Insolitamente, mentre elaboravo quei pensieri e camminavo per i territori multiformi di Metaverse, la mia attenzione fu attratta dal cielo.
Strano. Davvero strano.
In Metaverse il cielo di solito era puramente decorativo.
Infatti appariva come il solito cielo stellato del crepusccolo. L'effetto era veramente spettacolare. Roba da sogno romantico iperrealista.
Perché avevo sollevato lo sguardo?
Ripensandoci non ricordavo di averlo mai fatto prima. Mi apparivano di solito solo le parti di cielo accanto all'orizzonte, quelle che facevano da sfondo al soggetto che stavo osservando.
Eppure doveva esserci un motivo. Doveva esserci.
Infatti c'era.
Facendo attenzione mi accorsi della ragione per quella anomala attrazione.
Una delle stelle pareva muoversi e tracciare una traiettoria attraverso il cielo, lentamente, molto lentamente.
Precipitai indietro, proprio sul limitare della mia infanzia.
Io e il mio amico Peter, di qualche anno più grande di me, in equilibrio tra gioco e vita reale, facevamo che eravamo astronomi.
Scrutavamo il cielo con assurdi strumenti, tipo un binocolo da teatro richiudibile: davanti alle approssimative lenti del quale tutto nel cielo appariva sbrilluccicare in modo irregolare tipo cometa. Oppure rivelava un effetto di aberrazione cromatica: la luce si scomponeva da un punto regolare a un pallino sfocato, scomposto nei colori dell'arcobaleno.
In quelle serate -spesso gelide e invernali, con noi imbacuccati- potevamo vedere, ad orario regolare, un punto luminoso che passava sopra le nostre teste, spostandosi sempre nello stesso modo, lentamente. Fantasticavamo potesse essere un'astronave, un UFO, una navicella spaziale, uno Shuttle: ma alla fine dovemmo arrenderci all'evidenza. Era un satellite artificiale.
La domada ora pareva essere: chi e perché avrebbe potuto mettere un satellite artificiale artificiale (la ripetizione non è un errore, è voluta) nel cielo di Metaverse?
E quindi: esisteva un cielo virtuale in Metaverse? Un cielo navigabile? O era il sofware che creava la texture del cielo che sempicemente prevedeva un algoritmo “effetto satellite”? Non l'avevo mai saputo, ma in fondo non è il mio campo, non sono mica un tecnico.
Se guardavo verso il satellite, mi pareva di cogliere ancora di più quegli effetti fonetici, verbali, quelle stringhe di testo che improvvisamente mi apparivano come allucinazioni auditive.
Ma le allucinazioni non parevano finite.
Sentii la mente scossa, come accadeva durante i balzi nel tempo che avevo sperimentato ormai diverse volte. Il cielo scomparve, e con esso le mie divagazioni appresso ai ricordi di infanzia.
Non avevo mai avuto idea di cosa potesse essere il vuoto assoluto.
All'improvviso il nero totale mi avvolse da ogni lato.
Pareva che io stesso fluttuassi nel vuoto. Nero.
Camminavo nel vuoto. Nero.
Avanzavo, forse, ma senza punti di riferimento. Quindi chi avrebbe potuto dire se stessi avanzando davvero o il mio Avatar si affannase passo dopo passo come una marionetta stupida, incosciente, ignara...
Vedevo le mani del mio Avatar, ma in una versione estremamente più rozza.
Avevo già visto qualcosa del genere. Già. Nel corso di quella mia ultima incasinatissima indagine su e giù per il cyberspaziotempo.
Cercai di mettermi in contatto con Macbeth. Alan evidentemente non mi riceveva.
Cercando di non farmi prendere dal panico, chiesi al PowerX di darmi le coordinate della location.
Una serie di numeri comparve, seguita però da qualcosa di veramente strano: “Post Utopia, Second Life, 9 novembre 2009”.
Post Utopia. Era il luogo virtuale nel quale si era manifestata la prima, l'originaria Torre. La Torre atavica, progettata dall'architetto Asian Lednev.
La Torre primigena, lo scopo della quale era oscuto a tutti, una prodezza estetica, una trovata ludica... Non si saperva bene.
Era difficile pensare che quel nero totale, nella quale si stagliava la figura del mio Avatar non si sa illuminata in che modo, avesse contenuto forme, colori, movimento, suoni.
Mi ricordavo perfettamente di quella strana forma cilndrica nera, avvolta da una ragnatela di stinghe bianche, luminescenti.
"Nulla si crea, nulla si distrugge" non sembrava una formula applicabile a Second Life. Forse nemmeno alla sua versione del futuro, mia contemporanea: Metaverse 7.0.
Non mi capacitavo di cosa potesse essere accaduto: Post Utopia non esisteva più. Perché e chi fosse il responsabile di quella sparizione era forse secondario, come problema. Il vero problema sembrava essere invece questa provvisorietà, questa fallibilità, questa impermanenza che l'essere umano trasmette a tutti i suoi manufatti: anche alle simulazioni che a prima vista semberebbero vivere di vita propria, indipendentemente da chi le ha create o le anima in quel momento.
La trasmissmissione nel virtuale della eterea e incostante volontà dell'essere umano.
Forse per questo alcuni Avatar avevano sviluppato -come, non si sa- la capacità a rendersi del tutto autonomi rispetto agli Emissari.
Ok, ora era indispensabile tirarsi fuori da quell'assurdo, opprimente buco nero.
Ormai era chiaro che Macbeth non poteva ricevermi via radio, dato che mi trovavo in un'altra dimensione temporale.
Chissà se Alan si era accorto della sparizione improvvisa del mio corpo e se aveva intuito che si era creato un balzo temporale: del resto doveva essere abbastanza abituato a cose del genere, dato che erano avvenute altre volte. O forse non aveva assistito al fatto perché aveva deciso di andarsi a prendere qualcosa al fast food vicino all'Università. O magari era stato proprio lui a toccare quel che non doveva e ad aver causato il balzo.
Scartai questa opzione, perché, a parte che Alan non era un fessachiotto, non poteva essere casuale il mio "accronaggio" in Post Utopia. Doveva aver a che fare certamente con la Torre. E di conseguenza con Asian. Quella questione irrisolta a ricorrente.
Il Power X era dotato di un software-trasmettitore spaziotemporale, ma si trattava di un dispositivo del tutto sperimentale e avevamo già potuto constatare altre volte che funzionava raramente e comunque male.
Riprovai.
- Alan, sono Mac. Mi ricevi?-
Niente.
-Mi ricevi?-
Una marea di noise sottile e lieve di sottofondo mi raggiungeva negli auricolari. Chissà quanta roba e quante epoche si stavano sovrapponendo in quel flebile rumore di fondo composito...
Cercai di trattenermi dal fantasticare, anche perché in quel profondo buio fetale andare alla deriva col pensiero era estremamente facile.
Occorreva entrare nel codice.
Forse sarei riuscito ad attivare il vettore spaziotemporale direttamente dal PowerX.
Per fortuna la tastiera visiva funzionava. Certo, non ero un’aquila nel digitare otticamente. Ero lento come una lumaca ma del resto non era mica un videogame nel quale bisognava essere veloci…
Ci misi un bel po’ ma riuscii a raggiungere la schermata col bottone “hometime”.
Concentrai lo sguardo sul tasto con tutta l’attenzione possibile e quelli furono gli ultimi istanti in cui mi trovai nel nero di quella che fu Post Utopia.
Provai la solita sensazione di nausea che caratterizzava il balzo temporale.
Benissimo. Ora ero nuovamente in Metaverse. Il salto di qualità nella definizione visiva era impressionante. Gettai un occhio al cielo notturno nel quale poco prima (ma in che senso “prima”?) avevo visto il satellite.
Mi precipitai nevroticamente ad attivare il tasto di uscita da Metaverse 7.0.
Appena “fuori” mi apparve la stanza studio dalla quale mi ero collegato.
Alan Macbeth era seduto alla scrivania che con gli occhi spalancati con un panino a mezz’aria, la bocca semiaperta sul punto di staccare un morso. Come previsto.
-Alan quante volte te lo devo dire che l’odore del fillet-o-fish mi dà la nausea? –
Concluse l’atto di morsicare e si mise a ruminare.
Con la bocca piena disse –Pofesoe pensao e ne osse a-n-ato a asa…-
-Non si parla con la bocca piena: ma cosa vi insegnano all’Università oggi giorno?-
Cambiai argomento, altrimenti mi sarei dovuto mettere in gioco.
Quindi raccontai ad Alan tutte le cosiddette avventure che avevo vissuto in-world, compreso il salto nel tempo.
Nel frattempo Alan aveva finito il panino e fece un gorgoglio tirando su con la cannuccia le ultime gocce della sua bibita.
-Uhm, mi sembra che questa benedetta Torre faccia di tutto per attirare la sua attenzione… La tua attenzione…Insomma.-
Nel frattempo mi ero messo in poltrona e me ne stavo con le braccia molli sui braccioli e la testa all’indietro appoggiata sul bordo dello schienale.
- E’ curioso. Queste frequenti allucinazioni auditive, questo continuo dover riportare l’attenzione sull’argomento-Torre, volente o nolente… Ma sai Scottish? Quel che non riesco a togliermi dalla testa è la fugace visione del Satellite. Sarà perché mi ha rievocato dei ricordi di infanzia, o forse perché non mi spiego la sua presenza nel cielo, non ne comprendo il suo vero senso, la sua possibile essenza…-
-Boh, forse c’è davvero un satellite nel… cielo -hahahaha!- di Metaverse…-
Mentre sogghignava lanciai a Scottish Play uno sguardo di totale riprovazione, che rasentava l’odio.
-No volevo dire…- farfugliò lui, imbarazzato –Insomma, in teoria, dico in teoria… Sarebbe possibile che esistesse un cielo, no?-
Feci una smorfia per la serie “ma che cazzo dici”.
Alan si stava facendo prendere la mano. –No, dico… una coordinata Z in teoria sarebbe possibile…!-
Un sospetto mi colpì all’improvviso. E se Alan avesse ragione? Del resto gli elementi parevano esserci.
Mi alzai in piedi.
-Scottish, calcola subito, in base a questa strampalata teoria, come potremmo hackerare il software proprietario di Metaverse per accedere alla dimensione Z, che a quanto ne sappiamo non sarebbe prevista né, ovviamente, accessibile.-
- Ma Mac, sono quasi le due di notte…-
-Non dirmi che per pigrizia o stanchezza ti perderesti la possibilità di una passeggiata nello… Spazio… di Metaverse…-
Erano le otto e diciassette del mattino quando, dopo aver trascorso la notte alle nostre rispettive tastiere, potemmo dire verosimilmente di aver hackerato il programma proprietario di Metaverse 7.0.
Un cumulo di bicchierini del caffè della macchinetta e incartamenti di merendine dietetiche facevano una bella montagnola sul tavolo comune di lavoro.
Ci scambiammo uno sguardo allo stesso tempo stanco e sovreccitato. E Adesso?
-Cosa ci serve, per andare nello spazio?-
-Bella domanda. Che ne so? In teoria nulla, dovremmo solo usare il teleport hackerato, mettere la variabile e Z e via.-
-Mmmm… Io mi doterei di tuta spaziale.-
-Ma va. A che ti servirebbe?-
- Boh, metti che i programmatori di Metaverse, in corrispondenza della backdoor Z abbiano voluto divertirsi e fare in modo che gli Avatar che si trovano ad alta quota Z esplodano come accadrebbe a un vero corpo umano nello spazio…-
Passammo ancora un paio d’ore a disegnare delle tute spaziali con tutti i crismi, con tanto di stemma e bandiera della scozia sulle spalle e i simboli dei nostri rispettivi clan sul petto… Avevo sentito dire che il famoso Asian un tempo ne disegnava di bellissime (piuttosto rozze, come imponeva la grafica di Second Life, che non era quella di Metaverse) ma con emblemi della scomparsa Unione Sovietica…
Magari questa faccenda delle tute era insensata, comunque ci divertimmo.
-Va bene, direi che siamo attrezzati. E ora?-
-Dovrebbe essere sufficiente entrare in Metaverse settando una Z abbastanza consistente…-
-Allora facciamolo.-
Quello che accadde lo prevedevamo, ma non potevamo supporre che si manifestasse in quel modo. Iperrealista. Maestoso. In qualche misura spaventoso.
Eravamo nello spazio. Immobili.
Sotto di noi –mentalmente supponevo fosse così, ma non c’era possibilità di esserne certi- un pianeta.
Stupefatto controllai i dati. Sì, eravamo in Metaverse.
E sotto di noi appariva un Pianeta. Che non era la terra. Ovviamente. Probabilmente l’insieme delle Lands di Metaverse. Metaverse era un Pianeta.
Alan Macbeth disse piuttosto rudemente -Cazzo!-
Lo vedevo nella sua tuta spaziale bianca mentre fluttuava e muoveva le braccia sullo sfondo nero dello spazio.
-Te lo immaginavi così?.- chiesi freddamente.
-No. Insomma… Troppo esagerato…-
La sua voce mi gungeva un po’ metallica attraverso la radio della tuta. O almeno. Supponevo fosse così.
-Mac, dovresti guardare alle tue spalle.- disse Alan con enfasi.
-Eh sembra facile.-
Azionai i propulsori della tuta ma schizzai violentemente e cominciai a ruotare. Cercai di riassestare il movimento dando una controspinta prima che accadesse qualcosa di irreparabile.
Il movimento mi portò a vedere quello a cui Alan alludeva. A una distanza difficile da definire si vedeva una forma tubolare in orbita.
Il satellite.
(continua, il capitolo sarà concluso con il prossimo aggiornamento)
Tag:
Condividi
Devi essere membro di La torre di Asian per aggiungere commenti!
Partecipa a questo social network