Ancora un altro viaggio. Il suo lavoro d’altronde era quello. Viaggiare, ascoltare, tramutare le parole da una lingua all’altra. Anche se i sistemi automatici di traduzione e interpretariato erano giunti a livelli di sofisticazione e precisione impensabili solo pochi decenni prima, ancora per non poche persone, la presenza di un essere vivente che sapesse interpretare, al di là delle parole, le loro sfumature, era essenziale e molto richiesta. Una professione difficile, di quelle trasparenti e tuttavia essenziali. Susy la sapeva svolgere egregiamente ed era, per questo, molto ricercata.
Nessuno aveva mai sospettato cosa in verità nascondesse quella discreta interprete, quale fosse il suo vero ruolo, la sua vera missione, né tanto meno nessuno aveva mai sospettato il suo legame con la Torre. In questo Susy era ancor più brava, capace di dissimulare, di sfuggire e quindi di introdursi, capire, cercare ciò che di volta in volta era mandata a capire, a cercare.
Parigi era la meravigliosa città di sempre, ma qui era compressa in poche sim con un improbabile Moulin Rouge fianco a fianco alla Sainte Chapel o alla Pyramide del Louvre, in un affastellato incubo.
Nel nuovo edificio dell’OECD era già stata, le piaceva il lavoro fatto dall’architetto: la commistione dei sobri volumi del vecchio Château de la Muette con le linee morbide ma decise del nuovo centro congressi, creava un effetto piacevolissimo, quanto di più lontano dai miasmi delle land di Carlos, dalla ferrigna atmosfera di Post Utòpia, qui era solo morbida luce che accarezzava le pietre color della sabbia chiara, vetrate ampie, spazi luminosi, anche quelli sotterranei che riuscivano a catturare e a far scendere sottoterra il sole.
- Bonjour Madame, qu'est-ce que vous désirez?
Quante cose desiderava Susy! Per un momento fu tentata di fargliene un elenco, ma ovviamente disse solo:
- Un café, s'il-vous plait.
Il piccolo rito del caffé prima di cominciare, non mancava mai.
- Susy, ancora seduta qui! Dai corri, non vorrai farti aspettare?
Tutto si svolse come ogni volta, attenzione alle parole, ma anche agli sguardi, al senso generale del discorso, ma anche alla maniera di intrecciare lessico e periodare insieme al non detto per poterlo ‘tradurre’, per tradurre l’intraducibile.
E la doppiezza di Carlos diventava la molteplicità di Susy.
Il processo di duplicazione di Carlos la inquietava. Aveva assitito a suo nascere, c’era anche lei in Patagonia quando lui aveva sperimentato per la prima volta il processo di adattamento del corpo alle situazioni persistenti, e non le era piaciuto affatto, avrebbe desiderato non dover assistere, non dover essere testimone del nascere della doppiezza. Non sarebbe più riuscita a dimenticare quei giorni in Patagonia che le avrebbero strappato quel poco di leggerezza che le era rimasta. Era necessario, lo sapeva benissimo, creare il doppio, l’ubiquità real-virtual life. Ma tutto da allora era mutato, Susy sapeva che non si sarebbe più potuti tornare indietro perché non ci sarebbe stato un indietro in cui tornare. Carlos era sempre stato un amico per lei e tuttora lo era, ma avrebbe voluto scindere un avatar dall’altro, restare col solo Carlos che conosceva prima che lui la trascinasse in Patagonia per renderla consapevole protagonista della ineluttabilità della duplicazione.
Il contatto le si avvicinò all’improvviso. Ogni volta per Susy era uno shock diverso e ogni volta doveva fronteggiarlo con la stessa calma.
- Clicca qui, svelta, andiamo via!
Riaprendo gli occhi dopo il salto nel buio del teletrasporto, lo vide. Era orrendo, un intreccio di fili innestati in un corpo maleodorante. La guardava come nessuna donna vorrebbe mai essere guardata.
- Bella mia non siamo più a Parigi qui, togliti quell’aspetto da santarellina di dosso, c’è da lavorare sul serio adesso. Tieni e comincia a cercare.
Con malagrazia le passò una grande cassa metallica. Un’infinità di modellini della Torre erano stipati lì dentro sormontati da un’etichetta che una volta era di sicuro piena di colore e che adesso recava, appena visibile, la sola scritta ‘FUN TO REZ’. Era divertente rezzare, Susy lo sapeva benissimo, ma nulla di divertente si prospettava adesso.
Dunque questo volevano da lei stavolta, era qui che doveva cercare un aiuto per il dominio delle risorse stellari e combattere per la salvaguardia della conoscenza. Nella Torre, come sempre, era la risposta.
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- Di nuovo qui straniero? Ti aspettavo da tempo ma ormai temevo non saresti più venuto.
- Ti avevo promesso che sarei tornato per sentirti suonare. Mi piace qui, con te mi rilasso.
Valentina cambiò la musica. Se Asian voleva rilassarsi non era certo adatto il suono che si diffondeva in quel momento. Una vecchia canzone in bianco e nero sarebbe stata più appropriata.
Lo guardò con più attenzione, la sua materializzazione improvvisa non le aveva dato il tempo di farlo. Sembrava molto provato.
- La sai suonare questa?
Valentina tolse del tutto la musica e si avvicinò al piano.
- Sì, Asian, la so suonare. Ti piace?
- Molto, ma solo la musica, non le parole, le parole non contano. Suona.
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