Capitolo 9 - (bozza) di Piero aka Piega Tuqiri
Non sarebbe stato in grado di definire la lunghezza del viaggio.
Mac si stava rivelando una specie di furia cieca nel suo procedere tra le macerie della striscia internodale. Il suo passo, scandito dal rumore degli stivali iper-cinematici sulla superficie della piattaforma d’accesso al tunnel, scandiva come un metronomo il cammino verso l’Altro. Non parlava da molto, - pensò Asian tra se’- e questo, conoscendolo, era comunque un buon segno.
Il pericolo li circondava, ma non era una novità. Anzi era come se la consapevolezza dell’instabilità avesse il potere di eccitare il netective, come una di quelle droghe sintetiche in cui si rifugiavano spesso gli abitanti di RL per sfuggire all’incombente catastrofe del loro mondo che precipitava verso l’ auto-implosione. Solo che l’adrenalina qui era prodotta dal suo stesso organismo cyber-neuronale e proprio per questo non aveva come conseguenza nessuna perdita di coscienza. Al contrario, se si tralasciava il rosso vivo degli occhi dovuto all’aumento della pressione interna ai microcircuiti delle cornee protette dalle lenti monodirezionali, ogni parte del corpo dello Stalker sembrava ignorare sia il timore che la stanchezza.
Asian era estasiato da questo spettacolo di energia vitale, e l’empatia fra i due viaggiatori faceva da scudo all’angoscia che l’immersione nell’odore (ma era questo che il vecchio Aelita intendeva quando parlava di Fetido mondo di morte?) della borderline gli stava procurando fin dal primo passo nell’ombra della nube.
Improvvisamente Mac si arrestò, scostò una grossa trave a T senza sforzo apparente e si sedette al riparo di una lastra di metallo concavo, facendo cenno al compagno di avvicinarsi.
- Siamo arrivati Fratello.
Dietro quel muro con la A cerchiata inizia il tunnel di servizio, basta scostare leggermente la rete che ricopre il foro e infilarsi.
Da qui però il cammino è solo tuo, io non posso seguirti. Qualcuno deve rimanere da questa parte, nel caso ti occorra una mano per risalire il condotto al ritorno. E del resto non voglio neppure nasconderti che l’idea di ritornare ancora in quella putrida Gomorra non mi farebbe di certo felice.
- Non preoccuparti Mac (“Fratello” l’aveva chiamato e non gli sembrava giusto appropriarsi di questa parola, anche solo per poterla restituire). Mi basta sapere che se tornerò ci sarai tu ad aspettarmi.
- Ok, lo farò….
C’è un’ultima cosa che devi sapere: il tempo che troverai all’uscita non è molto diverso da quello che tu conosci ora e a cui anche di là dovrai fare riferimento. L’unica vera difficoltà è data dal fatto che non è possibile scegliere entrambe le modalità con cui si manifesta. Solo una può sopravvivere all’altra, pena la negazione della possibilità di conservazione dell’energia che fa esistere ogni briciola del tuo Sapere. Il Principio di Indeterminazione non consente la consapevolezza contemporanea del tempo e dell’energia. Non tentare di capire il prima e il dopo, non finche sei di là almeno. Non potresti più liberartene. Conosci, fruga, cerca e se ti riesce trova e prendi. Ma non cercare di capire e di misurare le cose. Take the money and run, ok?
- Ok, anche se in tutto questo c’è qualcosa che mi sfugge…. Ancora.
Uno sguardo che racchiudeva un mondo, quello abitato solo da loro due, fu l’ultima cosa che si regalarono.
Il tragitto all’interno del tunnel non fu molto lungo, o almeno così sembrò ad Asian e ai suoi parametri da Metaverso, cui si sforzava di rimanere aggrappato dopo il discorso di Mac.
Una volta fuori si trovò immerso in un’atmosfera azzurrognola (forse le cariche piazzate dagli eco-terroristi pensò); persino le ombre proiettate dai resti delle installazioni distrutte avevano una malinconica tonalità blu. Almost Blue, pensò sorridendo, il vecchio Chet se la berrebbe fino in fondo questa.
Improvvisamente si accorse che c’era qualcosa di strano attorno a lui. Tutto, persino il fumo azzurrognolo, era assolutamente immobile, come se fosse avvolto da un eterno presente.
No, non pensare a questo! Non tentare di capire il prima e il poi gli aveva detto Fratello Mac (ora poteva usarla la parola, accidenti! Se non ora quando?)
Almost Blue….There's a part of me that's always true...always. Not all good things come to an end, now it is only a chosen few. I've seen such an unhappy couple
Si mise a fischiettare attraversando una turchese autostrada colma di involucri di metallo, abitati da strani simulacri dagli occhi colmi di una liquida tristezza….
Si diresse in direzione di una piccola collina che si innalzava sulla pianura coperta dalla nebbia azzurra e mano a mano che saliva si accorse che i colori tornavano poco alla volta ad occupare tutto lo spettro, segno che la distruzione e la pazzia della guerra in atto non avevano compiuto interamente la loro opera. Un muro di sassi rossastri, una piccola casa immersa tra fiori di mesembrianteum e di lavanda, una porta socchiusa, un piccolo fornello con del fuoco immobile, una scrivania, un vecchio computer, simile a quelli che aveva visto in una delle sale del Museo del Metaverso a Post Utòpia.
Tolse dalla tasca la piccola sfera di molibdeno che portava sempre con se’ (era un regalo di Sun, prezioso come tutto quello che lei aveva sfiorato anche solo per un attimo), aprì lentamente le dita e la abbandonò nell’aria.
Rimase sospesa, immobile come tutto ciò che entrava a far parte di questo nuovo mondo “senza” tempo.
Almost Blue… Almost Blue…
Collegò la propria porta occipitale alla vecchia porta USB 7.0 del computer, digitò Edimburgh University Library ed iniziò il viaggio.
Il Download fu faticoso, lento, affascinante e sorprendente per la vastità e la profondità dell’ignoto che veniva alla luce. Anzi, non ignoto ma dimenticato. Ogni bit era un tornare alla luce, ogni parola un’eco, ogni frase un ritorno a casa, ogni concetto un ricordo sopito che si risvegliava. Il sole era immobile, fuori. Dentro, la mente era una spugna assetata di eternità. Filosofia, Genetica, Architettura, Poesia, Musica, Teoria delle Strighe, Hölderlin, Bushido…
Ad un certo punto una piccola parola scosse la sua apparente immobilità: Ronin sentì rimbalzare tra le sue sinapsi. Cos’era che univa un vecchio guerriero giapponese alla sua vita di Avatar evoluto? Digitò un nome: Gene Carlos Ronin e fu come se il vaso di Pandora si fosse di nuovo scoperchiato, lasciando uscire tutti i mali dell’universo. Le formule del propellente ad Idrogeno sintetico riempivano centinaia, forse migliaia di schermate con la loro fredda logica deduttiva, figlia di una intuizione primordiale che il giovane Gene C. Ronin, aveva avuto anni prima mentre lavorava alla ricerca dell’oscuro bosone di Higgs, “la Particella Dio”, sfuggente sogno di ogni navigante nel mare della fisica. Una porzione dell’energia necessaria per produrlo una volta catturata e convogliata in un server di dimensioni colossali costruito segretamente nelle viscere di qualcuna delle tante isole disabitate di Cyberlandia, avrebbe permesso di dare vita ad una nuova forma di materia digitale con antielettroni al posto degli elettroni originari, creando così dal nulla una quantità di energia tale da poter essere utilizzata per azzerare il tempo per un intervallo sufficiente a duplicare qualsiasi cosa. Atomi, molecole, cellule, organismi, uomini. Ma soprattutto era possibile creare un nuovo Universo, una Seconda Vita digitale plasmata a sua immagine e somiglianza. Dal Nulla. Come un Demiurgo, come Dio. Questo si era immaginato di essere Gene C. Ronin, questo aveva voluto essere, questo aveva fatto di se stesso di fronte a se stesso. Il Dio di un universo digitale, in cui l’unica materia era l’Energia allo stato puro. Giano bifronte, il Bene che nasconde il Male, l’Uno che diventa Due, Vita e Morte, Il Virus e la Cura, una mente che combatte contro se stessa, questo era oggi G.C. Ronin. Per questo era così importante per lui tagliare il collegamento con RL, perché l’origine era lì, nella pre- historia di SL, prima che l’alba del primo Avatar di un Avatar colorasse di rosso la sua volontà di potenza.
E poi c’era quel link così ricorrente in ogni luogo in cui la presenza di Ronin era stata registrata… Chimera (161, 152, 23). Tentò di agganciarsi, ma ogni tentativo registrava il solito messaggio di errore: Il Sistema non supporta la necessaria versione del visualizzatore, segno evidente che il computer che stava usando era troppo obsoleto per poter dare un risultato soddisfacente.
Memorizzò comunque le coordinate, in attesa di consultarsi con Mac circa il da farsi.
Asian era comunque ormai preda di un’euforia che rasentava lo stato di ebbrezza; aveva aggirato il muro e aveva trovato il punto zero in cui Dio era apparso. E sarebbe stato sufficiente un piccolo punto di discontinuità nel flusso energetico che lo sorreggeva per invertire il processo e liberare il Tempo dalla sua prigione. Restava solo il problema di arrivare tanto vicino al Primo Motore da poterne interrompere per un attimo il cammino; poi tutto sarebbe ripartito nella direzione da cui era venuto, fino alla sconfitta del sogno di questa blasmema onnipotenza.
Ora ce l’hai in pugno Asian, - sentì urlare la sua anima silenziosa - non mollare la presa, non lasciare entrare la paura. Hai trovato la chiave, sarà il suo delirio infinito a fornirti la serratura.
Non si accorse subito che il Donwload era terminato, che il suo viaggio nelle quattro dimensioni di RL era terminato. Sentiva solo il peso della conoscenza acquisita e di essere senza forze, quasi che il peso di del sapere raccolto lo schiacciasse con la massa infinita delle sue combinazioni. Riuscì solo a premere l’Esc, dopodiché l’incoscienza si impadronì dei suoi circuiti e si sentì spegnere.
Quando riaprì gli occhi la sfera di Sun era scesa di qualche centimetro verso il pavimento e capì che doveva tornare prima possibile da Mac il solo che lo potesse ricondurre a casa. Uscì dalla casa, attraversò il profumo la policromia del profumo di lavanda, rientrò nell’azzurro putrido e si trascinò fino alla penombra dell’imbocco del tunnel.
Presto.
Prima che la sfera tocchi terra.
Prima.
Dopo.
Non farlo Asian, non ancora.
Non pensare ancora.
Almost Blue….Not all good things come to an end now it is only a chosen few….