La torre di Asian

La torre di Asian - romanzo collettivo

Capitolo 9 - (bozza) di Piero aka Piega Tuqiri

Non sarebbe stato in grado di definire la lunghezza del viaggio.
Mac si stava rivelando una specie di furia cieca nel suo procedere tra le macerie della striscia internodale. Il suo passo, scandito dal rumore degli stivali iper-cinematici sulla superficie della piattaforma d’accesso al tunnel, scandiva come un metronomo il cammino verso l’Altro. Non parlava da molto, - pensò Asian tra se’- e questo, conoscendolo, era comunque un buon segno.
Il pericolo li circondava, ma non era una novità. Anzi era come se la consapevolezza dell’instabilità avesse il potere di eccitare il netective, come una di quelle droghe sintetiche in cui si rifugiavano spesso gli abitanti di RL per sfuggire all’incombente catastrofe del loro mondo che precipitava verso l’ auto-implosione. Solo che l’adrenalina qui era prodotta dal suo stesso organismo cyber-neuronale e proprio per questo non aveva come conseguenza nessuna perdita di coscienza. Al contrario, se si tralasciava il rosso vivo degli occhi dovuto all’aumento della pressione interna ai microcircuiti delle cornee protette dalle lenti monodirezionali, ogni parte del corpo dello Stalker sembrava ignorare sia il timore che la stanchezza.
Asian era estasiato da questo spettacolo di energia vitale, e l’empatia fra i due viaggiatori faceva da scudo all’angoscia che l’immersione nell’odore (ma era questo che il vecchio Aelita intendeva quando parlava di Fetido mondo di morte?) della borderline gli stava procurando fin dal primo passo nell’ombra della nube.
Improvvisamente Mac si arrestò, scostò una grossa trave a T senza sforzo apparente e si sedette al riparo di una lastra di metallo concavo, facendo cenno al compagno di avvicinarsi.

- Siamo arrivati Fratello.
Dietro quel muro con la A cerchiata inizia il tunnel di servizio, basta scostare leggermente la rete che ricopre il foro e infilarsi.
Da qui però il cammino è solo tuo, io non posso seguirti. Qualcuno deve rimanere da questa parte, nel caso ti occorra una mano per risalire il condotto al ritorno. E del resto non voglio neppure nasconderti che l’idea di ritornare ancora in quella putrida Gomorra non mi farebbe di certo felice.
- Non preoccuparti Mac (“Fratello” l’aveva chiamato e non gli sembrava giusto appropriarsi di questa parola, anche solo per poterla restituire). Mi basta sapere che se tornerò ci sarai tu ad aspettarmi.
- Ok, lo farò….
C’è un’ultima cosa che devi sapere: il tempo che troverai all’uscita non è molto diverso da quello che tu conosci ora e a cui anche di là dovrai fare riferimento. L’unica vera difficoltà è data dal fatto che non è possibile scegliere entrambe le modalità con cui si manifesta. Solo una può sopravvivere all’altra, pena la negazione della possibilità di conservazione dell’energia che fa esistere ogni briciola del tuo Sapere. Il Principio di Indeterminazione non consente la consapevolezza contemporanea del tempo e dell’energia. Non tentare di capire il prima e il dopo, non finche sei di là almeno. Non potresti più liberartene. Conosci, fruga, cerca e se ti riesce trova e prendi. Ma non cercare di capire e di misurare le cose. Take the money and run, ok?
- Ok, anche se in tutto questo c’è qualcosa che mi sfugge…. Ancora.

Uno sguardo che racchiudeva un mondo, quello abitato solo da loro due, fu l’ultima cosa che si regalarono.

Il tragitto all’interno del tunnel non fu molto lungo, o almeno così sembrò ad Asian e ai suoi parametri da Metaverso, cui si sforzava di rimanere aggrappato dopo il discorso di Mac.
Una volta fuori si trovò immerso in un’atmosfera azzurrognola (forse le cariche piazzate dagli eco-terroristi pensò); persino le ombre proiettate dai resti delle installazioni distrutte avevano una malinconica tonalità blu. Almost Blue, pensò sorridendo, il vecchio Chet se la berrebbe fino in fondo questa.
Improvvisamente si accorse che c’era qualcosa di strano attorno a lui. Tutto, persino il fumo azzurrognolo, era assolutamente immobile, come se fosse avvolto da un eterno presente.
No, non pensare a questo! Non tentare di capire il prima e il poi gli aveva detto Fratello Mac (ora poteva usarla la parola, accidenti! Se non ora quando?)
Almost Blue….There's a part of me that's always true...always. Not all good things come to an end, now it is only a chosen few. I've seen such an unhappy couple

Si mise a fischiettare attraversando una turchese autostrada colma di involucri di metallo, abitati da strani simulacri dagli occhi colmi di una liquida tristezza….

Si diresse in direzione di una piccola collina che si innalzava sulla pianura coperta dalla nebbia azzurra e mano a mano che saliva si accorse che i colori tornavano poco alla volta ad occupare tutto lo spettro, segno che la distruzione e la pazzia della guerra in atto non avevano compiuto interamente la loro opera. Un muro di sassi rossastri, una piccola casa immersa tra fiori di mesembrianteum e di lavanda, una porta socchiusa, un piccolo fornello con del fuoco immobile, una scrivania, un vecchio computer, simile a quelli che aveva visto in una delle sale del Museo del Metaverso a Post Utòpia.
Tolse dalla tasca la piccola sfera di molibdeno che portava sempre con se’ (era un regalo di Sun, prezioso come tutto quello che lei aveva sfiorato anche solo per un attimo), aprì lentamente le dita e la abbandonò nell’aria.
Rimase sospesa, immobile come tutto ciò che entrava a far parte di questo nuovo mondo “senza” tempo.
Almost Blue… Almost Blue…

Collegò la propria porta occipitale alla vecchia porta USB 7.0 del computer, digitò Edimburgh University Library ed iniziò il viaggio.

Il Download fu faticoso, lento, affascinante e sorprendente per la vastità e la profondità dell’ignoto che veniva alla luce. Anzi, non ignoto ma dimenticato. Ogni bit era un tornare alla luce, ogni parola un’eco, ogni frase un ritorno a casa, ogni concetto un ricordo sopito che si risvegliava. Il sole era immobile, fuori. Dentro, la mente era una spugna assetata di eternità. Filosofia, Genetica, Architettura, Poesia, Musica, Teoria delle Strighe, Hölderlin, Bushido…
Ad un certo punto una piccola parola scosse la sua apparente immobilità: Ronin sentì rimbalzare tra le sue sinapsi. Cos’era che univa un vecchio guerriero giapponese alla sua vita di Avatar evoluto? Digitò un nome: Gene Carlos Ronin e fu come se il vaso di Pandora si fosse di nuovo scoperchiato, lasciando uscire tutti i mali dell’universo. Le formule del propellente ad Idrogeno sintetico riempivano centinaia, forse migliaia di schermate con la loro fredda logica deduttiva, figlia di una intuizione primordiale che il giovane Gene C. Ronin, aveva avuto anni prima mentre lavorava alla ricerca dell’oscuro bosone di Higgs, “la Particella Dio”, sfuggente sogno di ogni navigante nel mare della fisica. Una porzione dell’energia necessaria per produrlo una volta catturata e convogliata in un server di dimensioni colossali costruito segretamente nelle viscere di qualcuna delle tante isole disabitate di Cyberlandia, avrebbe permesso di dare vita ad una nuova forma di materia digitale con antielettroni al posto degli elettroni originari, creando così dal nulla una quantità di energia tale da poter essere utilizzata per azzerare il tempo per un intervallo sufficiente a duplicare qualsiasi cosa. Atomi, molecole, cellule, organismi, uomini. Ma soprattutto era possibile creare un nuovo Universo, una Seconda Vita digitale plasmata a sua immagine e somiglianza. Dal Nulla. Come un Demiurgo, come Dio. Questo si era immaginato di essere Gene C. Ronin, questo aveva voluto essere, questo aveva fatto di se stesso di fronte a se stesso. Il Dio di un universo digitale, in cui l’unica materia era l’Energia allo stato puro. Giano bifronte, il Bene che nasconde il Male, l’Uno che diventa Due, Vita e Morte, Il Virus e la Cura, una mente che combatte contro se stessa, questo era oggi G.C. Ronin. Per questo era così importante per lui tagliare il collegamento con RL, perché l’origine era lì, nella pre- historia di SL, prima che l’alba del primo Avatar di un Avatar colorasse di rosso la sua volontà di potenza.
E poi c’era quel link così ricorrente in ogni luogo in cui la presenza di Ronin era stata registrata… Chimera (161, 152, 23). Tentò di agganciarsi, ma ogni tentativo registrava il solito messaggio di errore: Il Sistema non supporta la necessaria versione del visualizzatore, segno evidente che il computer che stava usando era troppo obsoleto per poter dare un risultato soddisfacente.
Memorizzò comunque le coordinate, in attesa di consultarsi con Mac circa il da farsi.

Asian era comunque ormai preda di un’euforia che rasentava lo stato di ebbrezza; aveva aggirato il muro e aveva trovato il punto zero in cui Dio era apparso. E sarebbe stato sufficiente un piccolo punto di discontinuità nel flusso energetico che lo sorreggeva per invertire il processo e liberare il Tempo dalla sua prigione. Restava solo il problema di arrivare tanto vicino al Primo Motore da poterne interrompere per un attimo il cammino; poi tutto sarebbe ripartito nella direzione da cui era venuto, fino alla sconfitta del sogno di questa blasmema onnipotenza.
Ora ce l’hai in pugno Asian, - sentì urlare la sua anima silenziosa - non mollare la presa, non lasciare entrare la paura. Hai trovato la chiave, sarà il suo delirio infinito a fornirti la serratura.

Non si accorse subito che il Donwload era terminato, che il suo viaggio nelle quattro dimensioni di RL era terminato. Sentiva solo il peso della conoscenza acquisita e di essere senza forze, quasi che il peso di del sapere raccolto lo schiacciasse con la massa infinita delle sue combinazioni. Riuscì solo a premere l’Esc, dopodiché l’incoscienza si impadronì dei suoi circuiti e si sentì spegnere.

Quando riaprì gli occhi la sfera di Sun era scesa di qualche centimetro verso il pavimento e capì che doveva tornare prima possibile da Mac il solo che lo potesse ricondurre a casa. Uscì dalla casa, attraversò il profumo la policromia del profumo di lavanda, rientrò nell’azzurro putrido e si trascinò fino alla penombra dell’imbocco del tunnel.
Presto.
Prima che la sfera tocchi terra.
Prima.
Dopo.
Non farlo Asian, non ancora.
Non pensare ancora.
Almost Blue….Not all good things come to an end now it is only a chosen few….

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Capitolo 9 - (Bozza) di Aldous Writer


Aldous scende ancora lungo la torre.
Ormai ha capito che é in gioco molto di più di quello che sembrava all'inizio, e che deve continuare a collegare e intuire le diverse parti della storia.
Non è un professionista della scrittura, ma la sua mente razionale gli permette di esaminare i diversi pezzi, vagliarli con il metro della verità. La verità è soggettiva, è vero, ma un'opera d'arte, sia figurativa che letteraria, come è la torre di Asian, vuole descrivere una sua verità. E compito di Aldous è quello di aiutare i lettori a penetrare in questa verità.
La vicenda narrata, adesso, si sta avviando verso un nodo cruciale. Nel capitolo settimo i segnali di forze oscure in movimento si sono moltiplicati, la storia ha assunto tinte più nere. I segnali di un complotto si sono moltiplicati: qualcuno sta manipolando le pubblicazioni di Margherita Hack che voleva divulgare delle nuove e importanti conoscenze, Lauriana, che stava cercando di scoprire l'inganno, è stata individuata ed è costretta alla fuga. Gene C. Ronin si è procurato le bombe per l'attentato in Basilicata. Xxanty racconta alla giornalista Laura quello che ha scoperto sull'attentato e sul laboratorio segreto, e Laura scopre di essere pedinata. Anche Susy, a Bruxelles, viene pedinata, ed è costretta a fuggire dopo aver visto l'hotel del suo contatto distrutto da un'esplosione. Mac Ewan riesce ad incastrare Gene C. Ronin in una partita di golf, e a scoprire, grazie al suo collaboratore Scottish, che Ronin è un avatar senza padrone.

Nel frattempo le forze che si oppongono alla distruzione stanno provando ad organizzarsi: Gogol spinge Asian a costruire in Cyberlandia. Lì, in Cyberlandia, uno sparuto gruppo di personaggi si riunisce nonostante la scarsa definizione grafica e le difficoltà di accesso. Asian e MacEwan provano a lavorare assieme ma fidarsi l'uno dell'altro è una cosa difficile. Anche con Valentina, nel bar ‘Catching a falling star’, Asian prova a stabilire un contatto, una collaborazione; forse ci riuscirà?

Ed ecco il punto nodale! Il capitolo otto. La figura maligna di Gene Carlos Ronin si erge in tutta la sua malvagità. In un'atmosfera inebriante riempita dei profumi e dello loro sollecitazioni sensuali, Ronin si dimostra per quello che è: un essere malvagio che si muove e si moltiplica mondo dopo mondo. Quasi volesse divorarli, fagocitarli, annullarli in sé. Le sue duplicazioni ed emanazioni virtuali sono in grado di colpire e distruggere. Le forze del bene, rappresentate da MacEwan e dal suo amico Scottish, sembrano impossibilitate a fermarlo, ma Asian è riuscito a sfuggirgli. Forse non tutto è perduto ...

E così, con i vari tasselli catturati capitolo dopo capitolo e piano dopo piano, Aldous costruisce la "verità" della storia. Alcune incongruenze si possono risolvere con l'intuizione o con una spiegazione più profonda. Altre parti suonano false, lontane dal nucleo della storia, dal suo spirito e dal suo mondo. Questi frammenti vanno eliminati!
Aldous risale un momento lungo la torre e, con un colpo di mouse, trasforma la storia; corregge e riallinea i pezzi. L'aver trovato all'inizio la chiave della torre gli permette questo. E' una responsabilità pesante da sostenere, anche perché non si sente esente da errori. Ma non importa ... "si faccia quel che va fatto"!!
Aldous torna all'ottavo piano, da dove era partito per apportare le modifiche ai capitoli precedenti. Si chiede tra sé e sé che fine fanno quei frammenti di storia che ha appena cancellato. Sono in qualche altra storia? O sono nel limbo delle parole?
Qualcuno le recupererà mai? Magari per farle diventare i "memi" per nuove storie e nuove verità?

- Vedo che hai trovato la chiave della torre - disse una voce dietro di lui - la stringa fondante che ti permette di modificare le parole e le nostre storie

Una figura si ergeva dal muro della torre. Aldous intuì che si trattava di Asian, solo lui aveva una conoscenza approfondita della relazione tra la chiave e le parole.

- Sono contento che la chiave l'abbia tu e non quel depravato di Gene Carlos. Chissà cosa sarebbe stato capace di farne se fosse caduta in mano sua.
- Asian, - disse Aldous - ma voi siete personaggi della storia, come fate a uscirne per dialogare con me?
- Perché tu ci offri degli altri sostrati, dei mondi di parole al di fuori della nostra torre. Noi possiamo spostarci da un mondo letterario a un altro. Forse ti sembrerà difficile da accettare, ma non lo è, se puoi anche accettare il fatto che veniamo dal futuro.
- E' così che fa Gene C. Ronin per duplicarsi e invadere i vari mondi? Si copia da un mondo letterario all'altro? -
- Sì, esatto, in questo modo può occupare più spazi sia reali che virtuali.-
- Ma allora gli esseri immondi come De Sade o Hitler - disse Aldous riferendosi a quello che aveva appena letto sulla parete della torre - cosa erano? -
- Anche loro erano delle duplicazioni di Ronin. Le loro parole e le loro idee si dispiegavano come ali del malefico sul mondo reale. E come tali lo influenzavano e spingevano nella direzione da loro scelta. Ma per fortuna il mondo reale ha dimostrato una capacità di sopravivere e curarsi da questi virus malefici.
- Asian, non capisco... quelli erano personaggi reali, voi siete personaggi di un libro. Alcuni di voi sono avatar virtuali all'interno di una storia irreale.
- Aldous, tu sei un lettore, giusto ? -
- Sì. -
- E quindi pensi che la realtà sia quella dove vivi tu, mentre la storia del libro è irreale -
- Sì, esattamente !
- Eppure il lettore nasce dove noi scrittori gli forniamo una storia da leggere. Sofférmati un attimo su questo concetto: noi creiamo la storia, la viviamo e la rappresentiamo. Ci servono i lettori come te per dare un senso al tutto. Per questo ti immaginiamo, ti parliamo e ti raccontiamo la storia. Se non ci stessimo noi, forse tu non ci staresti. Quindi rispondi, chi è reale e chi è finzione tra noi? Qual è la vita e qual è il sogno?

Aldous si sentì spiazzato da questo discorso. Non aveva mai considerato nei suoi vagabondaggi di lettore il fatto che il rapporto tra i personaggi e il lettore potesse essere rovesciato. Si sentiva osservato, quasi fosse lui il personaggio di un romanzo.

- Non ti preoccupare - gli disse allora Asian - volevo solo farti capire come la realtà sia più sfumata di quello che sembra.-
Aldous annuì
- Aldous, mi raccomando; proteggi la chiave, e fanne buon uso. - e sparì

Aldous rimase solo, continuò a pensare per un bel po' al rapporto fra la storia e lui. E se anche lui fosse stato parte di una storia che veniva letta da qualcun altro? E se anche gli altri lettori, tutti i lettori, appartenessero a una storia letta da qualcun altro?

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Bozza del 9° capitolo di Margye

La visita mattiniera del professor Lanzetti si era appena conclusa ed il vecchio Asian non vedeva l’ora di rivedere il giovane Laterba che sarebbe comparso da lì a poco con il portatile. Nell’attesa cercava di concentrarsi su come e dove avrebbe potuto incontrare la figlia in Second Life e come si sarebbe presentato, visto che non voleva rivelarle la sua vera identità.

All’improvviso lo prese uno strano timore, e se la figlia avesse abbandonato del tutto l’idea di entrare in Second Life? Quella era l’unica traccia che aveva di lei, un nome, o meglio un nick, e se scompariva anche quello cosa gli rimaneva? Il pessimismo stava prendendo piede nella mente di Asian, quando arrivò il giovane Dottor Laterba.
Il vecchio Asian lo vedeva come il suo salvatore, quel giovane, così limpido, sempre positivo e laborioso rappresentava la sua ancora di salvataggio. - Bene … bene… - Antonio padroneggiava quell’arnese come uno che sapeva il fatto suo, Asian non smetteva di osservare le sue dita che pigiavano veloci sulla tastiera.

- Allora …. eravamo rimasti all’aspetto del suo avatar, vero Signor Asian? -. Il vecchio annuì, ma in quel momento l’aspetto del suo avatar era l’ultimo dei suoi pensieri. Si chiedeva se davvero avrebbe incontrato la figlia in quello strano mondo di disegnini animati.
- Vediamo … avrei pensato di metterle i capelli grigi raccolti dietro da un codino, come la prima volta che entrò qui in ospedale, si ricorda? -. L’idea piacque ad Asian che prontamente rispose: - Sì, va benissimo, io direi di mettere anche la barba bianca che ho, e poi, mi faccia la cortesia di mettermi qualche ruga sulla fronte, come sta messo ora, il mio avatar sembra un giovane con i capelli bianchi. -. Antonio sorrise, comprese bene il suo desiderio di essere rappresentato in modo realistico e fece di tutto per accontentarlo.
- Ecco, di meglio non ho potuto fare, ma penso che così vada bene, ora non ci rimane che cercare sua figlia. Il suo Nick è Melany Seriman vero? -.
- L’hai già trovata? - Asian gridò dal letto baldanzoso, Antonio lo acquietò dicendo che in effetti aveva trovato solo il suo nome, non era semplice indovinare il posto preciso dove ella si trovava, ma forse dai gruppi a cui aderiva, forse si poteva comprendere gli ambienti che frequentava. La fatica del giovane Laterba si stava trasformando in una vera e propria operazione da detective. I gruppi a cui apparteneva Melany erano interessanti e quasi sempre legati all’Arte e alla Cultura. Quante cose si potevano comprendere di un avatar solo osservando i gruppi ai quali apparteneva. Antonio pensò di utilizzare il suo avatar personale per lasciare un messaggio a Melany. Ma cosa poteva mai scriverle? Poteva mai dirle che l’avatar di suo padre la voleva conoscere? E se si fosse presentato come uno che voleva solo fare amicizia? Avrebbe fatto la figura del ragazzotto in cerca di avventure, ma per fare contento Asian, avrebbe fatto questo ed altro.
- Che bella sorpresa! - gridò Antonio. - Cosa c’è? - interruppe Asian-.
- C’è che tua figlia è in linea! - E cosa aspetti a chiamarla? - Già, e cosa le dico? - Dille una cosa qualsiasi! -. Antonio Laterba era sorpreso dalla energia che usciva fuori dalla voce di Asian, pensava a come rompere il ghiaccio con Melany, decise di mandarle un IM e senza pensarci troppo le chiese: - Mi mandi il teleport per favore? -. In meno di un minuto Melany, scambiandolo per uno che frequentava il suo stesso corso di scrittura creativa, gli mandò il teleport. In pochi secondi, Antonio Laterba si trovò in una stanza dove vi erano avatar seduti che scrivevano, Melany Seriman era seduta in seconda fila intenta a scrivere qualcosa su un foglio, tutti eseguivano una esercitazione di scrittura e Antonio per non dare troppo nell’occhio si sedette anche lui, mentre scriveva pensò di mandare un altro messaggio privato a Melany per il teleport che gentilmente gli aveva offerto. Preso dalla situazione Antonio aveva quasi dimenticato Asian che ad un certo punto chiese: - Che succede ora? Dov’è lei? -. Il giovane, accortosi di aver trascurato il vecchio, gli disse: - Aspetta, ora ti faccio entrare, ti mando un teleport e vai proprio dove sta tua figlia, si trova ad un corso di scrittura. La vedi? Quella bionda con i capelli lunghi che scrive in seconda fila? E’ lei! L’Hai trovata! -.

Asian rimase ammutolito. Era lei? Quella splendida avatar così avvenente era sua figlia Melany? Da piccola sapeva che era una bella bimba, ma non avrebbe immaginato che il suo avatar sarebbe stato così, anzi, ora che ci pensava, non avrebbe mai creduto che in futuro la sua figliola sarebbe stata un avatar.


Era immerso in questi pensieri quando Antonio lo riportò alla realtà dicendo: - Accetta questo teleport, ti ritroverai proprio dove siamo io e tua figlia. -. Asian prontamente accettò il teleport e in pochi secondi si ritrovò in quella aula dove non esistevano i banchi ma solo un masso grande di pietra circolare fatto a gradini come si usa negli stadi, ognuno era seduto, ma Asian, trovandosi ancora impacciato, preferì rimanere immobile in un angolo da dove osservava sua figlia e gli altri che erano in assoluto silenzio a scrivere.

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“Do you believe in Magic?” capitolo 9 ASIAN LEDNEV

Sentivo freddo.
Ero nel mondo, quello vero.
Era mattina.
Una stazione vicina al porto.
Mi aspettava un viaggio.
Un treno.
Un posto prenotato.
Come sempre lo avrei cambiato.
Mi aspettavano.
Il porto puzzava.
Lo si poteva sentire fin dalla stazione.
L'odore di realtà?
Mi riecheggiava qualcosa di letto non so più dove.
Qualcosa che recitava come “gli uomini potevano chiudere gli occhi ma non potevano sottrarsi al profumo”.
Nemmeno alla puzza.
Ogni volta che lascio il Metaverso, è uguale... la stessa epifania di profumi.
Il profumo penetra nel mio corpo con grande violenza.

Ero in viaggio per compiere una missione a NeoRoma.
Portavo con me una valigetta con dentro diverse cose: una piccola busta con i tre elementi che mantengono "viva" la Torre e il "rotolo", una bobina contenente il racconto della Torre.
L’occasione: un incontro di visionari del metaverso che cercano una strategia per imporsi nel mercato dello spaccio di mondi.
Una truppa malvista dalle multinazionali del petrolio.
Un gruppo come "un vicolo cieco" del metaverso dove la tecnologia evoluta è sempre presente come un costante, subliminale, rumore di fondo.
Un tempo si parlava di visioni "dal basso", ma ora, dopo il tempo della repressione da parte delle multinazionali si parla prevalentemente di visioni "dalla parte di sotto".

Il treno viaggiava veloce.
Fuori pioveva, come sempre pioveva.
Sembrava il cielo di Post Utopia.
La sua immagine mi ricordava anche l’inizio di un romanzo letto ormai chissà quando:
“Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto”.
Più la guardo e più la realtà assomiglia al metaverso.

Ero seduto al posto che mi ero scelto in una carrozza vuota.
Ripensavo all’incontro con Carlos, alle chiacchiere con Mac, a Gene Carlos Cronin.... e tutti gli altri. Che fossero avatar o che fossero umani o anche postumani la storia non cambiava.
Tutti pronti a istruirmi a darmi direzioni a farmi prendere un ruolo che non mi sono mai sentito addosso.
In fondo volevo solo scorrazzare per il metaverso immerso nel mio vecchio dataglove.
Improvviamente vidi un'ombra; un rumore attirò la mia attenzione.
La carrozza non era vuota come pensavo.
Laggiù, sul fondo, una ragazza... mi stava guardando.
Con un solo gesto si voltò verso il finestrino alitando sul vetro quel tanto per trasformarlo in una lavagna bianca...
Con un dito scrisse una frase che mi colpì:
”Gli angeli cadono fieramente”.

Non ricordo ancora dove l’ho già letta quella frase.
Le risposi nello stesso modo, disegnando una faccia sorridente che diceva:
“It’is only a Joke”.
Mi guardò con un sorriso appena tratteggiato agli angoli della bocca. Non so quanti anni potesse avere. Forse 25 anni forse più.
- “I love your suitcase” rispose.
Guardai la valigia al mio fianco. Contiene strane cose che non si potevano vedere ma la valigia è rivestita della skin della torre.


- “Who are you?” le chiedo.
- “Nothing about me. Warning! You are the man!”.
- “Which man?”
Rimase in silenzio e indicò la valigia. Poi scrisse:
-“The best thing you can do...
... with your suitcase today...
... is to use it to explore the reality”

Conversare con lei usando il finestrino era come leggere un sms nei primi apparecchi mobile degli anni novanta del secolo scorso... ogni poche parole si doveva riaggiornare lo schermo.
Una forte emozione di nostalgia mi prese alla gola.

-Which reality?” le chiedo.
-”Earth is the alien planet now.”
Parlava come un saggio.
Certo non erano le sue parole, pensai. Ma avevo una missione: portare la valigia e il suo contenuto a Roma. Dovevo incontrare qualcuno e forse lasciarle la valigia.

- “Do you believe in Magic?”
Fu l’ultima cosa che sono riuscito a scriverle prima della sua scomparsa.

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Capitolo 9 di Susy

Ancora un altro viaggio. Il suo lavoro d’altronde era quello. Viaggiare, ascoltare, tramutare le parole da una lingua all’altra. Anche se i sistemi automatici di traduzione e interpretariato erano giunti a livelli di sofisticazione e precisione impensabili solo pochi decenni prima, ancora per non poche persone, la presenza di un essere vivente che sapesse interpretare, al di là delle parole, le loro sfumature, era essenziale e molto richiesta. Una professione difficile, di quelle trasparenti e tuttavia essenziali. Susy la sapeva svolgere egregiamente ed era, per questo, molto ricercata.
Nessuno aveva mai sospettato cosa in verità nascondesse quella discreta interprete, quale fosse il suo vero ruolo, la sua vera missione, né tanto meno nessuno aveva mai sospettato il suo legame con la Torre. In questo Susy era ancor più brava, capace di dissimulare, di sfuggire e quindi di introdursi, capire, cercare ciò che di volta in volta era mandata a capire, a cercare.
Parigi era la meravigliosa città di sempre, ma qui era compressa in poche sim con un improbabile Moulin Rouge fianco a fianco alla Sainte Chapel o alla Pyramide del Louvre, in un affastellato incubo.
Nel nuovo edificio dell’OECD era già stata, le piaceva il lavoro fatto dall’architetto: la commistione dei sobri volumi del vecchio Château de la Muette con le linee morbide ma decise del nuovo centro congressi, creava un effetto piacevolissimo, quanto di più lontano dai miasmi delle land di Carlos, dalla ferrigna atmosfera di Post Utòpia, qui era solo morbida luce che accarezzava le pietre color della sabbia chiara, vetrate ampie, spazi luminosi, anche quelli sotterranei che riuscivano a catturare e a far scendere sottoterra il sole.

- Bonjour Madame, qu'est-ce que vous désirez?

Quante cose desiderava Susy! Per un momento fu tentata di fargliene un elenco, ma ovviamente disse solo:

- Un café, s'il-vous plait.

Il piccolo rito del caffé prima di cominciare, non mancava mai.

- Susy, ancora seduta qui! Dai corri, non vorrai farti aspettare?

Tutto si svolse come ogni volta, attenzione alle parole, ma anche agli sguardi, al senso generale del discorso, ma anche alla maniera di intrecciare lessico e periodare insieme al non detto per poterlo ‘tradurre’, per tradurre l’intraducibile.
E la doppiezza di Carlos diventava la molteplicità di Susy.
Il processo di duplicazione di Carlos la inquietava. Aveva assitito a suo nascere, c’era anche lei in Patagonia quando lui aveva sperimentato per la prima volta il processo di adattamento del corpo alle situazioni persistenti, e non le era piaciuto affatto, avrebbe desiderato non dover assistere, non dover essere testimone del nascere della doppiezza. Non sarebbe più riuscita a dimenticare quei giorni in Patagonia che le avrebbero strappato quel poco di leggerezza che le era rimasta. Era necessario, lo sapeva benissimo, creare il doppio, l’ubiquità real-virtual life. Ma tutto da allora era mutato, Susy sapeva che non si sarebbe più potuti tornare indietro perché non ci sarebbe stato un indietro in cui tornare. Carlos era sempre stato un amico per lei e tuttora lo era, ma avrebbe voluto scindere un avatar dall’altro, restare col solo Carlos che conosceva prima che lui la trascinasse in Patagonia per renderla consapevole protagonista della ineluttabilità della duplicazione.
Il contatto le si avvicinò all’improvviso. Ogni volta per Susy era uno shock diverso e ogni volta doveva fronteggiarlo con la stessa calma.
- Clicca qui, svelta, andiamo via!
Riaprendo gli occhi dopo il salto nel buio del teletrasporto, lo vide. Era orrendo, un intreccio di fili innestati in un corpo maleodorante. La guardava come nessuna donna vorrebbe mai essere guardata.
- Bella mia non siamo più a Parigi qui, togliti quell’aspetto da santarellina di dosso, c’è da lavorare sul serio adesso. Tieni e comincia a cercare.
Con malagrazia le passò una grande cassa metallica. Un’infinità di modellini della Torre erano stipati lì dentro sormontati da un’etichetta che una volta era di sicuro piena di colore e che adesso recava, appena visibile, la sola scritta ‘FUN TO REZ’. Era divertente rezzare, Susy lo sapeva benissimo, ma nulla di divertente si prospettava adesso.
Dunque questo volevano da lei stavolta, era qui che doveva cercare un aiuto per il dominio delle risorse stellari e combattere per la salvaguardia della conoscenza. Nella Torre, come sempre, era la risposta.

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- Di nuovo qui straniero? Ti aspettavo da tempo ma ormai temevo non saresti più venuto.
- Ti avevo promesso che sarei tornato per sentirti suonare. Mi piace qui, con te mi rilasso.

Valentina cambiò la musica. Se Asian voleva rilassarsi non era certo adatto il suono che si diffondeva in quel momento. Una vecchia canzone in bianco e nero sarebbe stata più appropriata.
Lo guardò con più attenzione, la sua materializzazione improvvisa non le aveva dato il tempo di farlo. Sembrava molto provato.

- La sai suonare questa?

Valentina tolse del tutto la musica e si avvicinò al piano.

- Sì, Asian, la so suonare. Ti piace?
- Molto, ma solo la musica, non le parole, le parole non contano. Suona.

Rispondi

Capitolo 9 di Sunrise

Carta e stilografica.
Vecchi supporti che Asian riesumò con piacere quasi perverso, date le circostanze, pregustando il lieve, aspro grattare del pennino arrotondato sul foglio ruvido. “Questa volta serve un elenco. Scritto a mano.”

Pro e contro, due colonne, come in passato. Nero su bianco eventi e persone, altre due colonne. “Manca la candela e sembro Mozart” pensò. “Non so a che punto siamo, dove stiamo andando o chi sono veramente i buoni e i cattivi”.
Continuava a riflettere, con la stilo a mezz’aria, nel silenzio della sua casa. Quella dalla quale era partito, gli sembrava, un millennio fa. “Voglio qualche risposta che non sia 42. Voglio qualche barlume di comprensione”.

Così iniziò a scrivere. Due elenchi vergati di getto, vecchi rumori rapidi che riecheggiavano discreti e maliziosi, dando al contenuto dell’elenco un sapore più autentico, forse proprio perché stilato con questi mezzi primitivi ma ancora efficienti. Come spesso accade, il ritorno al punto di partenza è un buon metodo per rimettere ordine. Nei pensieri, negli avvenimenti. Nel caos.

Dopo un paio d’ore e tre caffè Asian riemerse dai suoi ragionamenti e dalle sue colonne di nomi. Il risultato era stupefacente, come sempre quando si ‘fa chiarezza’. La lista era visibilmente sbilanciata: Gene Carlos Ronin e i suoi alter ego la facevano da padrone nelle colonne dei valori negativi. Ma quella dei fatti era ben bilanciata ed era il segno inequivocabile della possibile soluzione finale. Ecco, ci mancava la citazione… la Soluzione Finale. In questo caso non aveva, valutò Asian, un significato malvagio e mortifero. “Certo” pensò ”non sarà indolore né semplice”.

Cosa avrebbe potuto concretamente fare, ora che aveva ridisegnato la mappa di quel folle, lunghissimo e devastante pezzo di storia? Sarebbe stato molto importante convocare tutte le persone – e Astrolabia, gli avatar, tutte le cyber cose e i viaggiatori, netectives e qualunque entità assortita avesse a che fare con l’intricata vicenda – per fare il punto della situazione. Occorreva coordinare gli interventi e, prima ancora, condividere le informazioni e le congetture.

Gli sembrò una buona idea fissare un luogo raggiungibile da tutti, ma interdetto a G. C. Ronin e ai suoi duplicati. Fun to rez… “E se costruissi una torre provvisoria, mantenendo al sicuro tutto ciò che contiene e significa?” rifletté a voce alta “sarebbe visibile e facile da trovare, i satelliti personali dei partecipanti la localizzerebbero immediatamente e potrei sistemarla dov’è più opportuno…”

Iniziò a prendere forma l’idea della Riunione. Restavano da inviare le convocazioni e, più importante ancora, da prevedere massicci cordoni di sicurezza: la Torre sarebbe stata ben visibile anche per Ronin.

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9° Capitolo (bozza) di Azzurra Collas

- La Hack arriverà verso le nove. –
Laura guardò di traverso Pestelli. Era, come sempre, in qualche mondo. Gli diede un colpetto per richiamarlo nel 2009. – Chissà dov’è, il Pestelli! – si disse, ridacchiando. Non era difficile sorprenderlo perso nei suoi viaggi nel tempo e nello spazio con quei suoi occhi sbiancati, intento a scoprire chissà quali anomalie, o regolarità, del sistema stellare. Del resto, da quando si era reso disponibile a farsi impiantare il sistema di contatto… - ma come diavolo si chiama, accidenti... -, uno di dieci in tutto il pianeta, era più facile che comunicasse con i suoi colleghi di sperimentazione che con chi gli stava vicino. Non tutti sapevano, e quindi s’era fatto una fama di stranezza che in fondo non gli dispiaceva.
- Dimmi, Laura. Ci sono, ci sono… -
- Dico che la Hack arriverà alla nove circa… -
- Ah... – Era decisamente molto lontano.
Laura rinunciò, si decise a leggere velocemente qualcosa e, come spesso le capitava, rabbrividì.
GDN: Cos’è realmente il “nucleare di quarta generazione”?
Alex Sorokin: Si tratta di una collaborazione internazionale su 6 idee progettuali lanciati nel 2000 dal Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti per lo sviluppo di nuovi tipi di reattori per le centrali nucleari che, secondo i proponenti, potrebbero andare in servizio dopo il 2030. Le 6 idee progettuali sono:
• GFR (Gas-cooled Fast Reactor), reattore veloce raffreddato a elio;
• LFR (Lead-cooled Fast Reactor), reattore veloce raffreddato a piombo;
• MSR (Molten Salt Reactor), impiega nel reattore una mistura di combustibile costituito da fluoruri di uranio e plutonio circolante in fluoruro di sodio e zirconio;
• SFR (Sodium-cooled Fast Reactor), reattore veloce raffredato a sodio liquido;
• SCWR (SuperCritical Water-cooled Reactor), reattore raffreddato ad acqua in condizioni sopra il punto critico (temperatura 374°C alla pressione di 221 atmosfere);
• VHTR (Very High-Temperature gas Reactor) è un reattore termico moderato a grafite, refrigerato a elio, che può raggiungere anche i 1.000°C.
GDN: Come si pone tale nuova generazione nei confronti di alcuni aspetti cruciali: sicurezza degli impianti, scorie, dismissione, costi?
AS – I proponenti della IV° generazione sono consapevoli che, per avere futuro, il nucleare deve risolvere questi suoi problemi. Ovviamente i proponenti dichiarano di volerli affrontare e risolvere. C’è chi crede che lo sviluppo tecnologico sarà in grado di risolvere tutti i problemi del nucleare. Personalmente, conoscendo i principi di fisica nucleare alla base della tecnologia, non vedo all’orizzonte un approccio o idea in grado di offrire una soluzione ai grandissimi problemi in questione. E comunque, se mai sarà possibile trovare delle soluzioni, ci vorrà certamente ancora molto tempo. Il nucleare civile ha 3 grandi problemi finora irrisolti:
• la sicurezza delle centrali e della filiera industriale;
• lo smaltimento delle scorie ad alta pericolosità per migliaia di anni;
• il rischio di proliferazione e la vulnerabilità del nucleare rispetto ad azioni di terrorismo e guerra;
Finché questi problemi non sono risolti in modo affidabile, il nucleare non offre una soluzione al problema energetico. Inoltre, l’incalzare del cambiamento climatico richiede interventi rapidi ed efficaci entro i prossimi 10anni. Non c’e tempo. Il nucleare non farebbe in tempo a risolvere il problema, mentre le tecnologie dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili sono pronti e disponibili da subito. Le esperienze in Germania, Giappone, Spagna dimostrano che basta avere la volontà politica e definire le regole in modo da creare condizioni di mercato adatte. In Germania gli occupati nel settore nucleare sono 38.000, mentre il settore delle fonti rinnovabili conta oggi 235.000 posti di lavoro. -.

Ora era lei ad essere lontana. Pestelli le diede un colpetto maldestro.
- Sono quasi le nove? -
- Eh…Non so… Ora guardo. Ma non hai il tempo incorporato tu? –
- No, l’ho disattivato, mi dava problemi. – Giusto, pensò Laura. Psss…E che vuoi che sia il tempo terrestre di fronte all’infinito. –
Sì, erano quasi le nove, di un giorno di Luglio del 2009. L’intervista era del Settembre 2007. Due anni dicono molto in questo campo, pensò.
- Eccola, puntuale come un orologio. – disse Laura.
Pestelli si lanciò verso la Hack, la salutò caldamente, provocando un sorriso, anzi più d’uno. Non si vedevano dai tempi dell’Università. Lui era un ricercatore promettente, e per questo se n’era andato. Si sedettero. Automaticamente si girarono intorno. Pestelli chiese un attimo di tempo per disattivare il circuito di comunicazione interstellare. Laura spense il palmare. Margherita accendeva sempre di più i suoi occhi. Da tempo non seguiva il lavoro di Pestelli. Ma sapeva che Laura non l’avrebbe coinvolta senza giusti motivi. Era di ritorno da uno dei suoi convegni sulle energie stellari, dove aveva chiesto ragione dell’oscuramento delle sue ultime ricerche. Ovviamente non aveva ricevuto che generiche rassicurazioni. Ma certo non era tranquilla. Per nulla tranquilla.
Laura notò il tizio tranquillamente seduto sul divano di fronte, con un occhio verso di loro e uno verso il palmare. Con un gesto chiese il silenzio
- Meglio fare una passeggiata, vero? –
- Ah…sì… Certo… - Pestelli si alzò di scatto, con il suo solito fare da robot con le mani in avanti.
Margherita aspettò un attimo prima di alzarsi, giusto il tempo per soppesare il rischio. Poi si alzò tranquilla e seguì i due. Li accolse l’aria arsa dell’estate, come una zaffata infernale. Laura rimpianse di non poter cambiare mondo, in quel momento. Ci pensò Pestelli, spingendole verso gli odori di un piccolo bar. Lì sembrava tutto tranquillo. Neanche l’ombra di tecnologia, solo una fresca ombra d’interno. Tuttavia un brivido attraversò la schiena di Laura. Uno dei soliti deja vieux. Essere al sicuro era ormai una chimera. Dove falliva la realtà, vinceva l’immaginazione.
- Dio mio, disse. Ma qui ci sono stata. -.
- E’ un bar come tanti, niente paturnie. –
Quando diceva “paturnie”, Laura s’arrabbiava, lui rideva, ne nasceva un diverbio, come un rito, da quando andavano al liceo. Ma il liceo era lontano e il tizio così pericolosamente vicino. Tollerò paturnie e con il linguaggio dei tocchi gli disse di usare prudenza. Con un cenno d’assenso, tastò la tasca e ne trasse un piccolo rotolo con minuti caratteri, che solo lui poteva interpretare, certamente.
- Tutto in codice – disse - sfido chiunque a capirci qualcosa… -
- Ah… - disse la Hack piccata – non sono venuta fin qui per farmi offendere o prendere in giro. -.
- Chiedo scusa, professoressa. Non era nelle mie intenzioni, volevo solo dire che cerco in ogni modo di difendere il risultato delle mie visioni… pardon… ricerche. -.
- Dati i tempi, fai bene. Allora? Visioni… ricerche? -.
Pestelli si girò ancora una volta intorno. Attivò per un istante il sistema di contatto per rilevare fonti di ascolto. Staccò con celerità, gli parve che fossero al sicuro.
- Ecco, professoressa. -.
Srotolò lentamente il rotolo, lasciando che la Hack potesse scorrerlo con calma. Sottolineò qualche punto, mentre la Hack assentiva, rapita. Certo era difficile distinguere tra visione e ricerca, ma ben sapeva quanto la scienza dovesse all’immaginazione. Quanto fosse matematicamente reale l’invisibile. Sapeva quale sensibilità occorreva per rendere verificabile attraverso i sensi quell’invisibile.
Pestelli ripose il rotolo ad un tocco della Hack. Il tizio era alle loro spalle. Cosa avesse captato del rotolo era impossibile dirlo. Purtroppo l’avrebbero saputo solo consultando la schermata delle ricerche interstellari. Ma i tranelli del codice di Pestelli erano ben disseminati. Forse avevano ancora il tempo per sottrarre la visione alle grinfie del sistema globale.
- Sapete qualcosa della Riunione? - sussurrò.
Un cenno, un tocco. Si salutarono. Senza enfasi, quasi come degli sconosciuti che hanno da poco intrecciato un dialogo occasionale. Simulare. Nascondere. Criptare. Sfuggire. Ecco, il linguaggio del tempo presente scorreva come un sottile uncino lungo le loro corde vocali. Graffi che giungevano fino all’anima.

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Capitolo 9 ( bozza) di AtmaXenia

Buio. Niente altro che denso ed avvolgente nero avrebbe accolto Xxanty e Laura all’appuntamento fissato con Asian, il programmatore. Ma quello che Laura e Xxanty non immaginavano è che presente in quella camera di un ex hotel di lusso, dismesso ormai da anni, ci sarebbe stato anche un personaggio nuovo, convocato per l’occasione da Asian stesso. Un giocatore tra i più esperti dei nuovissimi giochi online, i più futuristici, inventati recentemente e dati in pasto ai miliardi di utenti affamati di forti sensazioni virtuali.
Quello che Asian aveva scordato di dire, è che Aelita Baguier era cieco.
- Buon giorno, cari ospiti, o forse dovrei dire buonanotte...- una risatina, accompagnata da un leggero sibilo, residuo probabilmente di qualche bronchite mai debellata, accompagnò quelle parole. Aelita era da tempo un accanito fumatore di Z-154, la micidiale miscela di tabacco sintetizzato in laboratorio, che provocava, oltre che assuefazione, anche stati di allucinazione, fasi di sdoppiamento e trasmigrazioni in dimensioni subastrali.
- Accomodatevi dove trovate posto…se lo trovate... - e ridacchiò di nuovo, questa volta più sommessamente.
- Vi chiederete perché vi accolgo nelle tenebre...Per insegnarvi che non servirà la vista nei luoghi che esploreremo, ma percezione, intuizione, istinti che, nel tempo, sono stati annullati, sostituiti da script che simulano la formazione neurale, con l'invio di segnali elettrici a circuiti innestati nel lobo frontale del cervello. Simulano, dico, perché il data base contiene solamente impulsi elementari, sgravati da ogni contesto umano e quindi privi di errori diagnostici.
Avrete sentito dire che la clinica "Human Life" ha scopi altamente etici, un luogo dove le persone affette da disturbi della memoria provocati da fortissimi traumi vengono trattate con procedimenti sperimentali. In realtà la "Human life", che ha una sede anche a Post Utopia, è un laboratorio di ricerca, il suo scopo principale è creare prototipi di androidi perfetti, prelevando umani, lobotomizzandoli ed inserendo nel loro circuito neuronale strisce di programmazioni ad altissimo impulso. -.
Ebbe un sobbalzo Xxanty a quelle parole.Tutto iniziava a ricomporsi. La strada dunque era finalmente quella giusta.
- Quello che stiamo per affrontare - proseguì Aelita - è il primo viaggio interdimensionale. Sconosciute alla maggior parte dei normali visitatori, le riproduzioni virtuali che visiteremo sono accessibili solo ai giocatori più esperti e più abili. Ma è bene che prima vi dia istruzioni adeguate per evitare che facciate la fine dei…beh…le dimensioni che visiteremo contengono pericoli inimmaginabili per voi dilettanti - e disse dilettanti con malcelato disprezzo -, so che voi siete qui per scoprire e fermare il più grande disegno di manipolazione e sostituzione dell’umanità mai compiuta sino ad ora. Mai sino ad ora, infatti, erano comparsi prodotti così sofisticati, identici in tutto e per tutto all’uomo, comprese le emozioni e le primarie necessità di sopravvivenza, ma anche il più alto tasso di barbarie e perversione per soddisfare le proprie più sfrenate ambizioni. Ora ci collegheremo al computer generale della NetAdventure-Game, per una prova… -.
Poi, sghignazzando in maniera sordida, aggiunse: - Prestate attenzione ad ogni minima cosa…soprattutto a quello che non vedete, che non sentite…e ai Trolls. Sono scarti di produzioni di esperimenti precedenti alla creazione del prototipo perfetto denominato “CyGameBot”. I Trolls sono ciò che resta dell’ultimo barlume di pseudo umanità…a cui è rimasto però solo il peggio. Sono pericolosi mercenari…e soprattutto…incapaci di controllare le loro emozioni distruttive. Quando saremo tutti collegati, seguite fedelmente le mie istruzioni…vi arriveranno solo ed esclusivamente in conference…ricordate…è solo una prova…ma non per questo sarà meno pericolosa del vero Game. -.
Si accesero delle luci, ognuna indicava la postazione del computer al quale collegarsi, quello di Aelita..rimase al buio. Start…Game On. Il tip di Aelita fu così veloce che Xxanty non ebbe il tempo nemmeno di verificare dove fosse, accettò immediatamente e si catapultò nella land, pochi secondi per rezzare e prima ancora di scorgere qualcosa…percepì un odore terribile, nauseabondo. Poi gli apparve un gigantesco tabellone con sopra scritto “Die Geschichte eines Mörders” – point landing - Welcome in wonderful land Post Utopia.
Alla sua sinistra l’avatar di Asian, molto giovanile e con tratti ancora leggermente da niubbo, gli diede una sensazione di déjà vu temporale, come se la sua vicinanza in qualche modo provocasse una contrazione del tempo, facendolo apparire molto veloce nei movimenti rispetto agli altri. Di fronte l’avatar di Laura, praticamente irriconoscibile, un inno al gotico più oscuro e sanguinolento. E Aelita…aveva le sembianze del…nulla, un perfetto androide trasparente, difficile persino da visualizzare.
Iniziò a scrivere: - Ora camminerete con me…ci avvicineremo al limitare della parte oscura di Post Utopia, senza entrarvi...controllate di non avere addosso nessun prim, potrebbe contenere micro cip in grado di identificarvi immediatamente. Indossate la tag “Observator” che vi è stata rilasciata all’arrivo. Non fermatevi a discutere con nessun avatar e non accettate nessuna Game sfida. Anche la più semplice potrebbe eliminarvi…e non intendo solo l’avatar. Nessun giocatore qui gioca correttamente, in palio c’è un obiettivo sempre allettante...avvicinarsi alla perfezione..sostituire umani imperfetti ed inutili con tecnologia d'ultima generazione, niente più morte…niente più dolore...niente più errori, solo Games sempre più perfetti. L’ultimo dei giocatori, il vincitore finale, avrà il potere sull’intero universo. Tutto ciò che avete sentito in RL, compresi gli attentati in Basilicata, sono azioni terroristiche finalizzate a destabilizzare e a incutere paura, per poter studiare la reattività primordiale dell’uomo, per comprendere perfettamente le reazioni umane in caso di guerre, minacce e pericolo. Cosa c’è di meglio che fornirgli gli strumenti di un grande enorme gioco che si chiama guerra? -.
Iniziarono lentamente a camminare, man mano che avanzavano, la luce declinava e la penombra incombeva.
In alcuni angoli della strada, alcuni avatar, accasciati a terra, scrivevano parole senza senso e quell’odore, così terribile, faceva girare la testa…penetrava in ogni poro, in ogni angolo delle viscere...
Laura scrisse in conference: - Non so se resisto…è terribile... -.
Aelita rispose: - Qui il potere lo detiene chi possiede la puzza peggiore, datemi un odore e conquisterò il mondo! -.
Xxanty si voltò, vide un avatar che introduceva qualcosa in un occhio, poi lo vide cadere in ginocchio, e lesse: - Ne ho bisogno ancora, ehi, voi laggiù, avete una dose di profumo?..vi prego..ve lo pago bene! Ho molti linden!”
- È la droga di questo secolo, profumo per sopravvivere, se la iniettano negli occhi attraverso un piccolissimo prim che rilascia lentamente la sostanza profumata. - commentò Aelita. - Ecco, lì c'è la linea di confine .- Si voltò verso di loro, immediatamente dopo li superò, mettendosi alle loro spalle. Un Troll si era avvicinato silenziosamente al piccolo gruppo.
- Ehi….voi... - disse, camminando sulle protesi artigliate, - Siete nuovi? -
Un ondata di fetore li avvolse tutti…Laura tossi sommessamente.
- Zt..Bzztt.crookkk…ehi….tu…Androide! Come mai...non leggo il tuo identificativo…Zcctt…Bztt…Sei un giocatore della Game “MMORPG? Ehi..dico a te, rispondi prima che ti faccia secco! -.
- Sì. - rispose Aelita - Sono del livello 10 - 3° stadio…-.
- Uhm….allora..conoscerai sicuramente il genio creatore di tutti i games virtuali di Post Utopia, colui che crea come un Dio…o forse…non sei un giocatore…ma un fottuto spacciatore che inietta profumi ai principianti…avanti...rispondi…se sei un giocatore…non puoi non sapere…altrimenti…- lasciò in sospeso le ultime parole.
Nessuno conosceva la vera identità del “Supremo Creatore” e il Troll aveva tanta voglia quel giorno di frantumare un avatar…
- Carlos...è il nome di quel bastardo -, disse lentamente, scandendo le singole lettere.
Il Troll si rezzò in piedi, emettendo uno stridente suono metallico ed un grido che condensava note musicali, rumori e grida umane insieme.
- Bastardo figlio di puttana... ti ucciderò! -
Game Off.
I computer si spensero di colpo. Il gruppo, frastornato e ancora spaventato, non aveva la forza di emettere un suono.
Solo Aelita ebbe una reazione, sogghignò e mormorò tra i denti: - Figlio di un transistor bruciato, rottame di un Troll, sei solo uno schifoso impulso elettrico…ti sterminerò prima o poi... Signori la seduta è finita e la lezione anche, via, correre, andare che ho da fare! -.
Il tramonto li accolse in una leggera linea di umidità che saliva dal terreno…..Xxanty vedeva Asian come per la prima volta, un volto dai lineamenti delicati ed i capelli neri corvini acconciati tutti all’insù. A Xxanty venne spontaneo chiedere: - Hai mai letto il Piccolo Principe, Asian? -. Il ragazzo, un po’ incredulo, rispose: “ Sì…è il mio avatar -.

Carlos G. Ronin sputò per terra molto vicino a Susy. Lei si chiese cosa fosse rimasto dell’originale umano che aveva conosciuto un tempo a Parigi, quando, con un altro nome ed un’altra vita, le scriveva poesie strampalate e musicava i testi sacri per lei.
Mestamente abbassò la testa ed iniziò a rezzare, era ancora divertente farlo, ma qualcosa dentro di lei, nel frattempo, cambiava. Una sorta di disgusto la pervadeva, aveva amato ed amava ancora Carlos, ma ormai faticava a trovarne i residui di programmazione iniziale e notava i cambiamenti delle procedure innestate in lui, e poi…non sopportava più quell’odore, la vista di quel cervello che veniva divorato...la sua ira…
Disse: - Carlos...sarò off per 10 minuti. -.

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