolare agli essere umani..cioè a cosa ne era rimasto. In ogni androide, schede sofisticatissime, programmate in ogni minimo particolare, contenevano un processo preciso di attività finalizzate alla nostra rivolta.
Da qua..io controllo tutto. Sono il supremo controllore. La mente evoluta di questo progetto. La speranza del mondo……A mano mano che invecchio, sostuisco i pezzi del mio corpo con parti bioniche, anche del mio cervello…Tranne che della mia memoria….a volte…amo ripetere parole arcaiche, per non dimenticare, per non scordare da dove provengo, cercando di non espormi troppo, per non rischiare di essere intercettata, poiché le parole furono messe al bando molti secoli fa, cosi come venne messo al bando..l’uomo.
Se vorrai vedere oltre i limiti, non avrai bisogno della vista. Cerca…e troverai…bzzt..zzzt…bbzzttt”
Buio. Vuoto. Silenzio. E mille domande…senza risposta.
La scossa elettrica dei suoi neuroni lo fece balzare fuori dal letto di colpo….Connesso.

Solare e sorridente, Laura McNellie si presentò come un’improvvisa raffica di vento nella quiete di una giornata calma d’estate. I biondi capelli color grano, arruffati si scompigliavano ad ogni movimento della testa, come se avessero una vita propria, indipendente da lei. Si sedettero in un tavolino vicino al retro dello scalcinato bar di periferia dove si erano dati appuntamento per non dare nell’occhio.
“ Bene signor..signor??)..”
“Xanty….ma non credo sia il mio vero nome..perlomeno..non lo ricordo come tale…a dire il vero….non ricordo nulla..ed è per questo che sono qui”
“ Non capisco come potrei aiutarla, non la conosco, non credo di averla mai vista, mi spieghi cosa vorrebbe esattamente sapere”
Xxanty la fissava direttamente in viso e gli occhi di lei tradivano una fierezza nobile. Un orgoglio ed un senso di appartenenza e di fede trasudavano da ogni sua parola,
“ Allora, credo che gli atti terroristici della Basilicata nascondano qualcosa di molto grosso, e con i suoi contatti e unendo le nostre informazioni potremo scoprire cosa sta accadendo veramente. Non credo sia solo una questione di oro nero, ma qualcosa di molto più. Di terrificante. Io stesso credo di essere il prodotto di un esperimento..e gli raccontò del laboratorio e delle scoperte che aveva fatto, di Baby e della Moore. Lei dapprima incredula, a mano a mano che egli raccontava, si affidava sempre di più alle parole di Xxanty, Sentiva dentro di sé un calore ed una pace nuova, fiducia..sì esatto. Sebbene giovane, aveva sviluppato in fretta quel senso di diffidenza verso coloro da cui spesso raccoglieva notizie per le sue telecronache, ma questa volta, ogni sua cellula vibrava al suono delle parole di quello strano personaggio.
Per vincere la sua diffidenza, Xanty le chiese se possedeva un pc portatile della nuova generazione, per poter navigare con le stesse modalità di quelli in casa e le propose un collegamento che le avrebbe confermato le sue versioni. Laura andò verso la macchina e poco dopo tornò con un portatile non nuovissimo ma tuttavia funzionante e spostandosi verso una zona meno frequentata si collegarono. Lui la guidò verso il laboratorio virtuale, ricostruito per le visite guidate online e che naturalmente non riproduceva l’intera reale struttura, ma solo ciò che era conveniente per un navigatore conoscere, , e attraverso la cam, riuscirono a fare un giro all’interno dell’edificio.
Fu allora che Laura, confidò a Xxanty di conoscere un bravo programmatore del quale si serviva per avere supporto riguardo ai nuovi sistemi virtuali messi a punto dalle maggiori aziende di informatica spaziale, e che gli avrebbe procurato un appuntamento a breve con lui, in modo di scambiare tutte le informazioni possibili. Il suo amico si chiamava Asian.
Si salutarono promettendo di mettersi in contatto al più presto. Lei gli sorrise, fiera, con le gote arrossate dal vento gelido ed i capelli biondi che possedevano un’anima. Si incamminò verso casa…si girò..strano….ma no..forse era solo una sensazione …non vide nessuno dietro le sue spalle. Affrettò il passo facendo risuonare i passi sul selciato sempre più velocemente, fino a non sentire più quell’alito ansimante dietro. I ricordi della notte lo torturavano. Aveva bisogno di dormire, di capire, di andare molto oltre al sogno.

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Capitolo 7° di Susy

Si diresse a passo veloce verso il Parlamento Europeo. Non era uscita volentieri dalla suite dell’hotel dove alloggiava: letto a baldacchino, mobili antichi, ceramiche e libri d’epoca abbellivano l’ampia stanza, non avrebbe voluto lasciarla quella mattina ma soprattutto avrebbe voluto condividerla, la notte recedente, con chi amava. Era una suite fatta per essere condivisa, lussuosa e di classe ma con uno sfarzo sotterraneo che occhi raffinati come quelli di lui avrebbero saputo apprezzare. Ma lui era molto lontano, chissà quando avrebbe potuto incontralo di nuovo.
Un incredibile sole caldo baciava la città, attraversando le larghe vie ortogonali, pensava alla pioggia che aveva lasciato nel paese mediterraneo da cui proveniva, per trovare il sole qui a Brussel.
Era nervosa, non era mai semplice incontrare il suo contatto, come sempre non lo conosceva, come sempre sarebbe stato un incontro rapido e pericoloso, come sempre non avrebbe saputo, nè in anticipo nè successvamente, l’oggetto dello scambio nè la finalità: era una garanzia per lei ma la stressava sempre più essere allo stesso tempo pedina e giocatore, burattino e burattinaio. L’ultimo incontro con Isaac a Nairobi era fallito, avevano riposto molte attese su quell’incontro ma non ne era venuto fuori nulla di buono. Nessuna possibilità di contrastare i greifers, nè di incidere significativamente sulla situazione della Basilicata. Almeno così aveva desunto da quel poco che riusciva ad intuire; Nairobi era stata tagliata dalle sue mete, il viaggio di maggio era stato cancellato. Non avrebbe mai più rivisto Isaac, temeva.
Il percorso dall’hotel al Parlamento era breve , non più di 10 minuti a piedi e il luogo convenuto per l’incomtro era proprio a metà stada, un vecchio palazzo primi novecento con una sua dignità, che spiccava tra gli edifici di vetro e cemento che affollavano Rue de Luxembourg.
Aveva ripassato il percoso mille volte sul video del suo telefonino, l’edificio, il portone, le scale, la porta alla quale bussare. Il tutto non avrebbe richiesto che pochi minuti e poi via verso il Parlamento per svolgere la sua funzione di copertura di interprete.
Improvvisamente, girato l’angolo, le si raggelò il sangue, l’edificio non c’era più, un cumulo di macerie era accatastato sotto le pareti scarnificate, le mattonelle da cucina e le carte da parati rivestivano ancora l’unica parete di fondo addossata all’edificio contiguo, memoria in brandelli di vite vissute in quell palazzo.
Via, via, via di corsa. Cuore in tumulto, respiro azzerato, la paura che si rifletteva in ogni volto incontrato che le sembrava solo ostile.
Le ovattate sale del Parlamento la accolsero dandole quiete. Ma quanto sarebbe durata?

Valentina, all’altro capo del metaverso, riordinava i calici che avrebbe utilizzato a seconda delle ordinazioni, flute per lo champagne, un calice largo per il margarita, un bicchiere cilindrico per il mojito.
All’improvviso si lui materializzò. Vestito di nero come i cybernauti, con i capelli scarmigliati e l’aria sorpresa.
- Buonasera.
Lo salutò Valentina.
- Ciao, dove sono capitato?
- Come capitato?
- Ho clicccato un posto a caso sulla mappa e sono piombato qui.
- Be’ non è piacevole sapere che tu non ci abbia scelto, comunque sei nel mio bar ‘Catching a falling star’. Benvenuto.
Valentina aveva scelto quel nome per il suo locale, le stelle erano nel suo DNA e il nome che portava non era un caso ma un preciso omaggio alla Tereshkova, a quel 6 giugno del 1963, secoli fa.
- Bentrovata ragazza.
Non era entrata gente da un bel po’, Valentina aveva voglia di chiacchierare, si sentiva troppo sola in quell’angolo di metaverso.
- Eccoti una pina colada, il primo giro lo offre la casa.
- La pina colada mi ricorda quella volta che partii una mattina per una destinazione oltre l'arco delle Pleiadi, oltre Orione dove se poi prosegui un poco arrivi a Cassiopea. Senti come ti chiami?
- Valentina e tu?
- Asian; un tempo avevo un amica in Russia con questo nome, ma era un'altra storia, era persona nota, aveva volato e sai che volare non è cosa da tutti.
-Eh no, certo, teleportarsi è un conto, ma volare... quanto mi piacerebbe.
- Sai che è possible ma molto rischioso a volte ci ho provato in rl ma non funziona, eppure un tempo era normale. Io ho un amico che fa quello che vuole si chiama Aelita lui non solo vola ma si trasforma - E in cosa si trasforma?
- Aelita è... non so, non so se è donna o uomo. Con lui parlo molto.
- E ti piace parlare?
- Non è una questione di piacere: devo parlare con lui, o con lei, sa cose che mi interessano sulla Torre.
- Che torre?
- Se non la conosci non posso dire nulla.
- Se ti servo un altro cocktail mi racconterai vedrai.
- Alla tua salute, bambina ‘Ascoltami, ascoltami come se fosse l'ultima volta!’
- Sai che ogni volta potrebbe essere l'ultima e in un certo senso lo è.
Ascoltare e parlare, per Valentina erano parti essenziali del suo lavoro, unite ad una sua naturale curiosità e propensione all’altro, al nuovo, al diverso. Questa storia della Torre l’aveva già sentita, avrebbe voluto andare infondo, saperne di più. Forse questo straniero sapeva davvero molto.
- La Torre, non posso dirti troppo, tu non sai chi sono.
- Chi sei?
- Non ha importanza, vuoi venire con me? Ho bisogno di una guida giovane domani per la nostra partenza per Cyberlandia. Cyberlandia può essere il futuro ma io comincio ad esser stanco.
- Non sono molto giovane ho 153 anni .
- Te ne davo non più di 112, come quella vecchia A di un tempo
- Un tempo, un tempo, ma no sai dire altro? Quel tempo non esiste più, sei irritante.
La conosceva appena e le chiedeva di andare con lui a Cyberlandia, che strano uomo! Pensò.
- Si può parlare solo del futuro se preferisci.
- Non mi interessano passato e futuro, tutto è così aleatorio, mi voglio concentrare solo sul presente.
- Non so che cosa vuoi dire, Miss. Ho pensato... ti ho detto mai di giocare?
- A cosa vuoi giocare straniero?
- Dimmi, cosa è stato lasciato per me? Era Lazlo, o vi sono stati altri o ... non sono il tipo che si dice? Su dai lo so, conosco il gioco. Mi è stato comunicato che qui stava la donna più bella, che sapeva cose che solo lei sapeva, che dietro la sua bellezza nascondeva un segreto.
- Quindi non sei capitato qui per caso come mi hai detto! E comunque ti hanno male informato, qui ci sono solo io.
- Sei tu bambina, non nasconderti dietro questa finzione, il gioco sta saltando, bambina.
- Smettila con questo bambina! Qui tutto è finzione e tutto è vero.
- Come il leader di tutte le attività illecite nel metaverso, sono un uomo influente e rispettato, non giocare con me.
- Sei tu che me lo hai chiesto. E poi io so solo giocare.
Restarono in silenzio per un bel po'. Il resto del locale era vuoto, l'atmosfera rarefatta di quella parte di metaverso si faceva sentire. Il blu delle pareti e dei divani contribuiva alla quiete apparente. Ma nulla era quieto in quel momento nel metaverso, nulla nemmeo questo angolo sperduto poteva esserlo. Asian ruppe per primo il silenzio.
- Un linden dollar per i tuoi pensieri.
- Vorrei essere in questo bar adesso. E ora uno per i tuoi.
- Non riesco a combattere più. Non ti chiedi se a volte ne vale la pena, tutto questo? Voglio dire tutto quello per cui stai lottando. Potrebbe essere anche il motivo per cui respiriamo. Se ci fermiamo a respirare, si muore. Se si smette di lottare contro i nostri nemici, il mondo morirà e con lui la Torre. Sai suonare, bambina?
- Sì il piano e so anche cantare.
- Suona una volta, suona per me.
- Lo farò ma non oggi, così tornerai a trovarmi per sentirmi suonare.
La musica di Restless Waves li trascinò sul mare, lontano dalle loro parole e dai loro pensieri.

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Capitolo 7° di Sunrise

Un salto indietro nel tempo, una terra vuota. I colori sono sbiaditi e i contorni approssimati e imprecisi. Ci sono due figure immobili vicino a un cartellone e quasi mi inquieta la loro staticità; di avatar così non ne vedevo da tanto tempo. Poco lontano, una freccia viola invita a seguire la direzione verso la quale è rivolta. E’ una terra nuova dove tutto è ancora da compiersi, dove l’inizio si sta delineando con lentezza. Mi emoziona, questa partenza per un passato che, forse, ci può dire più di ogni indagine e di qualunque ipotesi.
Non so cosa dobbiamo cercare, è come una caccia al tesoro il cui premio è la sopravvivenza. Non male come premio, direbbe MacEwan.
Arriviamo alla spicciolata, fluttuando sulla grande rosa dei venti che campeggia in mezzo alla piazza centrale di Cyberlandia. Siamo forme solo abbozzate, di nuovo inesperte che fanno da sfondo a un esodo incerto. E mentre l'entusiasmo della novità si fa adulto fra inciampi e approssimazioni, cerchiamo di riconoscerci e di ricompattare il gruppo eterogeneo di cui facciamo parte.

Questo è l’intermezzo fra due tempi difficili, in cui si devono coniugare conoscenza e sopravvivenza. E’ il tempo dei silenzi e dei pensieri profondi, quei pensieri che non possono lasciare spazio agli errori. L’imprecisione grafica del paesaggio confligge con la chiarezza del percorso da intraprendere, anche se per ora tutti vediamo solo le ombre di quel che sarà. Si fanno strada nelle menti dei partecipanti, come embrioni in rapido sviluppo, le informazioni raccolte, le ipotesi e le certezze future. Ce le scambiamo quasi telepaticamente, rispettando la segretezza e la delicatezza del momento.

Ecco. In pochissimo tempo s’è compiuto il passaggio delle informazioni e le indicazioni sulle strade da imboccare. Il gruppo si guarda con gli occhi dai colori strani delle figure di cui ci serviamo per incontrarci. Sparsi per il mondo e per il Metaverso, ma tutti nello stesso luogo per il tempo che serve.
Ci congediamo senza cerimonie, sperando di rivederci…

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Cap. 7° - di MacEwan Writer

Alfred Hitchcock, reincarnato nella persona dei rettore Campbell, mi fissava interrogativo. Io tenevo in mano il caschetto RV, sono certo di aver avuto un'aria insolitamente impacciata mentre lui mi fissava con i suoi occhi inquisitori.
- Di che anomalie parli MacEwan?-
- Eh. Se lo sapessi il caso sarebbe risolto.-
-Invece non lo sai.-
-Non lo so. Ancora.-
Scottish Play se ne stava un po' in disparte: se lo intimorivo io, figurarsi un rettorone come Campbell. Tirava e mollava quei due o tre cavetti che spuntavano dal suo casco, tanto per far qualcosa.
-L'indagine prosegue.- dissi.
- Ma non ne vuoi saper di individuare questo mio alter ego, vero?- chiese Campbell.
- Tutto a tempo debito.- conclusi, sedendomi e indossando l'elmetto.
Scottisch fece lo stesso.
- E ora, Rettore, se ci vuole scusare...-
Campbell si diresse verso la porta con un cenno del capo.
-Buona caccia.- disse.

Avevamo deciso di indossare quell'antiquato elmetto anziché avvalerci del ricettore di segnali cerebrali dell'Università -che comunque era molto più potente del mio personale- semplicemente perché volevamo essere sicuri che non potessero esserci onde sovrapposte provenienti da chissà dove ad alterare e falsificare la nostra passeggiata.
Certo, era seccante dover stare fermi là seduti, come a vedere un vecchio film con gli occhialetti 3D...

Entrammo in Metaverse in contemporanea. Scottish comparve un attimo dopo la mia "materializzazione"...
- Bene, che si fa?- chiese.
- Come è piazzato Ronin?-
- Come abbiamo ormai verificato lui risulta sempre loggato.-
- Questo mi è chiaro. Ma ho verificato che alcuni risultano loggati anche se poi in effetti non ci sono e non svolgono attvità. Gli hai applicato il tracciatore, vero?-
- Certo.-
- Quindi?-
- In questi giorni, dalla partita di golf, risulta sempre in attività. Parla, si sposta, si teleporta...-
- Ma questa è evidentemente una cosa impossibile...-
- Beh- disse il palestratissimo Avatar di Scottish -non se in controllo si alternassero diversi Emissari...-
- Uhm. E tu te lo vedi Ronin a lasciare ad altri il controllo del suo Avatar, quello stesso Avatar che gli è costato continue modifiche pagate a peso d'oro da parte dei migliori metadesigners del mondo? Col rischio che si faccia mangiare una gamba da qualche hackersqualo in vena di divertimenti? Il vero Ronin è una persona gradevolissima ma alquanto narcisita.-
- No, non me lo vedo, in effetti. Lo controlla qualcuno all'insaputa dell'Emissario.-
- Già. Ma chi e perché?-

Mentre i nostri Avatar si muovevano con scioltezza in una direzione indefinita (giusto per non stare fermi mentre chiacchieravamo), ci imbattemmo in un'area dalla curiosa insegna "21st centyry schizoid worlds".
Ci addentrammo con indifferenza mentre continuavamo con le nostre ipotesi sul caso di Gene C. Ronin.
Passammo in uno spazio che riproduceva un set di un "reality show", genere televisivo per fortuna morto e sepolto negli ultimi anni. Gli strepiti dei synthprotagonisti coprivano praticamente le nostre voci, così affrettammo il passo.
All'improvviso mi sfiorò la mente una singolare simlitudine: Alan Macbeth e io potevamo apparire come una replica di una ben più nobile e celebre coppia della letteratura: quella della Divina Commmedia. Che si muoveva in un inferno di dati digitalizzati, riproduzioni e ripatizioni di scene ormai scomparse nel nulla del reale, ma ancora synthvive qua dentro, in Metaverse.
Lo dissi ridacchiando a Scottish e lui serio serio mi domandò: -Sì, bene: ma chi sarebbe Dante e chi Virgilio tra noi due?.-
- Bella domanda. Mi sa che Virgilio sarei io, se non altro per l'età superiore... E poi arrivo da un'epoca ormai remota, vista la rapidità delle trasformazioni avvenute negli ultimi dieci anni...-
- Quindi io sarei Dante...-
- Eh già. Come te la cavi con la penna, Scottish?-
Ridemmo.
Ma le risate si spensero rapidamente perché ci ritrovammo in uno spazio a bassa definizione. Nel buio campeggiava una torre iridescente. E la didascalia diceva: "Torre di Asian in Cyberlandia".
- La Torre di Asian, professore!- disse emozionatissimo Scottish. - Ma cosa vuol dire Cyberlandia?-
Anche io ero abbastanza colpito. Avevo veramente difficoltà a comprendere se si trattasse di una coincidenza o di un evento previsto da qualche misterioso piano all'interno della cui scena ci muovevamo inconsapevoli, per la serie "tutto il mondo è un paloscenico."
- Alan, Cyberlandia è stato uno dei primi spazi virtuali creati: si proponeva di essere un'alternativa aperta a Second Life... Ma non ve l'avevo fatta, nel corso?-
- Ehm, direi di no.-
Alan non si ricordava. Magari davvero l'avevo saltata.
- Comunque sia, abbiamo trovato la Torre!-
- Temo che non sia esattamente così. In ogni caso questa Torre è una riproduzione, quindi "appare" come la Torre di Asian ma certamente non ne nasconde i segreti...-
- Sì, ma Cyberlandia... Lei c'è stato?-
Feci compiere al mio Avatar un vago gesto con la mano.
- Sì, qualche volta ci ho provato, a suo tempo. Purtoppo non mi divertiva l'aspetto ermafrodito degli Avatar appena nati, avrei dovuto dedicare un sacco di tempo a rendermi presentabile e in quel periodo non ne avevo il tempo. Era un esperimento pregevolissimo, ma richiedeva troppa dedizione per le mie esigenze. Sicuramente qualcun altro non giudicava questo un vero e proprio ostacolo. Asian, per esempio.-
Asian Lednev.
L'ultimo incontro con lui era stato sempre e ancora più criptico del solito nei suoi contenuti. Non parlava più ossessivamente della Torre.
Era come se lui sapesse qualcosa sulla segretissima macchina del tempo dell'Universtà..."Uno Spazio di Tempo"... Ma che poteva voler dire?
In quel momento pensai che forse avrei dovuto usare nuovamente il dispositivo spaziotemporale per andare a dare un'occhiata indietro. In Cyberlandia, in Second Life, in entrambe. Boh.
Scottish Play attirò la mia attenzione sull'Avatar di Gene C.Ronin che puntò diretto verso di me.
- Ci si rivede, eh?-
- Già.-
- E questo pupazzo pieno di anabolizzanti chi sarebbe?- disse facendo cenno verso il povero Scottish, che tentò di contobattere:
- Ma guardati tu, pallone gonfiato capitalsta che...-
Ricevette il mio messaggio personale e aggiunse: - Sei fortunato perché devo andarmene, altrimenti vedevi come lo riducevo il tuo Avatar da migliaia di sterline... Ti staccavo una gamba!-
Dopo questa comica minaccia Scottish uscì da Metaverse per completare il suo operato come gli avevo chiesto.
Rimasi faccia a faccia con l'Avatar di Ronin.
- Allora, si può sapere cosa vuoi veramente da me, e cosa vuole quel pupazzo del tuo tirapiedi?-
Decisi di non indugiare oltre.
- Oh, niente...Siccome in RL ho conosciuto il tuo Emissario e ho scoperto che è una persona educata e gradevolissima, mi chiedevo come mai su Metaverse abbia un Avatar così cafone...-
L'elegantone rimase un attimo perplesso.
- Non capisco dove stai tentando di arrivare...-
- Mah, una prima ipotesi è stata che tu fossi gestito da altri Emissari che non fossero il vero Ronin...-
- Figuriamoci! Altri Emissari!-
- Appunto. Però non è così. Tu non sei gestito direttamente da Ronin. Non sei gestito da altri, autorizzati o non autorizzati che siano...-
Intanto mi giungeva la voce di Scottish sovreccitata.
- Mac, attualmente nessuna connessione fa capo a questo Avatar! Ho fatto decine di controlli Che significa?-
Mi rivolsi all'elegantone arrogante: -Tu non sei controllato da nessuno. Tu vivi di una vita propria. Tu stai usurpando l'identità del tuo Emissario.-
Quello che avevamo creduto a lungo l'Avatar di Gene C. Ronin, pur con dei dubbi su chi lo controllasse davvero, si teleportò di fretta da qualche parte, e si sottrasse alla mia vista.

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Bozza del settimo capitolo di Margye Riba

Il giorno dopo, al risveglio, Asian ricordò con una insolita lucidità di aver interrotto qualcosa che lo aveva incuriosito, sì, ora ricordava bene, era rimasto alla costruzione del suo Avatar in Second Life. Sorrideva al pensiero di muoversi in un ambiente virtuale a lui completamente sconosciuto, con la curiosità e l’entusiasmo di un bambino, voleva continuare a proseguire quel viaggio appena iniziato.

La giovane infermiera di turno, Sonia Dellavalle, fece irruzione nella stanza di Asian con il suo solito sorriso e buonumore : “Ci siamo svegliati bene stamattina?”. Asian la guardò come se fosse la prima volta che la vedeva, in passato, non l' aveva mai neanche degnato di uno sguardo, solo ora si accorgeva di quanto fosse coinvolgente con quel suo modo di dialogare schietto e allegro. Si chiedeva come facesse a non perdere mai il sorriso in un ambiente sempre a contatto con persone che soffrono. Soprattutto, si chiedeva come facesse a sopportare vecchi brontoloni come lui, che non avevano mai una parola di gratitudine per le sue buone maniere. Al pensiero di essere diventato un vecchio burbero, incapace di dire una parola gentile, Asian si sentì a disagio con se stesso.

“ Quando potrò vedere il Dottor Laterba?”. Sonia, che si divertiva a punzecchiare chiunque con le sue battutine ironiche, rispose: “ Il Dottore … il Dottore …. vorrei sapere che cosa ha di speciale il Dottore che io non ho? Sono appena arrivata e già mi vuole mandare via?”. Asian, sapeva che Sonia si divertiva a dire frasi senza senso, eppure era rimasto imbarazzato a quella domanda, cercava di formulare una risposta che avesse senso: “ Beh, il Dottore mi aiuta in una cosa, non credo che lei lo possa fare”. “ Aaaahhhh …. non cominciamo con i pregiudizi!” rispose Sonia facendo finta di sentirsi offesa. Asian, impacciato e divertito assieme si sentì in dovere di spiegare alla giovane infermiera che il Dottor Laterba, aveva un portatile e lo stava introducendo nel mondo di Second Life.
Sonia, assunse un'espressione stupita e divertita assieme: “Sarà una nuova cura? Fino ad ora in questo ospedale non era mai stata sperimentata. “

In quel momento entrò come era solito fare a quell’ora la piccola equipe di turno dei medici con Il Professor Danzetti, la giovane infermiera comprese che era arrivato il momento di andare via e con il suo solito sorriso salutò il vecchio Asian.
“Oggi la trovo bene, signor Asian, cosa ha fatto in mia assenza?” chiese il Professore, Asian era compiaciuto di quella affermazione, in realtà anche lui riscontrava un miglioramento della sua salute e si augurava che non fosse solo una cosa momentanea. Dopo un po’ arrivò anche il Dottor Laterba.

Asian appena lo vide si illuminò: “ Antonio…..oggi non è venuto con il portatile? Devo ancora sistemarmi il look, quell’avatar è troppo giovane per rappresentarmi, vorrei farmi un avatar che mi somigliasse il più possibile”. I giovani medici si guardavano l’un l’altro divertiti, il Professore Danzetti, alzava le sopracciglia indicando stupore e interesse per le parole di Asian. Il giovane Laterba era proprio contento di vedere Asian così sveglio e pieno di volontà, era segno che il Professor Danzetti aveva visto bene quando gli aveva raccomandato di accondiscendere ai suoi desideri. Si accostò al letto e chinandosi come per parlare in un orecchio, sottovoce, gli disse che sarebbe ritornato dopo con il portatile.

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