La torre di Asian

La torre di Asian - romanzo collettivo

4° Capitolo - di MacEwan

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Il frigorifero Dadar!
Il frigorifero Dadar con il suo sportello minuscolo e giallo, lo châssis di plastica primitiva rigida semitrasparente. Gelato. Vaschetta per gelato. Genetica elettronica. Evoluzione. Involuzione. Tempo da perdere: a seconda dei punti di vista, naturalmente.
Ecco! Una scatola simile alla spirale bianca e nera di ipnotizzatore, da far ruotare mentre si parla con voce suadente per convincere a compiere qualche azione che circumnavighi con disinvoltura l'altrui volontà. Un tazzone fumante, nel fumo che odora di malto una sibilla cibernetica che ha al posto degli occhi di medusa un biocircuito dis-integrato cerca di leggere e interpretare o’ gliommero di donciccesca, di ingravalliana memoria. Cerca di scorgere un qualche Segno del Comando che governi gli eventi, magari pur sovrannatural-mente, magari per ibridamenti.
Laura -retropensiero: chi era Laura?- che si affaccia dall’alto dello spazio profondo, come da una stazione orbitale dai corridoi illuminati su un pianeta bluastro. Laura da oblò stranamente rettangolare spaziale. L’indagine appresso ad Asian. E poi, Asian, chi era costui? Quel tipo preistorico dalla capigliatura mutevole come materia gassosa intergalattica? Allora benvenuto a Cyberdarkness, Asian: col cyberuomo dalla maschera antigas impiantata direttamente attorno al cranio, a prevenzione di fumi lucani letali. Cyberuomo, Robot, Avatar, Emissario, Demiurgo con basettoni e cravattino da cow boy riveduto e corretto alla moda del metaverso, la notte che bruciammo la Basilicata, colonne di fuoco e di fumo ad insensata altezza satellitare si sprigionano dai bracieri striati bianco-nero, bianco-nero, zero-uno-zero-uno-zero-zero-zero, error, Prims, Pringles, priorità: il cielo di Skye, il cielo di Skype, landscape alba, landscape tramonto, landmark... set light.

Mi svegliai di soprassalto e il primo pensiero lucido che ebbi fu: questa storia mi sta mandando al manicomio, forse ho bisogno di uno psicologo.
Poi mi ricordai che detestavo gli psicologi e le loro elucubrazioni, i loro scavi archeologici, le loro trivellazioni come a cercare il petrolio mentale che possa carburare analisi pseudoscientifiche discutibili: poi forse dopo quattro anni ti senti meglio. Forse.
Lanciai il Power X: avevo la deprecabile abitudine di spegnerlo quando dormivo. A volte incontravo qualcuno che me lo rimproverava, sostenendo l’assurda teoria che un Netective -se proprio mi volevo definire così- non dovesse mai disconnettersi.
In qualunque momento -sosteneva il critico- poteva accadere qualcosa di vitale su una periferica cinese, presidiata da un rappresentante censorio del governo in verde oliva col cappellone a visiera più alto di lui, o su una scalcinata macchina della generazione precedente in un paese dell’Africa, con i tasti del keyboard tutti anneriti e il ventolino di raffreddamento che singhiozza esausto.
Cazzate. Facendo in quel modo mi sarei bruciato sì il cervello. Altro che viaggi nel tempo.
Visualizzai i messaggi ricevuti, e tra questi uno mi colpì particolarmente.
Ripiombai per un attimo nella sensazione di tensione del sonno travagliato, poi con un gesto della mano aprii il messaggio che comparve sulla parete: diceva: “Asian Lednev ti ha offerto la sua amicizia su Metaverse 7.0. Collegati per accettare.”
Ancora una vertigine. Asian Lednev su Metaverse 7.0? Ma com’era mai possibile.
Asian Lednev l’avevo incontrato su Second Life due secoli prima. Non poteva essere lo stesso Asian. Non poteva davvero.

Accidenti. Dovevo occuparmi dell’assalto hacker all’Università -col fiato di Campbell sul collo- e del misterioso odioso Gene C.Ronin... E adesso tornava come un fantasma dal passato pure Asian Lednev.
Non sapevo come barcamenarmi. Poi dice che un Netective non ha tempo per il lirismo...

Decisi di dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte.
Chiamai al telefono il mio studente più brillante, neolaureato, quello che mi dava sempre una mano in casi di emergenza e del quale mi fidavo pienamente: Alan Macbeth.
- Ciao, “Scottish Play”...-
Avevo dato questo soprannome ad Alan quando avevamo lavorato a un caso che coinvolgeva una compagnia teatrale. Davanti agli attori era impossibile chiamarlo col suo vero cognome pena scongiuri e ingiurie di vario genere. Come si sa teatranti, guitti, prime donne e capicompagnia credono da sempre che quell’opera meravigliosa del Grande Bardo porti jella...
- Hey, professore! Si riapre la caccia?- rispose Macbeth con entusiasmo. Che il cielo lo benedica.
- Eh già. Sei pronto a una bella galoppata indagatoria?-
- Come sempre, prof.-
- Bene, allora devi farmi il pelo e contropelo a un certo Gene C.Ronin...- Scottish Play stava prendendo appunti. Evitai di raccontargli le mie impressioni sul personaggio, di mettermi a fare il Baedeker dei luoghi ameni che avevo attraversato su Metaverse per inseguire quella faccia da schiaffi del suo Avatar; gli risparmiai il fuggevole incontro con l’Olandesina, col ciccione -cretese, cretino o cretoso che fosse - a uno dei capi del triangolo magico, dove, parbleu, di oro non trovai alcuna traccia, ancorché virtuale: forse perché l’oro come d’abitudine se l’era già accaparrato tutto lui, il simpatico capitalista, il talentuoso affarista, il dongiovanni Cronin. Evitai di far menzione dei bicipiti, dei capelli color crucco ma nient'affatto corti come da cliché, no no: lunghi su quel collo che avrei tirato volentieri come a un pollo in un sabato del villaggio che prelude a banchetto nel giorno del Signore.
.- E... Scottish... Mi raccomando, una ricerca completa, stavolta con particolare cura per la RL....-
Rimase un attimo in silenzio, interdetto.
- Come mai?-
- Boh non lo so nemmeno io. Questo spaccone l’ho già incontrato su Metaverse, il suo Avatar è odioso: vorrei vederlo di persona, partiamo da delle foto, magari in RL è uno sfigato rachitico pensionabile...-
-Capito.- disse laconico Alan già tutto compreso nel suo ruolo di aiuto-netective. A-lirico.
-Ci sono domande?- dissi.
- Direi di no. Tempi?-
- Come dicevano gli odiosi manager di un secolo fa, prima di crollare con tutto il loro fottuto sistema debitorio: “per ieri”.”
Alan rise. -Capito. Ci aggiorniamo domani.-

Ora, non avevo alcuna voglia di entrare in Metaverse.
Ma ovviamente la questione di Asian Lednev mi incuriosiva moltissimo. E comunque aveva a che fare con l’indagine principale che avrei dovuto condurre. Campbell a parte.
Va bene, dai.
Scelsi il mio Avatar. Optai per William Hirvi. Si presentava come una specie di santone indiano in un semplicissimo abito color crema, non aveva copricapo. Aveva capelli corti rossicci e un viso regolare (come tutti gli Avatar, del resto) di media abbronzatura. Gli occhi erano verde smeraldino piuttosto innaturale.
Con questo aspetto feci il log in e attraverso gli screengglasses cominciarono a comparirmi i nomi degli amici in linea, pochissimi in verità, dato che Hirvi lo usavo solo per indagini complesse e nelle quali era meglio non farsi notare. Mi comparve Socrates Kircher, il rettore Campbell. E poi Raymond Wolfe, il giovane Macbeth. Ed ecco Asian Lednev. Lo agganciai e gli chiesi in voice dove si trovasse. Ci mise qualche secondo a rispondere, diffidente.
- Non conosco nessun William Hirvi.-
- Lo so. Forse conosci Lorenzo MacEwan, però.-
Silenzio.
- Saresti tu?-
- Non posso usare il mio Avatar omonimo nel corso di indagini... delicate... Capisci, vero?-
- Sì. Direi di sì-
- Dove ti trovi?-
Silenzio.
- Non lo so. Sono precipitato in una specie di buco nero... A volte ci sono programmatori che si divertono a intrappolare Avatar. Poi magari chiedono il riscatto.-
Sospirai.
- Va bene, ti tiro fuori io.-
Cercai di teleportarlo nei paraggi del mio ufficio su MV. Niente. Non riuscivo a sganciarlo, come ci fosse una forza di attrazione vera e propria, come in un buco nero secondo le leggi della fisica. Per fortuna Asian non era stato annichilito, però. O almeno, lo speravo.
Spremetti come un limone il PowerX, usando la funzione empatico-cellulare, il computer ci mise un sacco ad elaborare la formula per annullare la forza che intrappolava Asian. Alla fine ci riuscì.
Agitando le braccia come chi deve riprendere l’equilibrio, l’Avatar di Asian si schiantò sulla poltroncina di fonte ala mia scrivania.
Da quel momento mi immersi in MV e affidai al PowerX il controllo delle altre questioni esterne.
-Benvenuto, Asian... Posso chiamarla semplicemente così, vero?-
-Dove siamo?- disse lui guardandosi in giro.-
- Nel mio “ufficio” su Meteaverse 7.0. Forse riconoscerà particolari di molti uffici di investigatori celebri...- precisai ruotando il colossale boccale da birra in peltro che stava sul ripiano della mia scrivania.
- Il costruttore che l’ha sviluppato era un appassionato di romanzi gialli... e a me... non è che la cosa dispiacesse... E’ originale.-
Prendevo tempo. Non sapevo da dove cominciare.
Asian- quella versione di Asian, perlomeno- era fedele al personaggio che avevo cercato invano nel mio viaggio nel passato, su Second Life.
Solo che adesso si avvaleva della perfezione di Metaverse. Precisione fotografica. Iperreale. Si passò le mani nei capelli rossi, in un gesto di impazienza. Era vestito elegantemente, con un abito grigio scuro di buona fattura e una cravatta rossa a puntini bianchi. Sedeva sulla sedia del mio studio compostamente, tenendo le mani in grembo. Il volto aveva lineamenti marcati, naso e labbra molto evidenti, la carnagione era piuttosto innaturale perché metteva insieme un tono ambrato per non dire abbronzato con le lentiggini tipiche della carnagione dei rossi, se non fosse che un rosso abbronzato nella realtà... è più raro di un cavallo con il corno in fronte, insomma dell’unicorno, magari bajo, addirittura, anziché immacolato come da leggenda. C’era di che riflettere, quando improvvisamente appariva evidente che no, Metaverse 7.0 non era solo un ambiente che riproduceva in modo anche ormai fastidiosamente preciso le forme, i movimenti, i colori, le sfumature del reale.
No no, era un gizmo che fondeva queste cose con le quali la natura ancora competeva con funzioni di fatto sovrannaturali: lo svolazzare contro ogni logica forza di gravità, fare andare in giro le persone con aspetti diversi ad ogni cambio di umore, di moda, di glamour, fino al prossimo afflato, fino al prossimo stormir di foglie virtuali. Come se gli alberi che producevano le virtualfoglie fossero vitali, col tronco segnato dai cerchi dell’età, come se le virtualfoglie stesse non fossero soggette al prossimo upgrade del sistema, al prossimo designer in vena di farsi notare con un coup de théâtre qualsivoglia: foglie a forma di mani umane, foglie a forma di becco di pappagallo, foglie marmorizzate che per farle stormire ci vuole un synturagano di quelli belli tosti, da radere al suolo un’intera land.
- Mi scusi, Asian, ero soprappensiero. Lei mi ha mandato una richiesta di amicizia: mi sono abbastanza stupito, e poi, arrivo e la trovo intrappolato in una specie di buco nero virtuale...-
- Stupito perché?-
- Beh, insomma, perché... da alcune mie indagini... -mi guardai bene dal fare cenno ai viaggi nel tempo, indietro fino a Second Life- mi risulta che il suo avatar sia attivo... diciamo da decine di anni, passando di piattaforma in piattaforma, via via da quelle più datate a quelle... recentissime. A Metaverse 7.0. Insomma è un fatto abbastanza stupefacente, non crede?-
Asian alzò un sopracciglio.
- Sì. Stupefacente.- Tacque cinque secondi.- Ma io non so nulla.-
Hm. La cosa si complicava.
Decisi di essere diretto.
- Allora perché mi ha cercato, o meglio ha cercato Lorenzo MacEwan?-
-Perché tutto il mio mondo si trova in pericolo. Almeno credo.-
- Di che mondo stiamo parlando? Di Metaverse?-
Agitò una mano.
- Metaverse è sempre in pericolo, tra attentatori e criminali di vario genere, sequestratori, eccetera. No, parlo della mia Torre.
- ... Di un luogo particolare, quindi. E perché è così importante, questa torre?
- Perché... Perché...-

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