Insolitamente, mentre elaboravo quei pensieri e camminavo per i territori multiformi di Metaverse, la mia attenzione fu attratta dal cielo.
Strano. Davvero strano.
In Metaverse il cielo di solito era puramente decorativo.
Infatti appariva come il solito cielo stellato del crepusccolo. L'effetto era veramente spettacolare. Roba da sogno romantico iperrealista.
Perché avevo sollevato lo sguardo?
Ripensandoci non ricordavo di averlo mai fatto prima. Mi apparivano di solito solo le parti di cielo accanto all'orizzonte, quelle che facevano da sfondo al soggetto che stavo osservando.
Eppure doveva esserci un motivo. Doveva esserci.
Infatti c'era.
Facendo attenzione mi accorsi della ragione per quella anomala attrazione.
Una delle stelle pareva muoversi e tracciare una traiettoria attraverso il cielo, lentamente, molto lentamente.
Precipitai indietro, proprio sul limitare della mia infanzia.
Io e il mio amico Peter, di qualche anno più grande di me, in equilibrio tra gioco e vita reale, facevamo che eravamo astronomi.
Scrutavamo il cielo con assurdi strumenti, tipo un binocolo da teatro richiudibile: davanti alle approssimative lenti del quale tutto nel cielo appariva sbrilluccicare in modo irregolare tipo cometa. Oppure rivelava un effetto di aberrazione cromatica: la luce si scomponeva da un punto regolare a un pallino sfocato, scomposto nei colori dell'arcobaleno.
In quelle serate -spesso gelide e invernali, con noi imbacuccati- potevamo vedere, ad orario regolare, un punto luminoso che passava sopra le nostre teste, spostandosi sempre nello stesso modo, lentamente. Fantasticavamo potesse essere un'astronave, un UFO, una navicella spaziale, uno Shuttle: ma alla fine dovemmo arrenderci all'evidenza. Era un satellite artificiale.
La domada ora pareva essere: chi e perché avrebbe potuto mettere un satellite artificiale artificiale (la ripetizione non è un errore, è voluta) nel cielo di Metaverse?
E quindi: esisteva un cielo virtuale in Metaverse? Un cielo navigabile? O era il sofware che creava la texture del cielo che sempicemente prevedeva un algoritmo “effetto satellite”? Non l'avevo mai saputo, ma in fondo non è il mio campo, non sono mica un tecnico.
Se guardavo verso il satellite, mi pareva di cogliere ancora di più quegli effetti fonetici, verbali, quelle stringhe di testo che improvvisamente mi apparivano come allucinazioni auditive.
Ma le allucinazioni non parevano finite.
Sentii la mente scossa, come accadeva durante i balzi nel tempo che avevo sperimentato ormai diverse volte. Il cielo scomparve, e con esso le mie divagazioni appresso ai ricordi di infanzia.
Non avevo mai avuto idea di cosa potesse essere il vuoto assoluto.
All'improvviso il nero totale mi avvolse da ogni lato.
Pareva che io stesso fluttuassi nel vuoto. Nero.
Camminavo nel vuoto. Nero.
Avanzavo, forse, ma senza punti di riferimento. Quindi chi avrebbe potuto dire se stessi avanzando davvero o il mio Avatar si affannase passo dopo passo come una marionetta stupida, incosciente, ignara...
Vedevo le mani del mio Avatar, ma in una versione estremamente più rozza.
Avevo già visto qualcosa del genere. Già. Nel corso di quella mia ultima incasinatissima indagine su e giù per il cyberspaziotempo.
Cercai di mettermi in contatto con Macbeth. Alan evidentemente non mi riceveva.
Cercando di non farmi prendere dal panico, chiesi al PowerX di darmi le coordinate della location.
Una serie di numeri comparve, seguita però da qualcosa di veramente strano: “Post Utopia, Second Life, 9 novembre 2009”.
Post Utopia. Era il luogo virtuale nel quale si era manifestata la prima, l'originaria Torre. La Torre atavica, progettata dall'architetto Asian Lednev.
La Torre primigena, lo scopo della quale era oscuto a tutti, una prodezza estetica, una trovata ludica... Non si saperva bene.
Era difficile pensare che quel nero totale, nella quale si stagliava la figura del mio Avatar non si sa illuminata in che modo, avesse contenuto forme, colori, movimento, suoni.
Mi ricordavo perfettamente di quella strana forma cilndrica nera, avvolta da una ragnatela di stinghe bianche, luminescenti.
"Nulla si crea, nulla si distrugge" non sembrava una formula applicabile a Second Life. Forse nemmeno alla sua versione del futuro, mia contemporanea: Metaverse 7.0.
Non mi capacitavo di cosa potesse essere accaduto: Post Utopia non esisteva più. Perché e chi fosse il responsabile di quella sparizione era forse secondario, come problema. Il vero problema sembrava essere invece questa provvisorietà, questa fallibilità, questa impermanenza che l'essere umano trasmette a tutti i suoi manufatti: anche alle simulazioni che a prima vista semberebbero vivere di vita propria, indipendentemente da chi le ha create o le anima in quel momento.
La trasmissmissione nel virtuale della eterea e incostante volontà dell'essere umano.
Forse per questo alcuni Avatar avevano sviluppato -come, non si sa- la capacità a rendersi del tutto autonomi rispetto agli Emissari.
Ok, ora era indispensabile tirarsi fuori da quell'assurdo, opprimente buco nero.
Ormai era chiaro che Macbeth non poteva ricevermi via radio, dato che mi trovavo in un'altra dimensione temporale.
Chissà se Alan si era accorto della sparizione improvvisa del mio corpo e se aveva intuito che si era creato un balzo temporale: del resto doveva essere abbastanza abituato a cose del genere, dato che erano avvenute altre volte. O forse non aveva assistito al fatto perché aveva deciso di andarsi a prendere qualcosa al fast food vicino all'Università. O magari era stato proprio lui a toccare quel che non doveva e ad aver causato il balzo.
Scartai questa opzione, perché, a parte che Alan non era un fessachiotto, non poteva essere casuale il mio "accronaggio" in Post Utopia. Doveva aver a che fare certamente con la Torre. E di conseguenza con Asian. Quella questione irrisolta a ricorrente.
Il Power X era dotato di un software-trasmettitore spaziotemporale, ma si trattava di un dispositivo del tutto sperimentale e avevamo già potuto constatare altre volte che funzionava raramente e comunque male.
Riprovai.
- Alan, sono Mac. Mi ricevi?-
Niente.
-Mi ricevi?-
Una marea di noise sottile e lieve di sottofondo mi raggiungeva negli auricolari. Chissà quanta roba e quante epoche si stavano sovrapponendo in quel flebile rumore di fondo composito...
Cercai di trattenermi dal fantasticare, anche perché in quel profondo buio fetale andare alla deriva col pensiero era estremamente facile.
Occorreva entrare nel codice.
Forse sarei riuscito ad attivare il vettore spaziotemporale direttamente dal PowerX.
Per fortuna la tastiera visiva funzionava. Certo, non ero un’aquila nel digitare otticamente. Ero lento come una lumaca ma del resto non era mica un videogame nel quale bisognava essere veloci…
Ci misi un bel po’ ma riuscii a raggiungere la schermata col bottone “hometime”.
Concentrai lo sguardo sul tasto con tutta l’attenzione possibile e quelli furono gli ultimi istanti in cui mi trovai nel nero di quella che fu Post Utopia.
Provai la solita sensazione di nausea che caratterizzava il balzo temporale.
Benissimo. Ora ero nuovamente in Metaverse. Il salto di qualità nella definizione visiva era impressionante. Gettai un occhio al cielo notturno nel quale poco prima (ma in che senso “prima”?) avevo visto il satellite.
Mi precipitai nevroticamente ad attivare il tasto di uscita da Metaverse 7.0.
Appena “fuori” mi apparve la stanza studio dalla quale mi ero collegato.
Alan Macbeth era seduto alla scrivania che con gli occhi spalancati con un panino a mezz’aria, la bocca semiaperta sul punto di staccare un morso. Come previsto.
-Alan quante volte te lo devo dire che l’odore del fillet-o-fish mi dà la nausea? –
Concluse l’atto di morsicare e si mise a ruminare.
Con la bocca piena disse –Pofesoe pensao e ne osse a-n-ato a asa…-
-Non si parla con la bocca piena: ma cosa vi insegnano all’Università oggi giorno?-
Cambiai argomento, altrimenti mi sarei dovuto mettere in gioco.
Quindi raccontai ad Alan tutte le cosiddette avventure che avevo vissuto in-world, compreso il salto nel tempo.
Nel frattempo Alan aveva finito il panino e fece un gorgoglio tirando su con la cannuccia le ultime gocce della sua bibita.
-Uhm, mi sembra che questa benedetta Torre faccia di tutto per attirare la sua attenzione… La tua attenzione…Insomma.-
Nel frattempo mi ero messo in poltrona e me ne stavo con le braccia molli sui braccioli e la testa all’indietro appoggiata sul bordo dello schienale.
- E’ curioso. Queste frequenti allucinazioni auditive, questo continuo dover riportare l’attenzione sull’argomento-Torre, volente o nolente… Ma sai Scottish? Quel che non riesco a togliermi dalla testa è la fugace visione del Satellite. Sarà perché mi ha rievocato dei ricordi di infanzia, o forse perché non mi spiego la sua presenza nel cielo, non ne comprendo il suo vero senso, la sua possibile essenza…-
-Boh, forse c’è davvero un satellite nel… cielo -hahahaha!- di Metaverse…-
Mentre sogghignava lanciai a Scottish Play uno sguardo di totale riprovazione, che rasentava l’odio.
-No volevo dire…- farfugliò lui, imbarazzato –Insomma, in teoria, dico in teoria… Sarebbe possibile che esistesse un cielo, no?-
Feci una smorfia per la serie “ma che cazzo dici”.
Alan si stava facendo prendere la mano. –No, dico… una coordinata Z in teoria sarebbe possibile…!-
Un sospetto mi colpì all’improvviso. E se Alan avesse ragione? Del resto gli elementi parevano esserci.
Mi alzai in piedi.
-Scottish, calcola subito, in base a questa strampalata teoria, come potremmo hackerare il software proprietario di Metaverse per accedere alla dimensione Z, che a quanto ne sappiamo non sarebbe prevista né, ovviamente, accessibile.-
- Ma Mac, sono quasi le due di notte…-
-Non dirmi che per pigrizia o stanchezza ti perderesti la possibilità di una passeggiata nello… Spazio… di Metaverse…-
Erano le otto e diciassette del mattino quando, dopo aver trascorso la notte alle nostre rispettive tastiere, potemmo dire verosimilmente di aver hackerato il programma proprietario di Metaverse 7.0.
Un cumulo di bicchierini del caffè della macchinetta e incartamenti di merendine dietetiche facevano una bella montagnola sul tavolo comune di lavoro.
Ci scambiammo uno sguardo allo stesso tempo stanco e sovreccitato. E Adesso?
-Cosa ci serve, per andare nello spazio?-
-Bella domanda. Che ne so? In teoria nulla, dovremmo solo usare il teleport hackerato, mettere la variabile e Z e via.-
-Mmmm… Io mi doterei di tuta spaziale.-
-Ma va. A che ti servirebbe?-
- Boh, metti che i programmatori di Metaverse, in corrispondenza della backdoor Z abbiano voluto divertirsi e fare in modo che gli Avatar che si trovano ad alta quota Z esplodano come accadrebbe a un vero corpo umano nello spazio…-
Passammo ancora un paio d’ore a disegnare delle tute spaziali con tutti i crismi, con tanto di stemma e bandiera della scozia sulle spalle e i simboli dei nostri rispettivi clan sul petto… Avevo sentito dire che il famoso Asian un tempo ne disegnava di bellissime (piuttosto rozze, come imponeva la grafica di Second Life, che non era quella di Metaverse) ma con emblemi della scomparsa Unione Sovietica…
Magari questa faccenda delle tute era insensata, comunque ci divertimmo.
-Va bene, direi che siamo attrezzati. E ora?-
-Dovrebbe essere sufficiente entrare in Metaverse settando una Z abbastanza consistente…-
-Allora facciamolo.-
Quello che accadde lo prevedevamo, ma non potevamo supporre che si manifestasse in quel modo. Iperrealista. Maestoso. In qualche misura spaventoso.
Eravamo nello spazio. Immobili.
Sotto di noi –mentalmente supponevo fosse così, ma non c’era possibilità di esserne certi- un pianeta.
Stupefatto controllai i dati. Sì, eravamo in Metaverse.
E sotto di noi appariva un Pianeta. Che non era la terra. Ovviamente. Probabilmente l’insieme delle Lands di Metaverse. Metaverse era un Pianeta.
Alan Macbeth disse piuttosto rudemente -Cazzo!-
Lo vedevo nella sua tuta spaziale bianca mentre fluttuava e muoveva le braccia sullo sfondo nero dello spazio.
-Te lo immaginavi così?.- chiesi freddamente.
-No. Insomma… Troppo esagerato…-
La sua voce mi gungeva un po’ metallica attraverso la radio della tuta. O almeno. Supponevo fosse così.
-Mac, dovresti guardare alle tue spalle.- disse Alan con enfasi.
-Eh sembra facile.-
Azionai i propulsori della tuta ma schizzai violentemente e cominciai a ruotare. Cercai di riassestare il movimento dando una controspinta prima che accadesse qualcosa di irreparabile.
Il movimento mi portò a vedere quello a cui Alan alludeva. A una distanza difficile da definire si vedeva una forma tubolare in orbita.
Il satellite.
Il satellite -mi apparve improvvisamente chiaro- era una Torre-Satellite.
Ci muovevamo sospinti dai propulsori alloggiati negli zaini. Non era facile governarli.
Alan dapprima cominciò a ruotare con i piedi e la testa, poi mi venne addosso.
-Hei! Scottish hai deciso di farmi fuori?- dissi nervosamente.
Mi resi conto in quel momento che quell’esperienza in Metaverse non era come tutte le altre, era come se fosse attivo un software più potente, un software di immedesimazione come ne avevo incontrati altri. Erano però software che prevedevano non pochi rischi per l’equilibrio mentale degli utenti. Forse con l’attivazione della variabile Z si attivavano anche altre potenzialità dell’ambiente Metaverse.
Ristabilizzando il nostro percorso verso il il Satellite tubolare e vedendo il “pianeta” sotto di noi, mi si affastellavano sensazioni emozioni considerazioni riflessioni opinioni deliri paure slanci freneticamente.
Quella palla azzurra nello spazio cos’era? Com’era fatta?
Bisognava forse iniziare dal particolare. Ogni utente di metaverse realizzava il proprio Avatar. Questi Avatar si muovevano in spazi chiamati tradizionalmente Lands, anche se qualcuno aveva tentato di lanciare altre espressioni, come “fields”, che però non avevano avuto successo.
Le Lands erano create solo da alcuni Owners-Avatar: molti Avatar si muovevano in lungo e in largo per Lands create da altri.
Metaverse già dalla prima versione aveva azzerato il limite dell’antica Second Life: la limitazione e il conseguente costo economico dei territori. I server non erano concentrati in un solo luogo. Erano decentrati su macchine diverse in diverse località del mondo. Lo spazio era teoricamente illimitato.
Ora. Sopra questi creatori di territori, c’erano ovviamente i programmatori di Metaverse. Ma chi erano, in realtà? Non si poteva dire veramente.
Metaverse era un wikisoft, era un accumulo progressivo di ritocchi in addizione e in sottrazione, monitorato in continuazione dalla folla dei suoi stessi programmatori. Che probabilmente erano moltissimi. Ognuno aveva programmato una routine, o magari solo modificato una linea del listato.
Periodicamente venivano rilasciate nuove versioni di Metaverse per evitare che le piccole variazioni da parte di chiunque venissero immesse senza essere minimamente testate. Sarebbe stato estremamente pericoloso.
“Supponiamo che centinaia, migliaia di calcolatori si connettano. E se un giorno vivessero di vita propria?”
Che razza di Demiurgo poteva esserci dietro quella palla azzurra e rossiccia che vedevo nello pseudospazio, attorno alla quale ruotava la Torre-Satellite dei nostri sogni – o dei nostri incubi?
Apparentemente nessuno.
Apparentemente c'era solo la piramide inversa di Utenti-Avatar, di Gestori di Land, e poi l'insieme delle land. E dei progammatori wikisoft.
Apparentemente.
Ogni Avatar creato da un Emissario era il vertice di una piramide inversa e reggeva sulla propria testa virtuale -come i vecchi “cartelli” col nome in SL- le lands, i creatori di Lands, i Wikiprogramatori.
Era quindi lui, l’Avatar. il semplice Avatar, il Demiurgo? Ognuno di noi era Demiurgo nel suo piccolo? Oppure era più corretto dire “ogni Avatar”, inteso come uno di quelli affrancati -misteriosamente affrancati- dai propri Emissari?
La sensazione di qualcosa di trascendente, in quello spettacolare spazio orbitale, era fortissima: faceva sembrare ogni speculazione - anche la più fantasiosa – una teoria come un’altra.
Lo spazio mi stava dando alla testa, esiste un mal di spazio? Ed esiste un mal di spazio virtuale, addirittura?
Per un momento immaginai il mio corpo sprofondato nella poltrona d'immedesimazione. Accanto, quello di Alan Macbeth. Entrambi come in una stasi criogenica, nella quale però gli arti compivano piccoli movimenti, gli occhi nel casco RV che si muovevano velocissimi come durante un sonno REM da svegli.
Nel capovolgimento –un altro!- assurdamente immaginavo il mio corpo reale, mentre vedevo e mi muovevo perfettamente a mio agio in quello virtuale, che mi pareva, al momento li mio CORPO.
Un gioco di scatole cinesi una dentro l'altra, nel quale non si capiva affatto chiaramente quale scatola fosse dentro l'altra.
Per ritornare alla realtà (?) e scappare a quel vortice di considerazioni fantafilosofiche pensai di dare una voce a Scottish Play.
-Alan come va? Ci sei?-
-Sì Herr Professor! Che trip quell'affare, però!-
La Torre-Satellite si stava facendo incombente.
I razzi dello zaino ci avevano portati abbastanza vicini alla forma tubolare.
Ormai si vedevano dei disegni, un intrico di linee scure che davano alla struttura nello spazio un aspetto singolarmente mimetico. Come se si dovesse rendere difficilmente decifrabile nella forma -e probabilmente nella sostanza, nell'essenza.
Eravamo arrivati e ci appoggiammo alla Torre-Satellite per evitare di continuare a fluttuare.
All'improvviso una serie di suoni iniziò a colare nel mio ricevitore radio. Anzi, una serie di parole, che risuonavano come senza interpunzioni, in una sequenza vocale dalla difficile identificazione di genere: piatta, amorfa. Ma non sintetica, no.
“... Asian ho una cosa da raggiungere non avrebbe risposto Laura il piacere di analizzare anche un silenzio ovattato e rassicurante con gli strumenti il Laboratorio Xxanty non avrebbe risposto il prototipo perfetto disse soltanto che cifre unite in stringhe iniziando a tremare per la tensione si erano radunate dalla sfilza di dati un’ultima volta in quanto linguaggio del tempo da ennesimo teleport come punto di riferimento in una direzione diversa Asian Lorenzo Mac tutti insieme sforzandosi a visualizzare l'evento che avrebbe dovuto sfuggire come un sottile uncino fittizia raccolta in parole che trovò da sola provò a chiamarlo non distruggermi un’ultima volta provò a visualizzare l'evento qualcosa di non previsto straordinario conoscenza possibile in Patagonia dove l’eco agli umani concetti raggruppati sotto spirali vocali per prendere l'Avatar e la Torre prototipo al solito posto camminando un’ultima volta su uno schermo...”
-Cos’è ‘sta roba? La Torre trasmette?- azzardò Alan Macbeth.
-Quindi hai sentito anche tu, Scottish?-
-Purtroppo sì. Ho sentito e non mi piace affatto. Qualcuno o qualcosa ha le nostre frequenze.-
-Non è detto, può darsi che la trasmissione avvenga su tutte le frequenze…- buttai lì: staccando il mio corpo dalla Torre la singolare trasmissione parve cessare.
Il movimento nello spazio della Torre-Satellite era quasi impercettibile, dal nostro punto di vista. Però facendoci caso, si vedeva che la vista sullo Pseudopianeta Metaverse era leggermente cambiata.
Scrutando per cercare di capire questo shift, mi parve di vedere un movimento di qualcosa che spuntava dall’altro lato della torre.
Un tubo, una parte mobile della Torre.
No.
-Cos’è quell’affare che spunta da lì dietro?- dissi.
Alan cercò di voltarsi ma non riuscivamo bene a governare né gli zaini jet né i movimenti nello spazio. Finalmente ci riuscì, ma nel frattempo io avevo già visto con stupore un piede, una gamba e poi un intero astronauta spuntare lentamente da dietro la Torre-Satellite, come un astro che sorgesse lentamente da un orizzonte artificiale.
L’Astronauta sconosciuto pareva avere difficoltà perfino superiori alle nostre a muoversi.
Ordinai al PowerX di cercare una frequenza di chiamata. Bisognava capire al più presto chi fosse e che intenzioni avesse.
“…ragione, ha funzionato, è davvero come essere in una visione, in un sogno…- te lo dicevo, però come è difficile convincerti, Laura... – Va bene, Pestelli, ma tu lo sai perché sono così diffidente verso certi esperimenti. Non penso che questo mi aiuterà a risolvere i miei dubbi a proposito di quelle voci, quell’alitare alle mie spalle…- Volevi un “viaggio celeste, se ben ricordo… -Sì, ma mi sarebbe piacuto un pochino più simbolico… come in un quadro… nel quadro… Qui sono persa negli abissi siderali… Almeno a quanto sembra…-
Le voci, i suoni, i fonemi si manifestarono nel mio impianto audio. Ma erano diversi da quelli che si sprigionavano dalla Torre-Satellite. Questo sembrava un vero e proprio dialogo tra due voci definite, una femminile e una maschile.
Il PoweX aveva agganciato la frequenza del terzo astronauta.
-Qui Lorenzo MacEwan dell’Università di Edimburgo. Mi ricevi, Astronauta accanto al satellite?-
Silenzio.
-Parla MacEwan, Astronauta. Se guardi alla tua destra dovresti vederci.-
Silenzio.
Poi parlò la voce femminile.
-Vi vedo.-
Aveva un tono allarmato, tesissimo. Come se ad ascoltare il mio richiamo via radio provasse un profondo turbamento.
-Pestelli, chi sono quei due?- disse rivolta al suo misterioso interlocutrore remoto.
-Non ti domandavi in continuazione chi fosse quel Lorenzo MacEwan? Ce l’hai davanti, adesso.-
L’Astronauta pareva chiamarsi Laura.
Laura! Era uno dei nomi, insieme al mio e a quello di Asian che avevamo ricevuto attraverso il contatto con la Torre!
Cercò di usare il suo zaino jet e con quell’aggeggio non se la cavò molto meglio di noi. Comunque riuscì ad avvicinarsi.
-Chi di voi due è Lorenzo?-
-Sono io, mi trovo alla tua sinistra.-
-Chi sei? Perché ti trovi qui-
-Non mi pare di poterti riassumere la storia in due parole. E penso che nemmeno tu riusciresti a sintetizzare la tua, giusto?-
L’Astronauta Laura tacque un momento poi disse –Hai ragione. E chi è quello alla mia destra?-
-Alan Macbeth detto Scottish Play, braccio destro del Professor MacEwan, per servirla!- intervenne sussiegoso Alan: MacEwan sapeva che se non si fosse trovato nello spazio, impossibilitato a muoversi infagottato nella tuta, si sarebbe esibito anche un affettato inchino da attore scespiriano.
Tentai di spiegare qualcosa, in modo piuttosto random.
- Sto indagando su un affare, un coso… una costruzione che chiamano “Torre di Asian”… Purtroppo non tutto quello che mi guida in questa indagine è scientificamente spiegabile. Per esempio mi trovo qui perché ho seguito una… sensazione, un’intuizione. E questo satellite –che a rigor di logica nemmeno dovrebbe esistere, come non dovrebbe esistere quel Pianeta la sotto- una volta raggiunto, appare essere una specie di Torre lanciata nello spazio.-
- E questa… “Torre di Asian”… Cosa sarebbe esattamente?- chiese Laura.
Risposi con una risata piuttosto nevrotica.
-Il problema vero è che non lo sappiamo affatto! Questo non è un caso che seguiremmo di nostra spontanea volontà… Però ci capita continuamente tra i piedi: la Torre e persone che ci chiedono di occuparcene… Compreso l’enigmatico Asian in persona.-
- Ma pensate che questa sia LA Torre?-
- A dire la verità, dall’idea che ci siamo fatti, le Torri sono più di una, ma non sappiamo ancora se abbiano funzioni diverse o se siano semplicemente delle repliche leggermente differenti nella forma di uno stesso archetipo… E di una stessa funzione. La domanda è: quale funzione?-
L’Astronauta Laura cambiò argomento.
- Vi capita mai di sentire… come telepaticamente… delle voci?-
Scottish tacque.
Io risposi –Sì, capita. Ci sono dei flussi verbali che ogni tanto mi colpiscono. Parole e nomi per me senza senso… -
- Fonemi…- disse laconica Laura.
- Fonemi, sì… Possono essere fenomeni causati dalla eccessiva permanenza in ambienti artificiali, del tipo Second Life o Metavese… Fa parte di un repertorio scientifico ormai acquisito per gli Psicologi delle RV.-
- Probabilmente sono Phononi…- aggiunse invece lei.
- Fanoni? Che c’entrano le balene.- interloquì Alan con suo solito spirito di patata.
Mi trovavo piuttosto vicino a Laura, ogni tanto tra un riflesso e l’altro attraverso il vetro del suo casco apparivano i lineamenti eleganti del suo volto –del volto del suo Avatar- e una ciocca di capelli che li attraversava.
Per un momento ebbi una spiacevolissima sensazione di vertigine alla vista di tutto quello spazio apparentemente attorno a me. Mi concentrai sull’idea che in realtà mi trovavo comodamente sistemato in una delle poltrone RV dello studio. Ma non era facile.
- Cosa diavolo sarebbero dei “Phononi”?-
Mentre formulavo la domanda mi frullavano per la testa dei ricordi remotissimi di letteratura cyberpunk. Bruce Sterling.
- Per la scienza sono delle quasiparticelle in relazione a reticoli cristallini rigidi…-
- Quasiparticelle…- borbottai seccatissimo per l’apparente intromissione della fisica in una questione così evidentemente psichica.
- Ma non sono certa che il significato, o l’essenza di un Phonone si fermi a quella definizione. Penso che le parole, i fonemi, nascondano qualcos’altro: una potenza insospettata, una specie di energia indefinibile. Me ne sono fatta una fortissima idea dal momento che ci sono parole che non piacciono al potere, che si tenta di eradicare dalle lingue…-
- Quindi le parole e i nomi che ci raggiungono come in una inspiegabile trance avrebbero a che fare con questa forza ancora non classificata?-
Laura non rispose. Non lo sapeva nemmeno lei. Tutti eravamo in una fase di indagine, di ricerca, ma non avevamo ancora delle risposte precise.-
- Forse le Torri hanno qualcosa a che fare con queste parole: hai provato a toccare li satellite?-
- No- rispose Laura vagamente interdetta.
-Forse è il caso che tu lo faccia. Anzi, facciamolo tutti e tre. Via.-
Non appena entrai in contatto (sebbene attraverso la tuta spaziale, che era pur sempre virtuale) il flusso di parole mi travolse nuovamente, e sapevo che stava accadendo lo stesso ai miei compagni di avventura.
“…Asian Era solo in un silenzio ovattato e rassicurante Ricordò la Torre con gli strumenti il Laboratorio in Patagonia l’eco da ennesimo teleport l'avatar Mac lo aveva convinto con gli strumenti di ricerca standard il linguaggio del tempo come punto di riferimento importante provò a chiamarlo esperimento come su uno schermo provò a visualizzare l'evento che avrebbe dovuto sfuggire agli umani concetti raggruppati in pensieri ed immagini tutti insieme sforzandosi di distogliere l'attenzione Era successo qualcosa di non previsto iniziando a tremare per la tensione si erano radunate diverse persone escluse che giungono qui scegliendo un luogo che non sia complicato fino all’anima in una direzione diversa il via alla nuova era forse che questo Lorenzo straordinario potesse arrivare alla verità dalla sfilza di dati che gli scorrevano sotto gli occhi spirali fatte di lettere potere di conoscenza possibile dove lanciare di nuovo la Torre laboratorio con qualche speranza ascolta Asian ho una cosa al solito posto da raggiungere Laura improvvisamente capì che stava camminando la trovò da sola Xxanty non avrebbe risposto a rappresentare la vita di lì bisognava moltiplicarsi più volte sotto di essa come un sottile uncino le loro corde vocali per prendere fiato lungo le sue stesse sensazioni ad assaporarne i contorni emotivi il piacere di analizzare anche l'aspetto umano prototipo perfetto disse soltanto scusa se ti disturbo ciao non esisti comprendi netective non distruggermi un’ultima volta in quanto IDEA SUPREMA della Perfezione posso costruirne una fittizia raccolta in parole condensate in cifre unite in stringhe frammischiate a simboli arcaici…”
-Accidenti…- disse Laura sbalordita –che cos’è?-
- Diffcile dirlo comunque sono fonemi, parole, nomi. Certamente ha a che fare con la funzione della Torre-Satellite. E probabilmente anche delle altre Torri.-
-Sembra parlare di noi!-
Seguì un momento di silenzio durante il quale ebbi una specie di visione: un ricercatore di combinazioni elettronico che ronzava all’impazzata alla ricerca dell’allineamento corretto di fonemi che avrebbe aperto la soluzione-porta della misteriosa Torre di Asian.
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